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L'intelligenza artificiale sarà il fronte della prossima guerra fredda

Claudio Cerasa

Una progressiva influenza sulla cultura, la storia e la geopolitica: un libro di Henry Kissinger e di due guru dell’hi-tech delinea scenari inquietanti ma verosimili. Stati Uniti e Cina  ci sono, manca  l’Europa. Prepararsi

E se la prossima guerra fredda fosse quella che nessuno sta davvero considerando? Se ne riparlerà molto, perché il libro fa discutere anche se deve ancora uscire, ma nell’attesa di leggerlo vale la pena concentrarsi sul tema, sulla tesi e sulla sostanza di una provocazione niente male, contenuta in questo saggio potenzialmente dirompente scritto da Henry Kissinger (ex segretario di stato americano), Eric Schmidt (ex ceo di Google) e Daniel Huttenlocher (decano del Massachusetts Institute of Technology). Tema: sarà l’intelligenza artificiale il prossimo terreno di gioco su cui si muoveranno in modo spietato le pedine della futura guerra fredda. Il libro sostiene che i processi di intelligenza artificiale sono diventati così potenti, così perfettamente integrati con le nostre vite e così imprevedibili che senza una certa previdenza e senza una gestione accurata è altamente probabile che questo tipo di trasformazione epocale possa dare alla storia umana una direzione pericolosa. 

Nel giro di pochi anni, scrivono i tre autori, l’umanità si troverà sull’orlo di una grande guerra tutt’altro che virtuale che sarà causata dall’intelligenza artificiale, una tecnologia di uso generale che, ricorda il Financial Times, “potrà essere utilizzata per una sorprendente gamma di usi civili e militari, dalla lettura dei raggi X e dalla previsione dei modelli meteorologici al potenziamento dei robot assassini e alla diffusione della disinformazione”. Questa tecnologia, evidentemente, sta già rimettendo in discussione alcune concezioni secolari relative alle nostre certezze su sicurezza nazionale e sovranità statale e soprattutto sta mettendo il mondo di fronte a un problema non da poco: siamo consapevoli che le grandi guerre del futuro sono destinate a essere combattute su un terreno non facilmente monitorabile come lo era ai tempi della Guerra fredda?

Già nel 2014, Elon Musk, numero uno di Tesla che giusto pochi mesi fa ha annunciato di aver programmato entro la fine di quest’anno i primi test che prevedono l’impianto nel cervello umano di alcuni chip che funzionano come interfaccia con i computer, era arrivato a dire che l’intelligenza artificiale è “potenzialmente più pericolosa delle armi nucleari”; che l’AI è “in sé un rischio per l’esistenza della civiltà umana, come non lo sono mai stati nemmeno gli incidenti automobilistici o quelli aerei, i farmaci difettosi o il cibo cattivo”; e che l’AI è così pericolosa da essere in grado di “far scoppiare una guerra partendo dalle notizie false o falsificando account o comunicati stampa, manipolando le informazioni e attribuendole a persone che nulla hanno a che fare con esse”.

Musk ha espresso i suoi primi timori nel 2014. Poi nel 2017 li ha espressi in modo ufficiale, nel corso di una riunione tra tutti i governatori americani ai quali ha chiesto una urgente regolamentazione del settore (“l’intelligenza artificiale – ha detto ancora Musk facendo, da disruptor del mercato, un appello al potere dello stato – è un caso raro in cui dobbiamo essere proattivi nella regolamentazione, anziché reattivi, perché nel momento in cui siamo reattivi con la regolamentazione dell’AI, è troppo tardi”). E oggi leggerà con piacere le parole di Kissinger, Schmidt e Huttenlocher che grosso modo sostengono quello che Musk teorizza da anni. “La relazione tra Stati Uniti e Cina – ha detto Kissinger, che ha paragonato questo periodo a quello precedente alla Prima guerra mondiale, in cui Gran Bretagna e Germania erano così male informate sugli obiettivi reciproci che un incidente apparentemente non correlato, l’assassinio di un arciduca nell’Europa sud-orientale, ha innescato quello che all’epoca è stato il più sanguinoso conflitto della storia – è passata dalla partnership alla cooperazione, dall’incertezza al confronto vicino o reale, e in assenza di dialogo aspettarsi che vengano prese decisioni sagge da tutte le parti è un atto di fede nel futuro che è difficile da accettare”.

