Chiude l'Apple Daily, l'ultimo giornale libero di Hong Kong

Giulia Pompili

 Pechino non tollera più che certe notizie vadano in stampa. La guerra del Partito comunista all’informazione libera è una lezione per tutti

L’ultima edizione dell’ultimo giornale pro-democrazia di Hong Kong è stata una specie di rito collettivo di addio. Dentro alla redazione la scrittura e l’impaginazione del tabloid è stata trasmessa in live streaming sui social, fotografata da decine di reporter internazionali. Nel frattempo fuori, per strada, sotto al palazzo del giornale che ha come simbolo la mela rossa morsicata, centinaia di persone con la torcia del cellulare accesa partecipavano a una sorta di veglia. La veglia dopo la morte della stampa libera in Cina. Sono state stampate un milione di copie di quest’ultima edizione dell’Apple Daily. Sin dalla notte, decine di migliaia di persone si sono messe in fila sotto la pioggia per acquistarne una. Per sostegno, per mandare un segnale: questo giornale si ferma, noi no. Per avere un’idea di come gli altri giornali di Hong Kong hanno raccontato l’evento più drammatico degli ultimi mesi, il giornale Ming Pao, molto vicino all’establishment, ieri spiegava come conservare la carta di giornale e l’ultima copia dell’Apple Daily “come souvenir”. Come un ricordo, e non come un oggetto simbolo di una battaglia per la libertà che chi ha a cuore lo stato di diritto continua a perdere.


La scorsa settimana cinquecento agenti di polizia sono entrati nella redazione dell’Apple Daily, hanno rovistato ovunque, hanno fatto alzare i giornalisti dai loro desk, si sono seduti al loro posto e hanno controllato i computer. Poi hanno arrestato cinque persone, accusate di aver violato la Legge sulla sicurezza e aver in qualche modo cospirato “con paesi stranieri” affinché si promuovessero delle sanzioni internazionali contro la Cina. Detto in altre parole, è tutto vero: è anche grazie ai giornalisti dell’Apple Daily che sappiamo la verità su quello che è successo a Hong Kong negli ultimi anni, ed è proprio per questo che Pechino, con la collaborazione del governo locale dell’ex colonia inglese, non ha alcuna intenzione di lasciargli continuare il loro lavoro. 


C’è un’immagine che più di altre parla di tutto questo. Il direttore del giornale, Ryan Law, 47 anni, è stato portato via da tre agenti con le manette dietro la schiena. Quelle fotografie, che hanno fatto il giro del mondo, sono l’immagine indelebile di quanto è disposto a fare il Partito comunista pur di mettere a tacere le voci di dissidenza. Dopo quello show di forza dentro alla redazione, le autorità hanno disposto il congelamento di tutti gli asset finanziari dell’Apple Daily. Per un giornale indipendente significa la chiusura. E così è stato. 


L’Apple Daily non era soltanto un giornale d’opposizione, pro-autonomia e pro-democrazia. Era un simbolo, il simbolo del racconto di una città che per ventiquattro anni era stata l’ultima frontiera libera del mondo cinese. La regione autonoma di Hong Kong non esiste più da undici mesi, da quando Pechino ha imposto una Legge sulla sicurezza nazionale che applica i suoi standard anche in un luogo che fino ad allora era stato la spina nel fianco del Partito comunista cinese. Una volta decisa “l’assimilazione” di Hong Kong dentro al sistema diretto da Pechino, non ci è voluto molto per capire quali sarebbero stati gli obiettivi principali: prima di tutto sedare le proteste dei giovani e di quei cittadini meno disposti ad accettare l’autoritarismo e il controllo. Poi il settore dell’educazione, per far crescere una nuova generazione capace di mettere in discussione tutto, tranne il modello cinese. Dopodiché è venuta la volta del settore culturale, dove nascono le idee, e anche qui è facile immaginare perché: la libertà d’espressione non può esistere in un luogo dove la critica accende una reazione a catena, e potrebbe generare sempre più richieste di apertura e diritti. Infine: l’informazione. Un tempo Hong Kong era il luogo d’adozione di decine di testate internazionali, con corrispondenti da tutto il mondo che raccontavano l’Asia orientale da lì perché, tra le altre cose, non esisteva il “ricatto del visto” (che possiamo riassumere con: non piaci al Partito? Allora non sei gradito). Oggi anche questo è cambiato. E così le ultime voci indipendenti in grado di raccontare Hong Kong dal punto di vista di Hong Kong erano i giornali locali. 
Ne era rimasto soltanto uno: l’Apple Daily.

