Lo Sputnik caos della Slovacchia

Basta uno sguardo non troppo lontano per capire perché il vaccino russo non conviene

Micol Flammini

Crisi politica, dati mancanti e un lotto che crea dubbi. Dopo le critiche, il Fondo russo per gli investimenti diretti ha chiesto a Bratislava di restituire le dosi. Più aumenta la propaganda più è complicato fidarsi del farmaco

Roma. Sembrava che tutto fosse finito con le dimissioni del premier slovacco, Igor Matovic, e con la nomina di un nuovo governo. Invece lo Sputnik caos è andato avanti a Bratislava e si è trasformato in una lotta fatta di recriminazioni e accuse – che lascia capire quanto sia complicato scindere il vaccino russo dalla  propaganda – culminata con la richiesta da parte della Russia di riavere indietro le dosi di Sputnik V inviate il primo marzo. La Slovacchia era stato il secondo paese europeo ad acquistare duecentomila vaccini da Mosca. 

 

La notizia aveva creato uno sconquasso politico, parte del governo si era molto lamentata perché il premier di allora, Matovic, aveva fatto tutto da solo e si era allontanato dall’approccio europeo senza avvisare i suoi alleati politici. Matovic, dopo molte pressioni, si è dimesso, ha preteso la testa di qualche altro ministro e il ministero della Finanze per se stesso, ed è arrivato il nuovo premier, Eduard Heger. 

 

Tutte le polemiche sembrano essersi placate, ma rimaneva la domanda su cosa farsene del lotto di  duecentomila vaccini russi. Le dosi non erano state ancora usate in Slovacchia perché si aspettava che l’agenzia  che si occupa dei medicinali, la Sukl, finisse la revisione. L’Agenzia ha detto prima che era molto difficile esprimersi sulla qualità del farmaco e di non essere in grado di valutare rischi e benefici dello Sputnik V perché mancavano alcuni  dati e sui dosaggi c’erano  molte incongruenze. Ma qualche giorno dopo, giovedì scorso, la Sukl ha aggiunto un problema ulteriore alla mancanza di dati: l’agenzia ha detto che il lotto consegnato da Mosca era diverso da quello di prova e anche da quello esaminato dalla rivista scientifica Lancet, che per prima si era espressa a favore del vaccino di Mosca. Alle accuse ha reagito subito l’account di Sputnik V su Twitter, sempre molto attivo e rapido, e ha accusato gli slovacchi di aver lanciato una campagna di disinformazione. “La dichiarazione secondo cui il lotto di Sputnik V consegnato non ha le stesse caratteristiche del vaccino descritto da Lancet è falsa”. E ancora: “Tutti i lotti di Sputnik V sono della stessa qualità e sono sottoposti a rigorosi controlli presso l’Istituto Gamaleya”. Gli sviluppatori di Sputnik V hanno provato a dare qualche spiegazione alle accuse degli slovacchi e hanno detto che la Sukl avrebbe testato il vaccino in un laboratorio non ufficiale, non conforme agli standard europei e che quindi erano loro a essere nel torto e ad aver violato un contratto tramite un “atto di sabotaggio”. Per rispondere  alla accuse e dimostrare tutta la sua contrarietà, racconta sempre su Twitter Sputnik, il Fondo russo per gli investimenti diretti che ha finanziato la produzione del vaccino ha inviato una lettera alle autorità slovacche per chiedere la restituzione delle dosi “in modo che vengano utilizzate in altri paesi”. 

 

Per cercare di riparare, l’ex premier e oggi ministro delle Finanze Matovic è andato a Mosca e del risultato dell’incontro si sa poco.  A riferirne è sempre l’account del vaccino, che ha parlato di un “incontro produttivo”. La paura per i produttori di Sputnik V è soprattutto che questo giudizio negativo da parte della Slovacchia possa influenzare l’Ema, alla quale sono legati, per esempio, i possibili  contratti con la Germania. La scorsa settimana il ministro presidente della Baviera, Markus Söder, ha detto che se l’Agenzia europea per i medicinali approverà il farmaco allora potrà essere prodotto nel suo Land, e ha già firmato un contratto non vincolante. Anche il ministro della Salute, Jens  Spahn, sta negoziando con Mosca, ma si aspetta l’Ema. L’approvazione  potrebbe aprire qualche porta in più per il vaccino e facilitare il suo ingresso in un mercato importante, quello europeo, anche se l’Ue ha fatto capire che stringere dei contratti con la Russia non servirebbe ad accelerare la campagna di vaccinazione, Mosca non ha grande capacità produttiva, per sua stessa ammissione.

 

Finora il vaccino russo è stato autorizzato in 46 paesi, ma  non viene utilizzato  in tutti e 46, per questioni legate all’approvvigionamento. Molti sono in America latina, Africa e stati dell’ex Unione sovietica.  I produttori dello Sputnik  hanno puntato molto sulla comunicazione, è un vaccino che ha un account  Twitter, Instagram e  YouTube, cerca di raggiungere un pubblico ampio, di coinvolgere – su Instagram chiede alle persone di postare foto mentre si vaccinano – e di polarizzare. Questa confusione tra sanità e politica non sta facendo bene alla diffusione del farmaco, neppure in Russia. Crea dubbi, divisioni  e il caso slovacco ne è un esempio. Se è vero che Mosca ha mandato a Bratislava delle dosi diverse da quelle promesse, ci vorrà più di un account su Twitter per spiegare la posizione dello Sputnik V.  

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)