Violenza antifa

Mattia Ferraresi

L’aggressione premeditata a un giornalista nel nome dell’antifascismo confonde vittime e carnefici

Il giorno prima della manifestazione degli antifa a Portland, in Oregon, il giornalista Andy Ngo era preoccupato. I militanti nerovestiti che nel nome dell’antifascismo intimidiscono, spaccano vetrine e possibilmente anche ossa avevano promesso al giornalista “di destra e islamofobo” un trattamento speciale. Ngo era, a loro dire, un complice delle forze reazionarie che usando il paravento del diritto di cronaca fomentava le forze più oscure cresciute nell’humus trumpiano. Facendo d’ogni giornalista sgradito un fascio, hanno scritto sui social che Ngo aveva partecipato alle manifestazioni dei Patriot Prayer, un gruppo di estrema destra, e dei Proud Boys, l’organizzazione ispirata dal commentatore Gavin McInnes che è stata ribattezzata “il fight club della alt-right”. Ngo aveva in realtà documentato con telecamera e voce le manifestazioni delle forze paratrumpiane e altrettanto aveva fatto con le schiere organizzate dei social justice warrior, spiegando ai microfoni del conservatore muscolare Tucker Carlson che gli incappucciati che bersagliano gli avversari con simbolici “milkshake”, ma all’occorrenza pure con le molotov, cercano in modo perverso un qualche significato nell’uso smodato della violenza, non importa se diretta contro nemici politici o contro ombre indistinte che si muovono nella cortina fumogena delle loro intenzioni. L’analisi di impronta girardiana, alimentata da solide prove documentali, non ha salvato Ngo dalla riduzione al rango di agente provocatore del fascismo montante.

 

  

Gli antifa sono stati di parola. Lo scorso fine settimana lo hanno accolto a suon di calci e pugni nelle strade della sua città, mandandolo all’ospedale con un’emorragia cerebrale fortunatamente non grave. I milkshake che gli hanno lanciato addosso erano corretti con cemento a presa rapida. L’agguato premeditato è stato condannato da voci autorevoli del giornalismo americano, ma altri commentatori di testate rispettabili hanno giustificato l’accaduto, asserendo che Ngo non è un giornalista ma uno squadrista sotto mentite spoglie. Commentando le tracce di cemento lasciate dai milkshake preparati per l’occasione, Christopher Mathias dell’Huffington Post ha scritto che queste armi “hanno l’enorme pregio di rivelare che i fascisti e i loro complici sono in realtà dei giganteschi, fottuti snowflake”, dei vittimisti che chiedono aiuto alla maestra ogni volta che qualcuno osa criticarli.

 

Lo schermo concettuale degli accusatori di Ngo è la negazione dell’equivalenza morale della violenza commessa dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, dogma universalmente accettato nel dibattito pubblico americano. Chi osa tracciare anche la più cauta analogia fra le squadracce con il cappellino “Make America Great Again” e gli incappucciati neri viene immediatamente squalificato dalla conversazione civile. Ngo è un giornalista di Quillette, giornale online australiano, con diramazioni in tutto il mondo anglosassone, che porta avanti una battaglia contro i diktat del politicamente corretto da solide posizioni liberali. Il cronista è figlio di immigrati vietnamiti ed è apertamente gay, due fatti che sarebbero completamente irrilevanti se non fosse che gli antifa si proclamano acerrimi avversari della supremazia bianca, dell’omofobia e del patriarcato. Ngo rappresenta, nella loro visione, un esemplare particolarmente perverso di traditore e double agent al servizio del nemico. In questa visione rovesciata, la sua appartenenza a minoranze vessate non è che una maschera per inscenare il ruolo di vittima in modo più credibile. In realtà, il motivo dell’accanimento degli antifa per Ngo è nel suo lavoro giornalistico. Il cronista ha documentato in modo meticoloso una serie di falsi attacchi da parte di estremisti di destra utilizzati per esasperare un clima di odio politico e giustificare così la legittima resistenza degli antifa. Da quando Donald Trump è stato eletto sono aumentati gli hate crimes e i crimini a sfondo razziale, ma sono aumentate anche le false accuse e le denunce che poi si sono rivelate farlocche. Ngo ha eseguito con certosina pazienza il complicato lavoro di distinguere il falso dal vero, attività non gradita agli antifa, che si sono così risoluti a ricorrere ai metodi preferiti dai loro avversari.

 

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.