L'Ue teme che l'emergenza del coronavirus si mescoli a quella migratoria

Luca Gambardella

Nei campi profughi tra Grecia e Turchia il virus potrebbe già essere presente, senza che nessuno abbia potuto accorgersene. Alle porte della fortezza europea i rischi di un contagio sono elevatissimi 

L’Unione europea è sempre più preoccupata dai rischi di una diffusione del Covid-19 tra le migliaia di profughi ammassati al confine tra Grecia e Turchia. Il virus potrebbe già nascondersi nei campi dei migranti senza che sia possibile identificarlo, né tantomeno prestare l’assistenza sanitaria necessaria, per una ragione semplice: non c’è modo di fare controlli. All’inizio di questa settimana Serdar Kilic, ambasciatore turco negli Stati Uniti, ha ammesso candidamente a Nbc News che non esiste alcun tipo di supervisione sanitaria per arginare un possibile contagio di coronavirus su chi sconfina in Turchia. E questo vale sia per chi proviene dalla Siria sia per chi arriva dall’Iran. “Ci sono 900 mila persone (al confine tra Siria e Turchia, ndr). Come pensate sia possibile controllarli? E’ una missione impossibile”, ha spiegato Kilic. I numeri dei rifugiati accolti dalla Turchia fino a oggi sono enormi: i siriani che vivono nel paese 3,6 milioni e nelle ultime settimane, dopo l’offensiva turca a Idlib, altre migliaia di profughi hanno superato il confine turco per fuggire dai combattimenti. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha usato i fuggitivi siriani in merce di scambio per ottenere l’aiuto dell’Ue nei negoziati sulla Siria e ha minacciato, viceversa, di aprire le frontiere con la Grecia, causando una crisi migratoria simile a quella del 2015.

 


 Una veduta del campo di Moria a Lesbo (foto LaPresse)


 

Ma a differenza di cinque anni fa, oggi il rischio della riapertura della rotta balcanica è aggravato dalla pandemia di coronavirus e l’Ue è preoccupata di completare quella “missione impossibile” di cui parlava l’ambasciatore turco: impedire che i migranti ammassati ai confini possano propagare ulteriormente il virus in Europa. Secondo l’ong Medici senza frontiere serve un’immediata evacuazione del campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, dove all’inizio della settimana c’è stato un primo cittadino greco contagiato dal Covid-19. “Il rischio della diffusione del virus tra chi vive nei campi è estremamente alto”, spiega un comunicato diffuso ieri dall’ong. A Moria attualmente vivono 42 mila richiedenti asilo, in un campo che potrebbe ospitarne al massimo 6 mila. “In alcune casi, c’è solo un rubinetto d’acqua ogni 1.300 persone e non c’è sapone”, ha detto Dr. Hilde Vochten, coordinatore di Msf in Grecia.

 


Profughi a Pazarkule, nella regione turca di Edirne (foto LaPresse)


 

Anche sulla terra ferma, a nord della Turchia al valico di Kastanies, le condizioni sanitarie sono preoccupanti. Nel paese, Erdogan ha tentato da subito di ridimensionare i rischi di un contagio. Seguendo l’esempio russo, dove ogni notizia sui numeri reali del coronavirus è contingentata, il governo turco ha ufficializzato appena due contagi, nonostante in Iran ¬– al confine con la Turchia – i casi siano 9 mila (almeno secondo i dati ufficiali). La gran parte dei migranti diretti in Europa, che ora è accampata al confine con la Grecia, è composta da afghani e pachistani che hanno transitato proprio dall’Iran. Solo stamattina il governo turco ha deciso di chiudere le scuole per una settimana e ha avviato una sanificazione che ha interessato soprattutto le grandi città e i luoghi di frontiera, come il distretto di Karaagac, vicino al confine greco.

 


Migranti appena sbarcati a Skala Sikaminias, Lesbo (foto LaPresse)


 

Il tempo stringe e l’Ue studia nuovi disincentivi per i migranti che intendono sconfinare in Europa. La scorsa settimana, le autorità europee avevano espresso solidarietà ad Atene, che aveva tenuto il polso fermo e aveva respinto (anche in violazione del diritto internazionale) chi tentava di sconfinare dalla Turchia. La Commissione Ue aveva promesso un aiuto concreto ai greci e ieri Frontex ha dispiegato nel paese il nuovo Rapid Border Intervention: 100 ufficiali provenienti dalle polizie di frontiera di 22 paesi membri (in Grecia ce n’erano già 500), aerei da ricognizione e motovedette. E sempre ieri, la commissaria Ue per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha proposto di offrire 2 mila euro per ogni migrante arrivato sull’isola di Lesbo dallo scorso 1° gennaio per convincerli a tornare nei loro paesi di origine. La proposta formulata dall’Ue è una toppa dovuta all’emergenza che, ha spiegato Johansson da Atene, sarà valida solo per un mese. Chissà se basterà a scongiurare che l’emergenza migratoria aggravi quella sanitaria che è già in corso. E se davvero ci sarà tra i migranti chi approfitterà della nuova “offerta lampo” lanciata da Bruxelles.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it