Kim Jong un (foto LaPresse)

Follow the money. L'Italia fa da ponte tra l'Europa e la Corea del nord

Giulia Pompili

Il nostro paese chiede un’esenzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per portare soldi a Pyongyang. La diplomazia del riso è più efficace di Pompeo

Roma. Mentre i colloqui tra America e Corea del nord sembrano ancora in stallo, e il segretario di stato Mike Pompeo vola a Bangkok all’East Asia Summit per cercare di riattivare il dialogo con i nordcoreani dopo gli ultimi test missilistici, qualcosa si muove. E si muove molto vicino a noi. Il 1° luglio scorso l’ufficio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che si occupa delle sanzioni contro la Corea del nord ha per la prima volta autorizzato il trasferimento di alcuni fondi in Corea del nord. Non macchinari, non attrezzature, ma soldi. E c’è di più. La domanda era stata presentata a giugno dalla rappresentanza permanente dell’Italia all’Onu di New York, ed è la prima autorizzazione rilasciata che riguarda denaro, e non beni, sin dall’approvazione della risoluzione numero 1718 del 2006, quella che impone le sanzioni economiche contro la Corea del nord.

 

 

L’esenzione riguarda un progetto di Agriconsulting Europe, gruppo internazionale con sede in Belgio che fa capo alla Agriconsulting Group, colosso italiano di servizi e assistenza nel settore agricolo. Non è un progetto privato: periodicamente, per gestire l’ufficio di sicurezza alimentare in Corea del nord, il Servizio europeo per l’azione esterna – cioè il braccio operativo della politica estera dell’Unione – pubblica un bando di partecipazione destinato alle società che si occupano di cooperazione allo sviluppo del settore agricolo. Dopo anni in cui l’ufficio europeo in Corea del nord era gestito dalla tedesca Afc Consultants International, questa volta la gara internazionale di assistenza tecnica se l’è aggiudicata Agriconsulting, che ha progetti di cooperazione in oltre quaranta paesi nel mondo. Ma per gestire il fondo messo a disposizione dall’Europa – 2 milioni e 478 mila euro – la Agriconsulting aveva bisogno di trasferire i soldi lì, per pagare gli stipendi, gestire gli uffici, acquistare materiali e mezzi di trasporto. Tutte cose impossibili visto che anche l’importazione delle pinne da sub in Corea del nord configura una violazione delle sanzioni. Ed ecco quindi la richiesta di esenzione, approvata qualche settimana fa. “Non è chiaro come verranno trasferiti i fondi, visto che attualmente non esiste un canale bancario operativo proprio per via delle sanzioni”, ha scritto ieri Colin Zwirko su Nk News, e il trasferimento di denaro contante (le famose valigette), anche se per motivi umanitari, è un metodo criticato perché mette in pericolo la sicurezza di chi lo trasporta ed è meno tracciabile. Se la Agriconsulting è la prima ad avere una esenzione di questo tipo, da tempo le organizzazioni umanitarie che lavorano in Corea del nord chiedono l’allentamento delle sanzioni, perché il sistema è diventato troppo complicato. Allo stesso tempo, la crisi alimentare in Corea del nord, così come mostrato da alcuni report indipendenti, anche dell’Onu, è diventata un’emergenza. Una situazione aggravata proprio dall’isolamento economico imposto dalla comunità internazionale dopo le ultime provocazioni del 2017 da parte della Corea del nord.

 

 

Che sia l’Italia a chiedere un’esenzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per portare soldi in Corea del nord è curioso: nel campo della cooperazione nella penisola siamo tradizionalmente protagonisti sin dai tempi della Guerra di Corea (grazie alla Croce Rossa), eppure, negli ultimi anni, il nostro paese si è distinto per alcuni traffici poco leciti con la Corea del nord e per la violazione delle sanzioni (dalle pinne da sub ai gioielli). C’è ancora da chiarire la nota vicenda di Kim Su Gwang, spia nordcoreana infiltrata al World Food Programme di Roma, licenziato nel 2015 e per anni rimasto a trafficare in Italia – come documentato dal panel di esperti dell’Onu fino al 2017. E poi c’è lo strano caso dell’ambasciatore facente funzioni a Roma, il nordcoreano Jo Song Gil, sparito dalla circolazione nel novembre del 2018, un buco nero della diplomazia e un pasticcio politico internazionale.

 

In questo contesto, l’azione della romana Agriconsulting sembra un ponte europeo verso la Corea del nord.

 

Da tempo l’Unione cerca un ruolo nel processo di apertura della Corea del nord al resto del mondo. Dal punto di vista diplomatico Bruxelles ha potuto fare ben poco – nell’ultimo anno e mezzo tutti gli sforzi si sono concentrati nelle relazioni bilaterali tra Pyongyang e Seul e Pyongyang e Washington – e soltanto la Svezia continua ad avere un ruolo fondamentale nelle trattative con i funzionari nordcoreani (l’ambasciata svedese a Pyongyang è la prima che viene attivata, di solito, quando c’è qualche cittadino straniero nei guai nel paese). Nel campo degli aiuti umanitari e della cooperazione, però, l’Ue è il maggior donatore nei confronti della Corea del nord. “Tuttavia la Commissione europea non può disporre di un finanziamento diretto per il paese, e gli aiuti devono essere esclusi dal bilancio generale dell’Ue, derubricati alla sezione ‘sicurezza alimentare’”, ha detto al Diplomat Tereza Novotna, Marie Sklodowska-Curie fellow ed esperta di questioni tra Ue e Corea, “La situazione potrebbe semplificarsi se fosse istituita una delegazione dell’Ue a Pyongyang, che sostituisca l’attuale ufficio per la sicurezza alimentare che assuma esperti della Commissione anziché consulenti”. Come dicono spesso i sudcoreani, la diplomazia si fa con il riso.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.