Influencer al servizio di Pechino

Giulia Pompili

Dagli interventi sui media ai video su YouTube. Ecco le nuove leve (e un paio di veterani) della disinformazione cinese

“In un mondo in cui le forze politiche cambiano continuamente, con partiti di destra, centristi e di sinistra in tutto il mondo che si contendono le elezioni per governare i loro paesi e inseguono i grandi cambiamenti nelle preferenze degli elettori, il Partito Comunista Cinese, che celebra il centenario della sua fondazione, si distingue in netto contrasto per la sua continuità”. Inizia così l’ultimo editoriale firmato da Michele Geraci, ex sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico in epoca gialloverde in quota Lega, pubblicato martedì sul China Daily, organo del Dipartimento di propaganda di Pechino: un elogio del Partito unico che garantisce stabilità, e chissenefrega delle conseguenze di un sistema politico monopartitico, tecnicamente il più simile alla dittatura. 


Da tempo i media statali cinesi, soprattutto quelli in lingua inglese e quindi diretti a un pubblico internazionale più che a quello interno, ospitano dichiarazioni e commenti di stranieri che veicolano la propaganda cinese da un punto di vista esterno, quindi probabilmente considerato più obiettivo. L’attenzione di Pechino a questo stile di comunicazione è cambiata enormemente negli ultimi due, tre anni, da quando cioè la leadership di Xi Jinping ha deciso per un approccio molto più assertivo sulla narrazione della Cina a livello internazionale. Pechino ha imparato dalla Russia a usare gli strumenti più classici della disinformazione, come fanno i media pro-Cremlino RT e Sputnik, e oggi li usa per dar voce a ex presidenti del Consiglio, personalità politiche, giornalisti, opinionisti, e ultimamente anche influencer stranieri che – guardacaso! – su ogni evento e controversia hanno l’identica opinione del Partito. Il metodo è sempre lo stesso ed è molto simile ai movimenti cospirazionisti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra occidentali: c’è sempre qualcuno che vi nasconde la verità, un sospetto che nessuno può verificare, allusioni e poi la mistificazione della realtà.


Negli ultimi mesi la propaganda cinese sta guadagnando molti sostenitori grazie a un disinvolto uso dei cosiddetti “vlogger” occidentali, che usano YouTube ufficialmente per raccontare il loro “amore per la Cina”, in realtà per diffondere disinformazione. Tra i più famosi ci sono i cittadini inglesi Barrie Jones (il suo canale è “Capire la Cina”, un altro grande classico della disinformazione: “Voi non potete capirci, quindi vi spieghiamo noi”), Jason Lightfoot e poi Lee Barrett e suo figlio Oli, che vivono a Shenzhen dal giugno del 2019. Contestano tutte le accuse contro la Cina, fanno viaggi, parlano di minoranze, di guerra tra Usa e Cina, di pregiudizi e diritti umani. Non si capisce bene che lavoro facciano. Il loro canale YouTube è seguito da 287 mila persone, non proprio una gigantesca fanbase, ma sufficiente per essere invitati dai media cinesi a parlare di questioni politiche importanti. Qualche giorno fa la Bbc si è occupata dei vlogger inglesi in Cina perché ultimamente tutti hanno pubblicato un video sullo Xinjiang che tenta di smontare le accuse internazionali sul lavoro forzato e il trattamento degli uiguri. Loro smentiscono di essere stati pagati per fare dei viaggi che aiutino Pechino nella sua narrazione, ma di certo hanno avuto supporto logistico di alcuni media statali (come ammettono loro stessi sul loro canale) e in alcuni casi le spese di viaggio pagate. “Vlogger e giornalisti cinesi sono spesso fermati o arrestati per aver realizzato video ritenuti sconvenienti dalle autorità”, scrive la Bbc. “Nel dicembre 2020, il citizen journalist Zhang Zhan è stato condannato a quattro anni per aver realizzato una serie di video durante l’epidemia a Wuhan”. Al contrario, “vlogger stranieri come i Barrett e Jason Lightfoot  sembrano avere una posizione privilegiata, hanno un significativo accesso ai luoghi e a volte sono facilitati dai funionari locali o dai media statali”. 


La Cina si sta affidando sempre di più a questi improvvisati comunicatori, che rivendicano di essere “sul campo” e quindi per qualche ragione geografica più credibili di giornalisti professionisti o analisti, ma non è ancora chiaro il ritorno d’immagine che spera di ottenere. I video di  Barrie Jones  sono finiti perfino nelle quotidiane conferenze stampa del ministero degli Esteri cinese.  Come molti altri paesi autoritari, la Cina prende degli sconosciuti, a tutti i livelli, e li fa diventare strumento della propaganda cedendogli ben più di un quarto d’ora di celebrità. E’ anche su queste debolezze che costruisce la sua macchina di propaganda internazionale.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.