In una intervista a tre realizzata dal Time, i tre autori hanno offerto qualche spunto di riflessione in più per provare a ragionare sul tema. Il primo spunto lo offre Schmidt e più che uno spunto è un’ammissione. “Sono colpevole insieme a molte altre persone – dice Schmidt, che per molti anni è stato ai vertici di Google – perché abbiamo creato piattaforme molto, molto veloci. E a volte sono più veloci di quanto gli umani possano capire. Questo è un problema. Sono anche molto preoccupato per l’uso improprio di tutte queste tecnologie. Non mi aspettavo che internet venisse utilizzato dai governi per interferire nelle elezioni. Non mi è mai venuto in mente. Mi sbagliavo. Non mi aspettavo che internet sarebbe stato usato per alimentare il movimento anti vax in modo così terribile. Mi sbagliavo. Ho perso questa scommessa, ma non voglio perdere la prossima: dobbiamo attrezzarci prima del tempo”.

A Schmidt, sempre sul Time, replica Kissinger, che sul tema dell’intelligenza artificiale offre spunti a metà tra la geopolitica e la filosofia. “Il miracolo tecnologico – dice Kissinger – non mi affascina molto; ciò che mi affascina è che stiamo entrando in un nuovo periodo della coscienza umana che non comprendiamo ancora del tutto. Quando diciamo un nuovo periodo della coscienza umana, intendiamo che la percezione del mondo sarà diversa, almeno tanto diversa quanto tra l’età dell’Illuminismo e il periodo medievale, quando il mondo occidentale passò da una percezione religiosa del mondo a una percezione del mondo sulla base della ragione, lentamente”. Il libro di Kissinger, Schmidt e Huttenlocher, così come viene descritto dal Financial Times e dal Time, è un libro dove le domande superano le risposte e in cui i tre autori più che offrire ricette per governare la rivoluzione tecnologica aiutano a riflettere e a ragionare in modo non convenzionale su alcune innovazioni che cambieranno oltre che la nostra vita anche la nostra geopolitica e anche il nostro modo di osservare filosoficamente il mondo. Edward Luce, formidabile commentatore del Financial Times, ha letto il libro e si è posto qualche domanda ulteriore. “The Age of AI”, scrive Luce, “pone due domande strabilianti sull’intelligenza artificiale che risuoneranno per i decenni a venire. Quando un programma software progettato dall’uomo, come AlphaZero di Google, apprende e applica un modello che nessun essere umano può riconoscere o comprendere, questo fa progredire o no la conoscenza? Oppure, per la prima volta nella storia umana, significa che la conoscenza si sta allontanando da noi?”.

L’intelligenza artificiale sta influenzando la nostra cultura, la nostra natura umana, la nostra storia, la nostra geopolitica e, iniziando a comprendere gli aspetti più vari del mondo più velocemente del nostro cervello, anche il primato del nostro pensiero. Nella guerra del futuro, Cina e America ci sono. All’appello purtroppo manca l’Europa, che all’intelligenza artificiale, nei prossimi tre anni, ha scelto di dedicare, nel suo piano coordinato sull’AI, la bellezza di tre miliardi, un terzo di quanto stanziato dall’Italia nei prossimi dodici mesi per il Reddito di cittadinanza. Forse, come suggeriscono Kissinger, Schmidt e Huttenlocher, potrebbe essere arrivato il momento di porsi qualche domanda.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.