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La Spagna vuota

La corona di comunità autonome attorno a Madrid proietta tutti i pensieri cupi della nostra Europa

27 Marzo 2019 alle 19:43

La Spagna vuota

Ogni anno a Tricio, nella regione di La Rioja nel nord della Spagna, si tiene la corsa degli asini (foto LaPresse)

Il risultato delle elezioni politiche del 28 aprile in Spagna sarà deciso nella “Spagna vuota”. Questa definizione, ormai entrata nel lessico giornalistico iberico, è stata inventata tre anni fa da Sergio del Molino che le ha dedicato uno splendido libro intitolato, per l’appunto “La España vacía”, cioè “La Spagna vuota”, in via di pubblicazione anche in italiano presso Sellerio. La Spagna vuota è la Spagna interna e spopolata che fa corona intorno alla piccola ma popolatissima regione di Madrid e che è a sua volta avvolta tutt’intorno da zone molto più abitate. E’ un territorio enorme formato da cinque Comunità autonome, cioè da cinque regioni: la Castiglia e León, la Castiglia-La Mancia, l’Estremadura, l’Aragona e La Rioja. La superficie complessiva è di 268 mila chilometri quadrati, cioè più o meno come l’Italia, tolte la Calabria e la Basilicata. Gli abitanti sono poco più di sette milioni, con una densità per chilometro quadrato bassissima, simile a quella della Svezia.

 

In quelle cinque regioni c’è una sola città grande, Saragozza, che ha quasi 700 mila abitanti, e una sola città media, Valladolid, che sfiora i 300 mila. Per il resto, la Spagna vuota, come sa chiunque l’abbia sorvolata, è effettivamente un deserto. Province come Teruel o Soria hanno una densità di popolazione così bassa che nell’Europa continentale hanno dati inferiori solo posti come il Finnmark norvegese o la Lapponia finlandese. E’ spesso un mondo rurale, fatto di villaggi da spaghetti western, di pueblecitos arroccati di pietra, di paesi di montagna. In più, qualche cittadina sonnacchiosa come Palencia o Astorga, molti gioielli storici come Segovia, Burgos o Toledo e qualche posto un po’ più effervescente come l’universitaria Salamanca. Fuori dai centri urbani, la campagna, spesso molto aspra e tradizionalmente poverissima, è stata abbandonata quasi da tutti. Ci sono pochi giovani e poche prospettive.

 

Crollato il bipartitismo, il paese s’è messo a fare parecchi conti elettorali. Il più preoccupato è Casado, leader dei Popolari

La sensazione dei pochi abitanti di essere abbandonati dalla politica e da chi vive nei cuori economici del paese è molto diffusa. E non solo nei borghi quasi-fantasma della campagna. A Teruel, un capoluogo di provincia dell’Aragona, la gente si lamenta per la mancanza di medici specialisti nell’ospedale cittadino: i dottori sono scomparsi, sono fuggiti altrove. A Teruel che ha 35 mila abitanti, circa 10 mila persone sono scese in piazza per chiedere rinforzi per la locale sanità pubblica. Ed è attiva da molti anni anche un’associazione che si chiama Teruel Existe (avete presente il tormentone “Il Molise non esiste”? Ecco). Insieme a Soria ¡Ya!, un’analoga organizzazione nata nell’omonima città della Castiglia e León, Teruel Existe ha organizzato una manifestazione a Madrid per il 31 marzo, per lamentare l’abbandono da parte delle istituzioni centrali e per chiedere misure contro lo spopolamento, che è stato enorme soprattutto negli anni Sessanta ma non si è mai arrestato. Il nome scelto per questo rendez-vous nella capitale, a cui hanno già aderito decine di associazioni di più di 20 province, è significativo: “Revuelta de la España vaciada”, cioè “Rivolta della Spagna svuotata”, con tutta la differenza che passa tra “vacía” (vuota) e “vaciada” (svuotata).

 

Uno di quelli che racconta più spesso alla Spagna piena quali sono i problemi che angustiano i cittadini della Spagna vuota (o svuotata) è proprio Sergio del Molino che, oltre ad aver creato questo neologismo e aver scritto il fortunato libro eponimo, è stato per anni un cronista del quotidiano Heraldo de Aragón e quindi conosce di prima mano l’España vacía. In una column sul País di qualche mese fa Del Molino scriveva: “C’è una Spagna che non viaggia in Tav. Una Spagna senza bambini, né cinema, né teatri. Una Spagna senza squadre di calcio in Primera División e senza banda larga per vedere le serie americane (…). E’ una Spagna senza medici né scuole, o con medici e scuole che stanno molto lontani, a volte a cento chilometri. Una Spagna senza imprese né banche né investitori”. Ma scriveva anche: “E’ una Spagna di cui il resto del paese si accorge soltanto nei periodi di vacanze o durante i conteggi elettorali, perché le si attribuisce la colpa di essere conservatrice e di essere un ostacolo per il progresso, per il fatto che il voto di un abitante di Soria equivale a quello di quattro madrileni, più o meno”. E ancora: “Io l’ho chiamata ‘Spagna vuota’, un’espressione che ormai non mi appartiene più e che non dissimula il paradosso che in essa si nasconde: in questa Spagna vuota c’è gente”. Ecco, la Spagna vuota, in realtà, non è vuota: e, anzi, quei 7 milioni di persone che la abitano hanno un peso specifico enorme quando si va a votare, visto che sono meno del 16 per cento degli spagnoli ma eleggono più del 22 per cento dei deputati e quasi il 40 per cento dei senatori che vengono scelti direttamente dagli elettori (gli altri sono designati dalle Comunità autonome).

