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Eccolo, il guizzo democratico

Hong Kong, Mosca e ora Istanbul. Nel giro di un paio di settimane abbiamo scoperto che quando i regimi scricchiolano fanno sempre lo stesso rumore: questo

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

25 Giugno 2019 alle 06:10

Eccolo, il guizzo democratico

Ekrem Imamoglu è stato eletto sindaco di Istanbul, con il 54 per cento dei voti ha sconfitto il suo rivale, l’erdoganiano Binali Yildirim (foto LaPresse)

Il voto dei cittadini di Istanbul, la piazza enorme di Hong Kong contro la legge sull’estradizione, la protesta in Russia contro l’arresto del giornalista Ivan Golunov: nel giro di un paio di settimane abbiamo scoperto che ci sono delle crepe persino negli autoritarismi più compatti e indefessi, e che la democrazia ha ancora risorse da spendere per salvarsi, addirittura per rafforzarsi. Nelle nostre democrazie cosiddette mature si sta sviluppando un continuo adeguamento a ogni genere di bruttura: lo studioso Slawomir Sierakowski ha coniato la fortunata definizione di “populismo di teflon”, gli scandali non scalfiscono certi poteri e certe leadership. Accade in Austria, in Polonia, in America, anche qui, sotto i nostri occhi. Ogni paese ha il suo teflon di riferimento, ma conta anche la sostanziale indifferenza con cui molti eventi vengono accolti: distratti o rassegnati, ci stiamo abituando un po’ a tutto, come se questa stagione di illiberalismo e nazionalismo fosse inevitabile. Laddove invece l’illiberalismo è quotidianità da molti anni, dove le brutture sono diventate la regola o lo sono sempre state, la soglia di accettazione si sta abbassando. La dittatura non è inevitabile. Una reazione è fisiologica dopo regimi durati decenni? Può essere, ma non era scontata, anzi. Non era scontato che alla riedizione delle elezioni a sindaco di Istanbul l’opposizione al presidente Recep Tayyip Erdogan riuscisse a imporsi con ancora più forza rispetto al marzo scorso; non era scontato che la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, finisse per scusarsi tante volte per aver voluto far passare una legge pericolosa, l’estradizione alla Cina: la legge non è stata ritirata, ma la sospensione a tempo indeterminato è in ogni caso significativa così come la consapevolezza della Lam che nei tre anni che le mancano alla fine del suo mandato dovrà tenere conto di questa protesta; non era scontato che di fronte all’arresto pretestuoso di un giornalista investigativo in Russia, con botte, prove false e lacrime in tribunale, il Cremlino decidesse di fare un passo indietro, e di sollevare Golunov da ogni accusa. Non era scontato ed è successo.

 

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A Istanbul, Erdogan ha sbagliato ogni cosa e gli elettori della città hanno mostrato quanto può essere forte la pazienza strategica

A Istanbul Erdogan non poteva fare un calcolo più sbagliato. E sì che il presidente turco è considerato un politico abile e astuto, da grande consenso popolare, da trasformazioni epocali, la Turchia è tutto un altro paese da quando Erdogan ha preso il potere nel 2003, sedici anni fa. Eppure a Istanbul Erdogan ha sbagliato ogni cosa. Ha sbagliato a intestardirsi soprattutto, a far diventare decisiva una contesa rischiosa (e infatti da ultimo, avrete notato, non si è visto tanto Erdogan a sostegno del suo candidato: deve aver intuito l’azzardo), a denunciare brogli a proprio sfavore – fa venire tantissimo in mente Icaro – e a pretendere una nuova elezione per sistemare l’affronto. Ci pensate? Il presidente-padrone della Turchia denuncia irregolarità alle elezioni a sindaco di Istanbul perché il suo candidato è arrivato secondo, e questo è inaccettabile. E poi, alla conta successiva, perde di nuovo. Anzi, perde di più. Ekrem Imamoglu del Partito repubblicano del popolo (il Chp) ha conquistato 750 mila voti in più rispetto al suo avversario, Binali Yildirim, dell’Akp erdoganiano, quando alla elezione scorsa, quella contestata, il suo vantaggio era di poco più di 13 mila voti (è stato sindaco per una ventina di giorni, poi si è tornati nel limbo elettorale). Erdogan si è intestardito e ha perso, e l’Akp che ha dominato Istanbul per 25 anni – Erdogan stesso ha lanciato la propria carriera come sindaco a Istanbul – oggi non lo fa più.