 

Da anni Pechino, grazie al suo braccio operativo rappresentato dal governo locale di Hong Kong, conduce una guerra spietata contro la Next Digital, la società che edita il giornale dalla mela morsicata.  Il suo fondatore, Jimmy Lai, 72 anni, è una delle figure più importanti dell’attivismo dell’ex colonia inglese. Il 10 agosto dello scorso anno Jimmy Lai è stato arrestato, poi rilasciato su cauzione, poi di nuovo arrestato a dicembre. Ha vari carichi pendenti, ma tutti riguardano violazioni di questa nuova Legge sulla sicurezza nazionale secondo la quale tutto ciò che non piace a Pechino è una violazione della sicurezza nazionale. 


Nato a Canton nel 1947, la vita di Lai è straordinaria proprio perché ha vissuto sulla sua pelle tutte le trasformazioni della Cina. E’ arrivato a Hong Kong quando aveva dodici anni con un barcone, ha iniziato a lavorare per un’azienda tessile, a poco più di trent’anni ha fondato l’azienda di abbigliamento Giordano (che oggi ha 2.400 negozi in tutto il mondo), che lo ha fatto diventare ricco. E’ grazie a quei soldi che Lai, quando stava cominciando ad avvicinarsi la riconsegna  di Hong Kong da parte del Regno Unito alla Cina comunista, ha fondato il quotidiano Apple Daily. Erano passati soltanto sei anni dalle proteste di Piazza Tienanmen, e Jimmy Lai era diventato una voce molto critica del Partito comunista. Con quattrocentomila copie di tiratura, nel 1995 iniziò ad andare in edicola un nuovo tabloid, dove ai gossip venivano affiancati servizi investigativi più seri: il racconto di una città, dei suoi interessi, e la sistematica denuncia delle storture dell’autonomia, degli stratagemmi del governo locale per avvicinarsi a Pechino, degli scandali che riguardavano la sua classe dirigente. L’Apple Daily era il cane da guardia delle mire di Pechino su Hong Kong. Come ricordava ieri su Twitter Ilaria Maria Sala, giornalista e scrittrice di base a Hong Kong, l’Apple Daily era l’unico giornale di Hong Kong in lingua cantonese e non in mandarino, segno di una alterità insopportabile nel disegno di assimilazione definitiva di Pechino. 


Negli anni la Next Digital aveva avuto i suoi naturali problemi finanziari – il mondo dell’editoria non sostenuto dalle istituzioni è in crisi in tutto il mondo, figuriamoci se sei un editore che si oppone al partito unico. Ma nonostante questo l’Apple Daily non aveva mai derogato alla sua missione: andare in edicola, raccontare l’ultima frontiera del mondo occidentale in Cina che si stava sgretolando. L’ultima provocazione per il Partito comunista era arrivata nel 2020, con la Legge sulla sicurezza già nell’aria, quando Jimmy Lai ha deciso di fare una versione del giornale anche in lingua inglese. Un modo per aumentare il pubblico, per far uscire quelle storie dai confini dell’ex colonia inglese e permettere a tutto l’occidente di avere un’alternativa alla narrazione ufficiale della stampa cinese. 


Oggi sul sito dell’Apple Daily compare una scritta: Grazie per il supporto a Apple Daily e Next Magazine. Siamo spiacenti di informarti che i contenuti web e dell’app dell’Apple Daily e Next Magazine non saranno più accessibili dalle 23:59 del 23 giugno 2021, HKT. Tutti gli attuali abbonamenti Web e iOS non verranno rinnovati. Oggi sospenderemo tutti i nuovi abbonamenti. Vorremmo ringraziare tutti i nostri lettori, abbonati, inserzionisti e gli hongkonger per il vostro fedele supporto. Buona fortuna e arrivederci”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.