 

Sergio Del Molino ha coniato la definizione di “Spagna vuota”, che conta solo quando si parla di vacanze e di elezioni

Per il Congresso si vota all’interno di circoscrizioni che corrispondono alle province: più sono popolose, più deputati eleggono – con delle “correzioni” che avvantaggiano le più piccole. Quindi, se la provincia di Madrid elegge 37 deputati, quella di Barcellona 32, quella di Valencia 15, quelle di Alicante e Siviglia 12 ciascuna e così via, ci sono sette province che eleggono soltanto 6 deputati, sette province che ne eleggono 5, dieci province che ne eleggono 4, otto province che ne eleggono 3, e una provincia, quella di Soria, che ne elegge 2 (le due enclavi “africane” di Ceuta e Melilla eleggono un solo rappresentante ciascuna). Tutte le 20 province della Spagna vuota, tranne quella di Saragozza, fanno parte di questo elenco delle 35 circoscrizioni più piccole, che saranno determinanti il 28 aprile.

 

Questo sistema elettorale ha sempre premiato i due grandi partiti, quello popolare e quello socialista, e i movimenti politici piccoli ma con un forte radicamento territoriale, come ad esempio quelli nazionalisti o indipendentisti baschi e catalani. Al contrario, il voto su base provinciale ha sempre penalizzato i “terzi partiti” che hanno un consenso modesto e uniforme in tutto il paese. Per esempio, alle elezioni politiche del 2008 i socialisti con 11.289.000 voti, ottenuti con percentuali variabili in tutte le circoscrizioni, hanno eletto 169 deputati; il Partito nazionalista basco, con 306.000 voti, tutti ottenuti nelle tre circoscrizioni basche, ha eletto 6 deputati; Izquierda Unida con 970.000 voti, ottenuti in tutte le circoscrizioni spagnole con percentuali uniformi quasi sempre inferiori al 5 per cento, ha eletto solo due deputati (uno a Madrid e uno a Barcellona, dove basta un 3 o 4 per cento per entrare in gioco). Quindi, se al Partito socialista ogni deputato è “costato” 66.800 voti e al Partito nazionalista basco è bastato ancor meno (51.000 consensi) per mandare a Madrid ciascuno dei suoi rappresentanti, a Izquierda Unida sono serviti 485.000 voti per ogni suo eletto.

 

A Madrid domenica c’è una manifestazione che si chiama la “La rivolta della Spagna svuotata”, contro le istituzioni assenti

Infatti, nelle circoscrizioni piccole, che eleggono solo 3 o 4 deputati, anche con il 15 o il 16 per cento non si elegge nessuno, ma già con pochi voti in più può capitare di eleggere un deputato, uguagliando il risultato (un deputato, appunto), di un altro partito che in quella stessa mini-circoscrizione abbia preso quasi il doppio dei voti. Ad esempio, nelle 2016, nella circoscrizione da 3 deputati complessivi di Huesca in Aragona, Spagna vuota che più vuota non si può, i popolari hanno ottenuto il 36,4 per cento dei voti e un deputato; i socialisti il 25,7 e un deputato; Podemos il 19,1 e un deputato; Ciudadanos, invece, con il 15,4 non ha eletto nessuno.

I risultati nelle mini-circoscrizioni della Spagna vuota il prossimo 28 aprile saranno ancora più importanti del solito perché mai prima d’ora in Spagna c’erano stati ben cinque partiti nazionali “grandi”: infatti al centrosinistra del Partito socialista, al centrodestra del Partito popolare, alla sinistra radicale di Podemos e al centro (?) liberale (?) di Ciudadanos si è ora aggiunta la destra estrema di Vox (in più ci sono tutti i piccoli partiti regionalisti, nazionalisti o indipendentisti).

