Il virus dei pieni poteri

Micol Flammini

La debolezza dei governi illiberali che per sopravvivere al Covid vogliono leggi speciali. L’Ungheria e la Polonia

Roma. Dopo settimane trascorse a cercare un nesso tra il coronavirus e l’immigrazione, il governo ungherese è riuscito a capire cosa poteva tirare fuori da questa crisi sanitaria che sta colpendo tutto il mondo: i pieni poteri. Budapest è stata tra i primi a dichiarare lo stato di emergenza. Rispetto ad altre nazioni, tra cui l’Italia, è stata meno colpita, i primi due pazienti a risultare positivi al Covid-19 erano due studenti iraniani che avevano trascorso un periodo di vacanza a Teheran. Ecco che il legame tra il virus e l’immigrazione sembrava anche piuttosto semplice e diretto, lo stato di emergenza sarebbe dovuto durare due settimane ma venerdì scorso il governo ha deciso di chiedere al Parlamento di estenderlo e di assicurare al premier Viktor Orbán poteri straordinari, per meglio contenere la diffusione del virus.

 

Ieri in Ungheria, mentre l’Aula discuteva della possibilità di estendere le competenze dell’esecutivo, i contagiati sono arrivati a 167, i morti sono sette, e Fidesz, il partito che governa la nazione dal 2010, ha chiesto al Parlamento di poter estendere lo stato di emergenza fino a quando sarà necessario – e di stabilire fino a quando sarà necessario se ne occuperà il governo. Il progetto di legge presentato ieri dal ministro della Giustizia Judit Varga prevede che l’esecutivo governi attraverso decreti, che il Parlamento venga sospeso, e chiude la strada a ogni possibile elezione anticipata o a referendum. Ma soprattutto, chi diffonde notizie false sul coronavirus potrà essere punito con cinque anni di carcere. Quest’ultimo punto, avvertono le opposizioni, potrebbe essere facilmente utilizzato per criminalizzare quel poco di stampa critica rimasta in Ungheria. Per il governo si tratta di misure senza precedenti, ma dettate dalla necessità di far fronte all’emergenza sanitaria. Il portavoce di Orbán, Zoltán Kovács, ha scritto su Twitter che ogni tentativo da parte dei media di definire la legge come una minaccia per la libertà di stampa sarebbe stato “irresponsabile e di parte”.

 

In Parlamento durante la discussione il premier ungherese ha detto ai deputati dell’opposizione “non abbiamo bisogno di voi per risolvere questa crisi”, e Budapest ha così fatto un ulteriore passo avanti verso il compimento del sogno del premier: l’instaurazione di una democrazia illiberale. Ieri qualche giornalista indipendente ha denunciato la cattiva gestione della crisi sanitaria. Il numero basso di contagiati potrebbe essere dovuto agli scarsi tamponi: su una popolazione di dieci milioni di persone, ne sono state testate cinquemila. L’Ungheria ha chiuso i confini, i bar, i ristoranti, le scuole, ma il sito di notizie Index nel fine settimana raccontava che negli ospedali mancano mascherine e che nei pronto soccorso i sospetti casi di Covid vengono tenuti in stanze assieme ad altri ammalati. La prevenzione è poca, ma il governo è stato rapido nel cogliere l’occasione politica che la crisi gli stava offrendo.

 

In Polonia – l’altro stato dell’est Europa governato da un partito nazionalista, che ha cercato di approfittare dell’emergenza del coronavirus per indebolire le istituzioni democratiche – il numero dei contagiati è più del triplo di quello dell’Ungheria: 684 positivi e 8 morti. Varsavia è stata tra le prime a fermare tutto, ha chiuso le frontiere e con le frontiere le scuole, i ristoranti, i parrucchieri, le discoteche. Ha subito messo in quarantena chi arrivava da zone a rischio. Si è mossa in fretta, ma comunque il PiS, il partito di governo, ha cercato di approfittarne e ha ottenuto dei poteri straordinari. A maggio dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali, ma è stato imposto il blocco della campagna elettorale. Non sono consentiti assembramenti, quindi nemmeno comizi e i partiti dell’opposizione chiedono che il voto venga rimandato. Esiste anche il parere degli esperti, tutti d’accordo nel definire un azzardo un’elezione così vicina. Un rischio per la salute dei cittadini ma anche per la rappresentatività del voto. Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS ma senza incarichi istituzionali, ieri ha detto che posticipare l’elezione presidenziale darebbe il tempo alle opposizioni di mettersi d’accordo per formare un fronte comune contro il PiS. Nel frattempo i candidati di questo fronte comune per ora inesistente, come ordinato dal governo, hanno interrotto ogni appuntamento elettorale. Il presidente in carica, Andrzej Duda, anche lui del PiS e in corsa per un secondo mandato, continua a farsi vedere in pubblico, a dominare nei servizi televisivi, a fare apparizioni. Non c’è ospedale, chiesa, fabbrica e anche supermercato in cui non sia comparso. La crisi sanitaria ha imposto la fine della campagna elettorale, ma lui, anche se candidato è pur sempre presidente.

 

In un editoriale apparso la scorsa settimana sul quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, europeista e contrario al governo, il direttore Jaroslaw Kurski scriveva che è nelle situazioni di crisi come questa che i governi populisti si mostrano in tutte le loro carenze e la loro debolezza. Per non farle vedere, queste debolezze, ricorrono a poteri speciali che servono a far tacere i partiti di opposizione, a mostrarsi i soli, gli unici e più forti di quello che sono. E di questi esempi, di governi deboli, il coronavirus ne sta facendo venire fuori tanti.

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