 

Errori, debolezza, stanchezza. Le ragioni dei passi indietro sono molte. Ma a volte basta semplicemente guardare l’effetto finale

Perché Erdogan ha sbagliato il calcolo? Gli esperti danno molte spiegazioni, che hanno a che fare con gli equilibri dentro al regime, insofferenze di vario genere che si accompagnano alle fasi declinanti, la crisi economica poi, profonda. Anche l’assenza di un successore indicato da Erdogan con chiarezza contribuisce a creare fastidi e insicurezza, tanto che si parla di fuoriusciti e ribelli che vogliono creare una via alternativa – sempre di regime, non facciamoci eccessive illusioni – a Erdogan, prendendo le distanze dal presidente. Sono tutte motivazioni legittime, ma forse la spiegazione ha più a che fare con il fatto che Erdogan non ha tenuto conto dei guizzi insopprimibili della democrazia, nemmeno della pazienza strategica di chi non è disposto a cedere tutto dei propri diritti conquistati. Ci siamo spesso soffermati sulla capacità delle forze sovversive di aspettare il momento giusto per occupare vuoti lasciati da leadership una volta ben più volenterose e liberali di quanto lo siano adesso, ma stiamo scoprendo che, tra errori e debolezze, possa innescarsi un processo virtuoso. E’ accaduto anche a Pechino con la crisi di Hong Kong, che è diventata a tal punto ingestibile e imbarazzante che persino liberarsi della Lam diventerebbe ora un’altra possibile umiliazione per il regime cinese. E anche a Mosca è andata più o meno allo stesso modo, in quel caso con un elemento in più: pare che a voler arrestare Golunov siano stati membri della polizia e dei servizi che erano stati al centro delle inchieste del giornalista e che hanno deciso di applicare con lui metodi che il Cremlino aveva già utilizzato in altri casi. Se l’ha fatta franca il Cremlino, ce la faremo anche noi, hanno pensato, che è in piccolo la sintesi di quel che sta avvenendo nei regimi più illiberali del mondo: se non ci sono conseguenze a fatti molto gravi, che sia l’abbattimento di un aereo di linea o l’uccisione di un giornalista in un consolato in un altro paese, perché dovrebbero esserci in altri contesti ancor meno spettacolari? Il passo indietro in Russia sul caso Golunov è stato abbastanza rapido (cinque giorni): Vladimir Putin voleva rimettere ordine all’interno delle sue stesse forze. Ma perdersi dietro agli equilibri dentro ai regimi non è sempre utile, a volte basta guardare l’effetto finale: scricchiola qualcosa.

 

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In un fine settimana di giugno, i cittadini di Istanbul sono tornati apposta in città per votare, sono andati ai seggi molto di più che a marzo, a testardaggine hanno risposto con maggiore testardaggine: non potete avere sempre quello che volete. Certo Istanbul è Istanbul e la Turchia fuori dalle grandi città a volte sembra un altro pianeta: della vita parallela delle città rispetto alle zone rurali e periferiche sappiamo tutto alla perfezione anche qui dalle nostre parti. Ma nell’elezione in cui Erdogan ha sbagliato tutto s’è visto un avanzamento di Imamoglu anche nei quartieri della città che sono sempre stati più conservatori. Questo non significa che l’erdoganismo è finito, o che questo scossone lo travolgerà: sono sedici anni che raccontiamo come il presidente ha trasformato la Turchia, imponendo il suo sistema di potere e logorando via via opposizioni di vario tipo con la forza e la galera. Ci vorrà tempo e ci vorranno leader molto volenterosi per cambiare il paese, per di più con una situazione economica invertita rispetto a quella esistente all’ascesa di Erdogan: allora lui era l’uomo del boom economico, il sogno turco che diventa quotidianità, mentre oggi la Turchia è in crisi. Ma è la prima volta che qualcosa di tanto rilevante sfugge al controllo del regime, ed è a questo che dovremo badare d’ora in avanti: a non sprecare questi serbatoi di opposizione e di democrazia, questi scricchiolii nitidi, che ci stanno raccontando una storia diversa da quella che abbiamo sentito finora. E anche al netto delle illusioni, è bella.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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