 

Nei sondaggi, Podemos appare in severa crisi, Ciudadanos sembra in buona crescita rispetto al 2016, mentre il partito ultraderechista guidato da Santiago Abascal, massaggiato dallo strepitoso risultato nelle recenti regionali andaluse (11 per cento) è schizzato dallo zerovirgola al 10-15 per cento, a seconda delle rilevazioni. Nelle mini-circoscrizioni della Spagna vuota delle variazioni di poche centinaia o di poche migliaia di voti rispetto ai sondaggi, qualora fossero tutte nella stessa direzione, potrebbero significare decine di seggi in più o in meno sia per i tre inseguitori – Podemos, Ciudadanos e Vox – sia per i due big, il Pp e il Psoe che, se nelle circoscrizioni piccole riescono a doppiare il terzo partito o il quarto partito anche solo per un voto, possono raddoppiare il proprio bottino. Ad esempio, nelle circoscrizioni da tre deputati pochissimi voti di differenza possono determinare esiti ben diversi: un risultato 1-1-1, con due dei cinque contendenti senza eletti, o un più tradizionale risultato 2-1, con due deputati ai socialisti e uno ai popolari (o viceversa) e tutti gli altri a zero. Anche prendendo per buoni i sondaggi è quindi difficile attribuire un numero di seggi credibile a ogni partito e a possibili coalizioni. E così nella notte postelettorale si potrebbe finire come durante le presidenziali americane, in cui si sbadiglia durante lo spoglio in California ma magari si spasima per il conteggio in Iowa.

 

Questo è uno dei motivi per cui il premier uscente, il socialista Pedro Sánchez, ha deciso di anticipare le elezioni al 28 aprile e di non aspettare il 26 maggio, giorno in cui gli spagnoli, oltre a votare per le Europee, rinnovano anche tutti gli 8.093 sindaci e 12 delle 17 assemblee regionali – tra cui le cinque della Spagna vuota. Non tutti i dirigenti locali socialisti amano molto Sánchez, ma per tirare la volata a una propria vittoria alle Amministrative di maggio dovranno tutti scommettere su un ottimo risultato del Psoe ad aprile e quindi lavorare sodo, volenti o nolenti, al fianco del capo.

 

Le istanze degli elettori della Spagna vuota sono sideralmente diverse da quelle di chi vive a Madrid, a Siviglia o sulla costa valenciana, per non parlare di chi vive in Catalogna, dove l’agenda è completamente alterata dalla sfida indipendentista, o nei Paesi baschi, dove una porzione non irrilevante della popolazione pensa di non avere più cose in comune con un abitante di Cuenca che con un bielorusso. Peraltro, queste istanze sono quasi sconosciute ai politici nazionali, che per conquistare voti decisivi nella Spagna vuota si devono mettere a parlare di feste popolari, di tori, di protezione delle coltivazioni o degli allevamenti specifici di una particolare zona. Parola chiave: tradizione. Si tratta di quegli argomenti spagnoli de toda la vida che però in città o nelle zone rivierasche del paese sembrano ormai lontani ed esotici, anche se moltissimi dei nonni e dei genitori degli abitanti della Spagna piena vengono dalla Spagna vuota.

 

Il più spaventato è Pablo Casado, che si misura con le sue prime politiche alla guida dei popolari e che di Spagna vuota qualcosa sa: è nato a Palencia (circoscrizione spopolata che elegge solo 4 deputati) e nel 2015 è stato eletto parlamentare ad Ávila (circoscrizione spopolata che elegge solo 3 deputati). L’impressione, infatti, è che Vox possa intercettare molti voti conservatori nella Spagna vuota con due possibili esiti: arrivare nei pressi del 20 per cento in molte piccole circoscrizioni, ottenendo così dei deputati a danno dei popolari, oppure, molto più probabilmente, assestarsi tra il 5 e il 15 per cento, dividendo ulteriormente il voto conservatore già conteso tra popolari e Ciudadanos e finendo per avvantaggiare i socialisti senza eleggere propri rappresentanti nella Spagna vuota. Nel primo caso, ad esempio, le circoscrizioni da tre deputati potrebbero vedere un risultato 1-1-1, con un seggio per i socialisti, uno per i popolari e uno per Vox; nel secondo caso, invece, ci sarebbero molti risultati 2-1, con due deputati socialisti e un solo deputato popolare, o addirittura (e questo per Pablo Casado è uno scenario horror) due deputati socialisti e uno di Vox. Casado ha ripetutamente chiesto a Vox di non presentare candidati nelle circoscrizioni piccole, ma la pretesa è stata, comprensibilmente, respinta. E non sono serviti neanche gli sforzi di chi, come il fondatore del quotidiano online El Español, nonché ex direttore del Mundo, Pedro J. Ramírez, ha pubblicato con insistenza proiezioni che mostravano l’enorme differenza nella ripartizione dei seggi qualora, a percentuali di voto invariate, i popolari e Vox avessero presentato liste uniche almeno nelle circoscrizioni della Spagna vuota o almeno al Senato: in caso di divisione, vittoria sicura dei socialisti; in caso di unità anche limitata, invece, maggioranza in Parlamento per le forze di centrodestra. Ora al Pp resta soltanto il richiamo al voto utile.

