A forza di preferisco di no il Regno Unito rischia la fine di Bartleby lo scrivano

Massimo Adinolfi

Buone ragioni per credere che la politica debba trovare the second best, un'alternativa

Dobbiamo trovare un compromesso, dice ora Theresa May, e va all’incontro con il leader laburista Corbyn. Ma fino a ieri, l’unica voce che si ascoltava a Westminster aveva lo stesso tono laconico e ostinato di Bartleby lo scrivano: preferisco di no – I would prefer not to – qualunque cosa il Parlamento sia chiamato a votare. Non è passato il piano del Primo ministro, ma non sono passate neanche le proposte alternative. Questo non vuol dire che gli inglesi si lasceranno morire di inedia, come il testardo copista del racconto di Melville, ma intanto i giornali dicono che i prezzi dei generi alimentari stanno aumentando.

  

Il fatto è che due risposte soltanto erano consentite nel referendum del 2016: rimanere membri dell’Unione europea o lasciarla. Non erano previste subordinate, e da nessuna parte era scritto che, d’accordo, si lascia l’Unione ma solo a determinate condizioni. Il leave ha prevalso di misura, ma la più gran parte dei brexiteer è tuttora spaventata dal no deal: l’accordo, insomma, lo vogliono. Solo che il sacrosanto rispetto della volontà popolare – e chi mai può osare contraddire il popolo, in democrazia? – rischia di produrre l’esito che, tra tutti, è il più sgradito alla stragrande maggioranza dei sudditi di sua maestà. Un capolavoro democratico, non c’è che dire.

 

Immagino che in futuro gli studiosi di teoria dei giochi porteranno a lungo il famoso esempio del Regno Unito e di come i suoi stravaganti abitanti si ficcarono in una di quelle complicate situazioni, tipo dilemma del prigioniero, in cui, a decidere essendo in molti, le scelte altrui interferiscono con le proprie attese, e gli attori non riescono a trovare il modo di cooperare per tirarsi insieme fuori dai guai.

 

In verità, in attesa che le scienze sociali ed economiche elaborassero i migliori modelli per cavarsi da simili impasse, gli esseri umani si erano dotati di un’arte per venirne a capo: la politica. Quella che la May prova in extremis a riscoprire e che consiste, almeno in tempo di pace, nel trovare i più onorevoli compromessi per raggiungere un punto di accordo. Tale, forse, da non accontentare veramente nessuno, ma che almeno eviti di scontentare tutti del tutto. Uno vorrebbe dire che non solo la politica, anche i parlamenti trovano la loro migliore giustificazione proprio in ciò, che pongono una ragionevole distanza fra l’espressione in prima persona della volontà del singolo e la decisione politica. E lo fanno non per tradire la prima, e prendere la seconda sulla testa dei popoli, ma per trovare il modo e il luogo in cui comporre insieme tutte quelle singole volontà.

 

Ma lo si può dire per davvero, o bisogna unirsi alle celebrazioni della democrazia diretta? C’è una espressione democratica più perfetta, più fedele, di quella che fa votare me, e fa votare tutti, e somma i voti e della somma prende atto e quel che la somma significa quello esegue? Se rispondete di sì, allora auguratevi di non vivere in Gran Bretagna, di questi tempi, perché è su un simile fondamento che il paese sta puntando i piedi, senza riuscire a muovere un sol passo. Se rispondete di no, se pensate che la politica ha bisogno dei suoi interpreti, a cui si può e anzi si deve chiedere di trovare the second best, e insomma, anche se la volontà popolare non vi è mai integralmente rispecchiata, una via d’uscita e un’onesta mediazione, allora ho una buona notizia per voi: potete almeno incontrare il leader dell’opposizione, e cercare una soluzione. Che non sarà di rimanere nell’Unione europea, certo: non arriverete a tanto, ma sappiate però che rimanervi non sarebbe stato così male, ed è certo meglio della prigione dove Bartleby, preferendo di no, finì eroicamente (o stupidamente) i suoi giorni. (Intanto, a Londra: quanti giorni rimangono?).

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