Surviving Autocracy

Micol Flammini

L’ultimo libro di Masha Gessen ci dà un avvertimento e un consiglio per sopravvivere agli autocrati. In tre passi

Roma. Quando Donald Trump vinse le elezioni nel 2016, la giornalista russo-americana Masha Gessen aveva pubblicato un articolo sulla New York Review of Books dal titolo “Autocrazia. Regole per la sopravvivenza”, in cui raccontava della sua vita in Unione sovietica e dei tratti in comune che aveva visto prima nell’ascesa di Vladimir Putin e poi nella campagna elettorale di Donald Trump.

 

Sono segnali piccoli, quasi impercettibili, scrive la giornalista, quelli che portano al potere un autocrate e in questi anni, nel vedere questa America confusa, ha deciso di scrivere un libro, un manuale di istruzioni per sopravvivere all’autocrazia: “Surviving Autocracy”. Dal 2016 la nazione è cambiata e la giornalista del New Yorker tra le pagine del suo ultimo libro ricorda il discorso di Barack Obama poco dopo le elezioni e la notizia della vittoria di Trump. Un discorso che voleva essere una consolazione, un modo per dire che l’America sarebbe stata per sempre l’America, con i suoi valori, la sua struttura e la sua democrazia, l’ex presidente voleva dire: fidatevi, andrà tutto bene. E, nota la Gessen, non è andato tutto bene. Nessuno aveva tentato di demolire la democrazia americana e i suoi simboli, fino all’arrivo di Trump, fino al momento in cui il candidato ha vinto la nomination repubblicana, “probabilmente è stato il primo che non ha corso da presidente ma da autocrate”.

  

I primi segnali di quello che sarebbe diventato il trumpismo erano nella lingua, nel suo utilizzo del gergo più basso e delle volgarità – anche nel raccontare Vladimir Putin, nel libro “L’uomo senza volto”, Gessen insiste sul modo in cui il presidente russo aveva spogliato la comunicazione istituzionale – e nella rinuncia ai grandi discorsi, alle aspirazioni, “Trump non si preoccupa neppure di predicare dall’alto”. Questo spingere l’America verso la terra, verso il basso, il costringerla a rinnegare il suo ruolo di guida globale, la volontà di ridimensionare una nazione che si è sempre pensata grande, dura da quattro anni e i risultati si vedono e fanno male. La pandemia, durante la quale Masha Gessen ha ripreso in mano il suo libro, ha esasperato le caratteristiche della presidenza, “ha reso l’arroganza di Trump letale”. Il racconto della giornalista si ferma un attimo prima delle proteste di Minneapolis, prima delle ultime dichiarazioni incendiarie del presidente – “farò sparare!” – prima dell’immagine con la Bibbia in mano – “la tiene come se bruciasse”, ha scritto la democratica Alexandria Ocasio-Cortez – prima di queste settimane di fuoco che, dopo aver letto il libro, sembrano ancora più dolorose.

 

In “Surviving Autocracy”, Masha Gessen dà un avvertimento e poi un consiglio, traccia una via d’uscita che non è semplice, è lenta, è un labirinto, ma c’è. Scrive la giornalista che le autocrazie possono arrivare ovunque, e questo è l’avvertimento, che non bisogna mai pensare che esistano sistemi istituzionali talmente solidi e inscalfibili da essere un’eterna garanzia per la protezione della democrazia. Nessun sistema democratico è talmente forte da essere per sempre immune all’autocrazia. Masha Gessen propone una via d’uscita: sì, si può sopravvivere all’autocrazia. Come? Il primo passo è riconoscerla e chiamarla con il suo nome, senza eufemismi. Il secondo è iniziare a trattare il “trumpismo non più come una notizia”, una stravaganza, “ma come un sistema”, consente di conoscerlo meglio. Terzo: iniziare a immaginare il post Trump dell’America, che non avrà nulla a che vedere con il pre Trump, e ci sarà molto da ricostruire, ma bisogna essere preparati.