 

Tra l’altro, comunque, in una prospettiva di governabilità a Pedro Sánchez un buon risultato dei suoi socialisti, dati vincitori da tutti i sondaggi, potrebbe non bastare. Infatti, se Podemos si confermasse in crisi come indicano le rilevazioni, non sarebbe competitivo in nessuna o quasi delle circoscrizioni piccole e quindi non potrebbe contribuire con un sufficiente numero di deputati a una riedizione dell’attuale governo.

 

Come con la Brexit e mille altre recenti elezioni in Europa, l’esito potrebbe essere determinato dal voto di chi si sente escluso e abbandonato

Nel frattempo, anche il voto per il Senato che di norma solleva un interesse modesto, visto che la Camera Alta ha competenze molto meno rilevanti del Congresso e non vota la fiducia al premier, ha acquisito un sapore nuovo: infatti è il Senato che ha approvato l’esecuzione del celebre articolo 155, lo strumento con cui il governo può commissariare una Comunità autonoma ribelle e che è stato usato nel 2017 per fermare l’attività indipendentista dell’allora presidente catalano Carles Puigdemont. E siccome ogni provincia elegge quattro senatori indipendentemente dalla sua popolazione, la sproporzione a favore delle circoscrizioni più spopolate è ancora più elevata.

 

In ogni caso, sia per il Congresso sia per il Senato, è difficile divinare risultati attendibili traducendo in seggi le percentuali già incerte dei sondaggi. L’unica cosa sicura è che la Spagna è ora un po’ più simile agli altri paesi europei di quanto non lo fosse prima: ha un partito di destra-destra; non ha più un bipartitismo superspinto e ha ben cinque partiti nazionali “grandi”; è costretta a coalizioni e accordi multipli tra partiti anche a livello nazionale; vede allargarsi, ancor più che negli altri paesi, la distanza tra le città e la campagna, ovvero tra le zone più cosmopolite e il resto del paese. E, come nel caso della Brexit e in mille altre recenti elezioni in Europa, l’esito potrebbe essere determinato proprio dal voto di chi si sente escluso e abbandonato.

 

Finora i conservatori abitanti della Spagna vuota sono sempre stati, appunto, conservatori e quindi hanno sempre votato massicciamente, ancor più che altrove, per uno dei due grandi partiti tradizionali – e, ancora una volta conservatori, hanno spesso preferito i popolari. Ora invece qualora premiassero per protesta Vox (anche in funzione anticatalana), potrebbero spingere il partito di Abascal verso un vero exploit o invece innescare un risultato paradossale: se nelle piccole circoscrizioni Vox andasse bene ma non benissimo e si limitasse a collaborare con Ciudadanos nello svuotamento del consenso per il Pp, allora il voto nella Spagna vuota sarebbe comunque decisivo ma finirebbe paradossalmente per premiare lo status quo. E cioè il prevalere di uno dei due partiti tradizionali: quello socialista.

Guido De Franceschi

E' nato nel 1976. Fuori dal quadrante est di Milano si sente all’estero. Forse è per questo che lo incuriosiscono le piccole patrie, le lingue minoritarie e (senza di norma conquistarlo) i separatismi. Lo attira la contemporaneità e si è laureato in Lettere antiche. Vota a sinistra e scrive senza disagi di esteri e di libri sul Foglio e sulle pagine culturali del Giornale. Non è mai stato a Cagliari e collabora con l’Unione Sarda come commentatore e recensore. Quando sarà in pensione sfiderà età, pigrizia e buon senso cimentandosi nell’apprendimento della lingua basca.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    31 Marzo 2019 - 11:11

    Il punto è proprio, lo svuotamento è inevitabile perchè legato al cambiamento tecnologico. Le istanze di queste zone rurali purtroppo non sono rappresentabili politicamente in una sintesi a livello nazionale. Già adesso sono le zone più assistite dai governi centrali, ovvero dalle regioni più dinamiche, di solito urbane, tramite le tasse. Vale per la Spagna, ma anche per altri paesi europei (UK, Germania, Francia, Austria) e soprattutto per gli Stati Uniti. Anche da noi se pensiamo alle regioni del Centro-Sud. La peculiarità italiana sono le zone non-urbane del Nord, più ricche e meno vuote, ma ugualmente in declino da almeno trent'anni e per le stesse ragioni, ovvero cambiamento tecnologico e demografico. Le rivolte 'democratiche' o meno di queste regioni sono come le rivolte dei luddisti contro le macchine. Comprensibili, ma anti-storiche.

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