Quanto dura la popolarità dei leader nella pandemia? Risposta breve: poco

Micol Flammini

Si chiama Rally ‘round the flag: l’opinione pubblica, in un momento di crisi internazionale, tende a sostenere le istituzioni. Ma aspettiamoci cali rapidi dei consensi e con diverse gradazioni

Roma. I leader di tutto il mondo, con rarissime eccezioni, si veda il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, durante la crisi sanitaria da coronavirus hanno visto crescere la loro popolarità. Anche quelli abituati a piacere poco, come Emmanuel Macron, o quelli che sembrava non fossero più in grado di riconquistare i loro cittadini, come Angela Merkel, o quelli che sembrava impensabile potessero piacere ancora di più, come Sebastian Kurz. Capi di stato e di governo in giro per il mondo sono saliti nei sondaggi più o meno vertiginosamente e a determinare questo aumento della popolarità è stata la crisi sanitaria. Qualche dato da Europe Elects: la cancelliera tedesca è arrivata al 79 per cento quando dal 2015 il suo gradimento era sceso sempre di più; il cancelliere austriaco al 77; la premier danese Frederiksen è al 79 per cento; l’ungherese Orbán al 71; l’olandese Rutte al 75; il premier britannico Boris Johnson è arrivato al 61 per cento e Emmanuel Macron, sebbene non raggiunga i numeri da capogiro dei colleghi europei, ha guadagnato 7 punti e adesso è al 40 per cento. E Giuseppe Conte? Il presidente del Consiglio ha raggiunto il 71 per cento di gradimento.

 

Questo fenomeno, spiega al Foglio Giovanni Diamanti, cofondatore di Youtrend, ha un nome, una sua storia e basi scientifiche: “Si chiama Rally ‘round the flag, il concetto di fondo è appunto stringersi attorno alla bandiera, l’opinione pubblica, in un momento di crisi internazionale, tende a sostenere le istituzioni”. Ed ecco spiegato l’aumento simultaneo e rapido della fiducia nei confronti di governi e governanti che avviene sempre in momenti di difficoltà. “Questa tesi specifica è basata soprattutto sull’opinione pubblica americana, ma abbiamo visto in questa crisi che si è verificata più al di fuori degli Stati Uniti che al loro interno”, prosegue Diamanti. Donald Trump aveva ottenuto infatti un piccolo aumento della sua popolarità, tre punti, all’inizio della crisi e gli ultimi sondaggi lo danno in calo del 5 per cento, nell’anno in cui lo attendono le elezioni presidenziali a novembre. Ma gli annunci della Casa Bianca sono stati una serie di ordini e contrordini, c’è stata molta ambivalenza che non è servita a far chiarezza. “L’eccezionalità di questo momento ha generato un effetto chiamata alle armi, un meccanismo di autodifesa che serve ad attutire il caos. Ma questo effetto è mancato negli Stati Uniti”, dice Arturo Varvelli, esperto dello European Council of Foreign Relations.

 

Ogni leader è stato amato e apprezzato con diverse sfumature anche a seconda dell’intensità della crisi, ma c’è stato un altro fattore determinante: “Quel che noto io – prosegue Diamanti – è che gli atteggiamenti polarizzanti non hanno premiato. Trump ha continuato a esasperare i conflitti politici, ha proseguito con uno stile comunicativo radicale ed è difficile che con una strategia simile gli elettori che votano per l’opposizione, in un clima di unità nazionale, si stringano attorno alle istituzioni”. Al contrario invece si interpreta il 71 per cento di Conte che, per Giovanni Diamanti, “ha conquistato più di venti punti in un mese grazie al suo essere post ideologico, sfugge sempre alla domanda se è di destra o di sinistra, non si espone. Questo stile riesce a riunire gli elettorati in situazioni di emergenza, ma l’attacco diretto a Matteo Salvini e Giorgia Meloni della scorsa settimana rispetto al suo solito posizionamento cambia un po’ le cose. Può servire a galvanizzare i suoi ma dal 71 per cento è destinato a scendere rapidamente”.

 

La domanda è se e quanto dureranno questi numeri quando riprenderà il corso consueto della politica. Non è un effetto perenne, “dura attorno ai sei mesi, durò di più in alcune crisi, per esempio per George Bush dopo l’11 settembre. Ma parliamo di un evento che cambiò non soltanto la storia del mondo ma soprattutto quella di un paese. In altre occasioni durò molto poco, successe a Obama dopo l’uccisione di Osama bin Laden, l’effetto durò due mesi”, avverte Diamanti. Aspettiamoci cali rapidi dei consensi e con diverse gradazioni, Varvelli dell’Ecfr suggerisce di guardare la Lombardia, “che è più avanti sia nella curva pandemica sia nella gestione degli effetti politico-sociali: il consenso che si era coagulato attorno agli amministratori, come Attilio Fontana e Giulio Gallera, si sta erodendo”. Dal momento del conforto e della protezione, si passa poi a quello delle soluzioni e i punti nei sondaggi cambieranno a seconda delle risposte che i governanti saranno in grado di dare: i consensi cambieranno già nella fase di riapertura. “In Italia – ci dice Diamanti – credo che ci sarà una fase due anche nell’opinione pubblica e che le questioni economiche acquisiranno più peso rispetto a quelle sanitarie”. Sarà in questa fase due dell’opinione pubblica che probabilmente vedremo quei numeri, quei 70 per cento, abbassarsi. Ognuno con la sua velocità, ognuno con le sue gradazioni.

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