Dentro al buio di Beirut

Rolla Scolari

Cosa si intende quando si parla di collasso economico del Libano

Il buio a Beirut è arrivato quando il governo non è riuscito a dare seguito a una domanda di cambiamento. Così come non è accaduto in Iran e Iraq (in Siria pure, ma ci sono altre brutalità ancora in corso). 

  

Rolla Scolari ha raccontato i simboli della rabbia in Libano.

 

Le banche sono diventate in Libano il simbolo della corruzione di una classe economica e politica accusata di non fornire alla popolazione i servizi più basilari e che nel momento di crisi è incapace di trovare una soluzione. In seguito alle dimissioni a ottobre del premier Saad Hariri, la nomina dell'ex ministro dell'Educazione, il poco conosciuto professore universitario Hassan Diab, non ha risolto lo stallo. E l'irrequietezza cresce. Benché il neo primo ministro (non ancora attivo, visto che il governo uscente resta ad interim) sostenga una squadra di tecnocrati, come richiesto anche dalla piazza, il presidente cristiano Michel Aoun e i suoi alleati sciiti di Hezbollah e Amal restano ancorati alla pretesa di un governo politico che possa garantire la loro permanenza al potere”.

 

Gli istituti di credito sono diventati oggetto della frustrazione di una popolazione che sente sempre di più nella vita quotidiana il peso della crisi economica e finanziaria. E sono per la piazza il simbolo di tutto quanto la protesta rifiuta: la corruzione, le relazioni tra élite politiche e finanziarie, l'incapacità dei governi e delle amministrazioni di gestire un'economia al collasso. Così, adesso che settimane di stallo istituzionale hanno soltanto peggiorato la situazione, si creano file ai bancomat e agli sportelli. Le banche hanno imposto restrizioni settimanali sul ritiro in dollari e sui bonifici esteri. E i rifiuti pesano sulla popolazione. 

 

Ci fu anche una rivolta per una tassa su Whatsapp, come racconta sempre Rolla Scolari in questo reportage.

  

Intendiamoci: non è una rivoluzione di WhatsApp. E’ tanto altro: è malcontento legato a una devastante situazione economica, è un’inedita contestazione contro un regime corrotto, contro decenni di sistema confessionale che genera clientelismo e ruberia, è soprattutto il desiderio di una politica gestita dalla meritocrazia e non dall’appartenenza a una comunità. WhatsApp però in tutto questo c’entra, e molto. Perché è stata la rabbia generalizzata innescata dalla proposta del ministero delle Telecomunicazioni di una tassa di 0,18 centesimi di euro al giorno sul popolare servizio a fare esplodere un dissenso trasversale. Quei 5,5 euro in più sul bilancio del mese hanno compiuto un piccolo miracolo, mettendo d’accordo nella contestazione al governo non soltanto diverse generazioni, ma unendo nelle piazze tutte le comunità religiose di un paese frammentato fra 18 diverse confessioni. “La tassa su WhatsApp è stato il punto di non ritorno, c’era frustrazione da anni. In ogni rivoluzione esiste questo punto – dice al Foglio Innovazione Lina Hamdan, attivista, ex candidato indipendente nelle elezioni del 2018 per un seggio sciita contro i movimenti egemoni Hezbollah e Amal, oggi membro di un comitato per coordinare la rivolta. 

 

Poi l’esplosione, ieri.

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