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Facce da protesta

Venti minuti di applausi per il film sul giornalista russo Golunov, timida icona di uno scricchiolio

29 Giugno 2019 alle 06:00

Roma. Ivan Golunov di se stesso avrebbe preferito non far sapere nulla, avrebbe preferito l’anonimato, condizione più consona alla sua timidezza. Invece è diventato un’icona e mentre torna in strada dopo l’arresto, mentre scopre che amici, colleghi e cittadini avevano fatto di tutto per sostenerlo, lui sorride, piange, piange, sorride e confuso dice guardando le persone che lo aspettano fuori: “Che sta succedendo, non capisco, c’è uno spettacolo?”. Lo spettacolo è lui, la sua scarcerazione. Le immagini che descrivono questa scena sono parte di un documentario della durata di venti minuti realizzato da Meduza, la testata online per cui Golunov lavora, e la casa di produzione Bandiera nera, Chernaja flaga, dal titolo “Saving Ivan Golunov”.

 

Il giornalista era stato arrestato a inizio giugno con l’accusa di spaccio, la polizia sosteneva di avergli trovato nella tasca della droga – nel documentario la sua amica e collega Svetlana, avvertita per prima dell’arresto, racconta che l’agente che le telefonò le disse che Ivan con una mano scriveva articoli e con l’altra vendeva stupefacenti – il ministro dell’Interno diffuse delle foto di un appartamento pieno di droga sostenendo che fosse l’abitazione del giornalista. La droga in tasca in realtà l’aveva messa la polizia durante l’arresto e le foto non venivano da casa di Golunov. Tanti gli errori, troppe le bugie e il giornalista è stato rilasciato.

 

Il documentario racconta questo, la prima grande vittoria della società civile sulle autorità russe, racconta come si è organizzata la piazza, i nomi, i volti, il contatto tra i giornalisti, la rabbia e l’esasperazione. Dopo la notizia dell’arresto, la redazione di Meduza ha iniziato a organizzarsi, il caporeddattore Galina Timchenko ha preso contatti con le altre testate, da Riga, dove ha sede la redazione, i colleghi di Golunov si sono spostati a Mosca per assistere alle manifestazioni in suo sostegno. L’importante era organizzare la protesta in modo che venissero evitati gli arresti, farla il più ordinata possibile, testarda ma silenziosa, tenace ma non provocatoria. Con i cartelli, pochi slogan, nel documentario si sente gridare in modo ritmato “Svobodu, Svobodu”, libertà libertà, evitare lo scontro con la polizia che rimane a guardare i ragazzi e non interviene.

  

Poi la telecamera entra in Tribunale e ci mostra le immagini di Ivan che piange dietro le sbarre, i giornalisti vanno incontro alla cella in cui è tenuto, una voce gli domanda perché secondo lui si trova lì, “per i funerali”, risponde. Galina Timchenko invece gli grida di stare tranquillo, tutti parlano di lui, “sei anche sul New York Times”. L’inchiesta di Ivan sui funerali è uno dei suoi ultimi lavori, lui è il corrispondente da Mosca per la testata, i suoi articoli riguardano soprattutto la corruzione e di nomi e di legami tra autorità nei suoi lavori ne sono venuti fuori parecchi, nessuno di altissimo livello. Il suo caso non era di interesse del Cremlino, piuttosto a ordinarne l’arresto è stato qualche funzionario. Golunov aveva scoperto che quello dei funerali era un business dietro al quale gira molta corruzione, prima dell’arresto aveva pubblicato la prima puntata e stava ancora lavorando alla seconda parte del suo lavoro. Mentre Golunov era in attesa della sentenza, i suoi colleghi cercavano di raccontare la storia, di diffonderla, la Timchenko teneva le relazioni con i direttori delle altre testate, “Vedomosti è pronto, Kommersant è pronto”, dice mentre prepara la resistenza per Ivan e informa la redazione delle copertine dei tre giornali economici con la scritta “Io/noi siamo Ivan Golunov”.

   

Esiste un prima e un dopo Ivan Golunov, il suo arresto è il momento in cui i giornalisti hanno realizzato che chiunque poteva essere arrestato, a chiunque poteva finire in tasca della droga, il giorno della prima udienza in Tribunale un giornalista grida: “Potresti essere il prossimo, studia la storia, in Unione sovietica ti avrebbero già sparato”. Lo grida a una guardia fuori dal tribunale, lo grida a tutti, lo grida alla Russia. Dopo la scarcerazione del giornalista le manifestazioni sono continuate, Golunov è ormai un’icona, un simbolo, il suo nome continua a essere pronunciato durante le proteste. Il suo arresto è stato un momento della coscienza, un risveglio, l’istante in cui tutti si sono sentiti in pericolo e hanno capito che qualcosa può essere smosso. La società civile si è svegliata e le proteste, come quelle di domenica scorsa, non sono più popolate da chi si arrabbia per le pensioni o per le leggi di internet, in strada c’è qualcosa di diverso, c’è unità. Il giornalismo anche ha scoperto una sua nuova dimensione, si sta riorganizzando: le manifestazioni erano state organizzate dall’Unione dei giornalisti, Golunov, il redattore troppo timido per tutte quelle telecamere, che festeggia abbracciando il suo cane dalmata enorme, protagonista di uno spettacolo non gradito, è forse l’inizio di una trasformazione.

Micol Flammini

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