Ursula Von der Leyen (foto EPA)

Un contratto con l'Ue

Perché il vincolo esterno blinda l'Italia dei prossimi sei anni

David Carretta

L’emissione del debito comune per finanziare i Recovery nazionali implica regole strette. E sanzioni. L’intervento di Gentiloni

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza “è come un contratto tra l’Unione europea e ciascuno stato membro”, dicono alla Commissione. In Francia qualcuno stizzosamente lo definisce “come un programma del Fmi”. Queste due parole – “contratto” e “programma” – riassumono la complessità politica dei piani di Recovery, compreso quello dell’Italia adottato sabato: le centinaia di pagine di riforme, missioni e investimenti non impegnano solo il governo Draghi, ma anche quelli successivi per i prossimi sei anni. Se non si rispettano, l’Ue non verserà i soldi. Potrebbe perfino chiederli indietro. Anche se con modalità diverse, la “condizionalità” è di nuovo protagonista. 

La condizionalità del Recovery fund è diversa da quella dei salvataggi della zona euro o dei programmi del Fondo monetario internazionale, perché il processo è stato inverso rispetto a quello del 2010-2015: nessuna riforma imposta dall’alto, ma misure proposte dai governi nazionali a Bruxelles nell’ambito di una serie di regole fissate in anticipo con il regolamento sulla Recovery and Resilience Facility. Il Portogallo è stato il primo stato membro a presentare formalmente alla Commissione il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) il 19 aprile scorso. Ma, nove mesi dopo l’accordo storico sul Recovery fund e sette mesi dopo che la Commissione aveva presentato le sue prime linee guida su come redigere i piani nazionali, i governi dell’Ue sono in grande difficoltà a rispettare la scadenza del 30 aprile. Martedì Francia e Germania sottopongono insieme il loro documento, e si aspetta anche quello di Grecia e Spagna. Venerdì dovrebbe aggiungersi l’Italia. Quella del governo di Mario Draghi è stata una scelta politica. “Noi ci siamo trovati di fronte alla decisione del governo italiano che io considero più che giustificata di presentare il proprio piano entro il 30 aprile e di non chiedere più tempo, come forse altri paesi faranno”, ha spiegato il commissario Paolo Gentiloni: “Questo ha comportato per il governo un impegno enorme di accelerazione (…) perché c’era la necessità soprattutto sulle riforme e il rispetto delle raccomandazioni europee di fare dei passi in avanti sostanziali”. 

 

Altri paesi hanno scelto di prendersi più tempo per ragioni sia tecniche sia politiche. Molti governi hanno sottovalutato la complessità di mettere insieme un piano con “target” e “milestone” – due espressioni che erano utilizzate nei memorandum d’intesa per salvare i paesi della zona euro – che sia in linea con le condizioni poste dall’Ue per ottenere prestiti e sovvenzioni: almeno il 37 per cento dei fondi deve andare al Green deal, un altro 20 per cento deve andare alla transizione digitale, i programmi devono essere super dettagliati, compresi i tempi di realizzazione. Poi c’è il capitolo delle riforme strutturali, politicamente difficili da realizzare. La Spagna è stata impegnata per mesi in un braccio di ferro con la Commissione sulla riforma del mercato del lavoro. L’Ungheria è alle prese con la richiesta di rivedere il suo sistema degli appalti pubblici. Il fatto è che il Recovery fund è debito comune. I soldi devono essere spesi e utilizzati bene e accompagnare riforme per fare in modo che le economie tornino a essere competitive. La presentazione del Pnrr e il via libera della Commissione (e poi del Consiglio dell’Ue) sono solo “un inizio”, ha ricordato Gentiloni. “Dopo l’approvazione del piano e il  prefinanziamento avremo ogni tot di mesi, probabilmente due volte l’anno, la Commissione europea che dovrà decidere se erogare la parte di finanziamento che il paese aspetta. E la Commissione lo farà non sulla base di una discrezionalità politica, ma del rispetto degli obiettivi e dei tempi che il paese stesso ha messo nel piano”, ha spiegato Gentiloni.

Nella sostanza il messaggio è questo: dalle riforme non si potrà tornare indietro. La Commissione ha scelto un approccio cauto nei negoziati preliminari con i governi. Non tutte le raccomandazioni specifiche per paese dovranno essere rispettate, ma deve comunque esserci una “sotto-categoria significativa”, spiega al Foglio un funzionario della Commissione: “Abbiamo cercato nei negoziati con gli stati membri di arrivare a un pacchetto equilibrato”. Ma una volta messe nero su bianco nel Pnrr, le riforme dovranno essere adottate nei tempi previsti se si vuole ottenere il versamento delle rate del Recovery fund. “Se uno stato membro vuole un pagamento, deve presentare la richiesta e le prove che milestone e target sono stati realizzati”, dice il funzionario. Cambiamenti al Pnrr nel corso del tempo sono possibili (“uno stato membro può chiedere un emendamento al piano”), ma annacquare le riforme appare impossibile per il ruolo di controllo che giocheranno gli altri governi (“una modifica richiede una nuova decisione del Consiglio”). La mitica Troika non c’è più, ma la Commissione ha “la possibilità di controllare e, se appare che le informazioni fornite da un governo non sono corrette, possiamo intervenire”. E se un paese incassa il 13 per cento di cofinanziamento e non rispetta gli impegni del Pnrr? “Se prende i soldi e scappa e l’implementazione di milestone o target non c’è, ci sono le basi per esigere il rimborso”, avverte il funzionario della Commissione.

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