L'ottimista McAfee ci spiega gli errori apocalittici di Greta-person-of-the-year

Mattia Ferraresi

Il professore del Mit: “Non serve cambiare il sistema per salvare il pianeta”

Il professore del Mit Andrew McAfee ha scritto un libro che delude gli apocalittici del clima e mette in fuorigioco chi invoca riforme radicali delle strutture del capitalismo. Toglie il terreno sotto ai piedi dei bastonatori della globalizzazione di destra e di sinistra. Lo ha intitolato More from Less non perché spiega cosa dovrebbero fare le economie avanzate per arrivare, un giorno, a produrre più ricchezza utilizzando meno risorse, ma perché le economie avanzate hanno già invertito una relazione che intuitivamente appare inscalfibile.

 

Dopo una lunga stagione segnata dallo sfruttamento incontrollato di risorse nel nome della crescita, con notevoli conseguenze sull’ambiente, i paesi industrializzati hanno escogitato nuovi metodi per coniugare progresso e sostenibilità, cosa che ha diminuito l’impatto ambientale senza intaccare la creazione di nuova ricchezza. Secondo il meticoloso studio di McAfee questo è successo grazie alla virtuosa combinazione di capitalismo, progresso tecnologico, coscienza pubblica e azione dei governi, i “quattro cavalieri dell’ottimismo” che guidano lo sviluppo delle società umane verso un avvenire migliore.

Il ricercatore che da anni studia l’impatto dell’information technology sull’economia ha limitato il suo raggio di interesse agli Stati Uniti, per un fatto di dimensione e di disponibilità di dati affidabili: l’America produce circa un quarto della ricchezza globale e sull’andamento della sua economia ci sono dati che in altre aree del pianeta sono frammentati o semplicemente indisponibili, ma dalla traiettoria americana si possono dedurre considerazioni globali. “Il cuore della mia tesi è che l’economia americana sta crescendo mentre cala la quantità di risorse che usiamo per sostenere questo processo di crescita”, dice McAfee al Foglio, spiegando che i risultati della ricerca hanno largamente superato il moderato ottimismo con cui si era accostato al progetto.

 

“A un certo punto dello sviluppo umano la relazione fra produzione e consumi è cambiata: non è accaduto in modo automatico o naturale, è piuttosto l’esito di una complessa serie di decisioni e scelte orientate allo sviluppo di innovazione tecnologica”, dice il professore americano. Se si scava nella complessità dei processi ci si imbatte in un punto sintetico: “Il fatto è che nell’èra digitale abbiamo inventato nuovi strumenti che ci hanno permesso di sostituire su larga scala gli atomi con i bit, cioè con unità d’informazione. Si tratta di una rivoluzione di portata enorme, perché le aziende pagano per gli atomi, per i prodotti, ma non per i bit. Il settore privato si è trovato di fronte a una gigantesca pressione per trovare modi più economici e meno dannosi per l’ambiente per produrre merci e servizi: e ce l’ha fatta. Le risorse energetiche a livello globale non decrescono, mentre l’economia cresce”.

 

Potrebbe essere la premessa per una semplice difesa dello status quo: se il tanto criticato sistema capitalistico si corregge da sé, perché farla tanto lunga con la necessità di cambiare modi di produzione e atteggiamenti per salvare il pianeta dalla catastrofe? Non è questa la versione della storia che propone McAfee: “Abbiamo dimostrato di essere molto bravi a risolvere i problemi una volta che li individuiamo e ci decidiamo a risolverli”.

 

“Alcuni problemi fondamentali del nostro tempo non si risolvono da sé – continua McAfee – ma l’esperienza degli ultimi decenni ci dice che possiamo risolverli se ci decidiamo a farlo, ma senza abbracciare un nuovo paradigma. Il climate change è una realtà innegabile, ma abbiamo gli strumenti per contrastarlo se c’è la volontà”. Questo ottimismo circa le potenzialità del binomio capitalismo-tecnologia mette McAfee in contrasto con la battaglia ambientalista così come la concepisce la persona dell’anno del Time, Greta Thunberg, e gli attivisti che il venerdì scioperano per salvare l’ambiente. Greta di recente ha detto che la crisi climatica non riguarda soltanto l’ambiente, ma è una crisi dei “diritti umani, della giustizia e della volontà politica” alimentata “dai sistemi di oppressione coloniali, razziali e patriarcali” che vanno “smantellati”.

 

 

McAfee sostiene invece una posizione più modesta, che circoscrive il problema senza minimizzarlo: “Il climate change è un problema di inquinamento. E’ una questione seria, ma va messa nel giusto contesto. Guardiamo agli ultimi cinquant’anni: abbiamo fatto progressi enormi nel ridurre i livelli di inquinamento nei paesi industrializzati. L’aria, l’acqua e il suolo sono molto più puliti di cinquant’anni fa, e non perché, come dice qualcuno, abbiamo trasferito l’inquinamento in Cina. Nel frattempo abbiamo anche salvato molte specie dall’estinzione e ripopolato ecosistemi che sembravano in dissoluzione. Il miglioramento è il frutto di una serie di decisioni intelligenti e responsabili nei cicli di produzione. Non c’è alcun bisogno che ripensiamo il nostro sistema economico per difendere l’ambiente”.

 

Mentre una buona parte dell’attivismo ambientalista parla di sovrappopolazione e rovesciamento delle strutture del capitalismo, McAfee sostiene che occorre invece concentrarsi sulla riduzione delle emissioni, pratica già ben avviata e che a suo dire va sostenuta e accelerata, e sulla protezione della biodiversità”. Tutto il resto è un sovrappiù ideologico sacrificato sull’altare di una visione apocalittica. Il contrario dell’ottimismo neoilluminista di cui McAfee è interprete e che ha nell’intellettuale Steven Pinker il suo nume tutelare. Nelle sue ricerche, McAfee è anche incappato in una soluzione semplice e pratica alla questione dell’impatto ambientale: l’energia nucleare. “Prima di scrivere il libro – dice McAfee – nutrivo, come molti, un sentimento di paura verso il nucleare, figlio dell’eredità del Novecento. Ma è un istinto irrazionale, smentito dai dati: il nucleare è potente, non è intermittente, è sicuro, praticamente inesauribile e le gestione delle scorie non ha quasi fatto vittime, contrariamente allo smaltimento degli scarti dei combustibili fossili. Capisco bene la paura che il nucleare incute, perché l’avevo anch’io, ma non si può costruire il futuro su qualcosa di irrazionale”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.