L'Europa unita dimostra che i muri non hanno virtù salvifiche

Mario Savino

L’identità europea è plurale e composita, lo racconta la sua storia. Il filo spinato non fa più parte del suo Dna

"DNA discounts: There are no borders within us". Con questo slogan, pochi giorni fa il vettore AeroMexico ha lanciato una campagna pubblicitaria subito divenuta virale negli Stati Uniti, dove infuria la polemica sulla costruzione del muro al confine con il Messico e lo stallo politico sul suo finanziamento paralizza da ormai un mese l’Amministrazione federale. A sei placidi abitanti della cittadina di Wharton, Texas, ostili all’immigrazione e all’idea di fare un viaggio in Messico, viene comunicato che il loro Dna è in parte messicano e viene loro offerta una corrispondente percentuale di sconto sul biglietto aereo che li porterebbe di là dal confine. L’offerta sembra scuotere le loro certezze. I cittadini statunitensi, si sa, adorano gli sconti. E, secondo il Department of Homeland Security, il 54 per cento di loro ha un antenato messicano. There are no borders within us.

 

A Berlino, Amelie, trentenne nata a Lille da madre francese e padre tedesco, riflette su questo messaggio e si chiede: quanto sono diversi gli Stati Uniti e l’Europa? Molto, è la prima rassicurante risposta che si dà. Le basta pensare ai suoi nonni Jean e Jürgen, che si erano combattuti nella Seconda guerra mondiale per l’inimicizia tra le loro nazioni, quelle stesse che si confondono nel suo Dna, e alle opportunità che l’Europa del XXI secolo le ha regalato. Pensa al suo recente passato di studentessa di filosofia all’Università di Leiden – la stessa frequentata da Spinoza e Cartesio – che ogni settimana raggiungeva da Lille attraversando in auto in meno di tre ore tre paesi dell’area Schengen senza code ai varchi di confine ormai smantellati. Pensa al suo presente di ricercatrice, vincitrice di un importante finanziamento europeo che le ha consentito di approdare alla Humboldt University, dove studiarono Karl Marx, Georg Hegel e Arthur Schopenhauer. E pensa al futuro suo e dei suoi figli, anch’essi cittadini europei con doppia nazionalità, francese e tedesca, e come lei liberi di scegliere in quale parte d’Europa viaggiare, lavorare, invecchiare.

 

Mentre Amelie indugia, compiaciuta, a riflettere sull’identità “europea” sua e dei suoi figli – un’identità plurale, composita, capace di coesistere con una pluralità di lingue e culture, di promuovere la libertà di attraversare confini un tempo presidiati dagli eserciti, di elevare a patrimonio comune gli insegnamenti dei filosofi da lei inseguiti nei suoi studi – la sua luna di miele con l’Europa che ha cancellato le frontiere tra i suoi stati membri e nel Dna dei suoi cittadini è interrotta da una telefonata di Akram.

 

Già, Akram, suo marito, medico iracheno costretto a fuggire da Mosul cinque anni fa per l’arrivo dell’Isis. L’Europa non lo ha accolto a braccia aperte. Dopo mesi di viaggio, aveva raggiunto la frontiera orientale dell’Unione e atteso per settimane al confine tra Serbia e Ungheria, davanti alla barriera di filo spinato di 4 metri eretta da Viktor Orbán per impedire l’ingresso dei profughi mediorientali in nome della sicurezza del suo popolo e dell’area Schengen. Akram e il suo fidato infermiere di Mosul, Fahdil, sono riusciti a superare quella barriera soltanto perché hanno accettato di presentare domanda di asilo in Ungheria, invece che altrove, in Germania, come la maggior parte dei loro compagni di viaggio avrebbe tentato di fare. Dopo quattro mesi di detenzione, però, Akram e Fahdil sono stati riportati in Serbia, al di là del muro, con un foglio di espulsione in mano.

 

La differenza con l’America di Trump

 

“Forse l’Europa non è così diversa dagli Stati Uniti di Trump” – tentenna Amelie, rivivendo in quell’attimo la storia di suo marito – “o forse i confini fortificati sono davvero indispensabili per costruire una comunità e preservarne la coesione e la sicurezza interna?” Ma no, there are no borders within us. Amelie si rifiuta di credere nelle virtù salvifiche dei muri. Le frontiere esterne dell’Ue vanno presidiate, d’accordo, e i sistemi di sicurezza degli stati membri devono cooperare e integrarsi meglio per poter garantire che libertà e sicurezza sopravvivano insieme nello spazio Schengen, nel rispetto dei princìpi di civiltà giuridica che l’Europa si è data. Tutto questo, per Amelie, è ancora possibile. Ha bisogno di continuare a crederlo – non per sé, ma per i suoi figli. Di credere in quell’Europa di libertà, sicurezza e giustizia che per la prima volta nella storia è riuscita ad addomesticare la violenza dei nazionalismi e che ha aiutato lei e Akram a vivere insieme.

 

 Le frontiere esterne dell’Ue vanno presidiate e i sistemi di sicurezza degli stati membri devono cooperare e integrarsi meglio per poter garantire che libertà e sicurezza sopravvivano insieme nello spazio Schengen, nel rispetto dei princìpi di civiltà giuridica che l’Unione si è data

 

Si erano conosciuti proprio in Serbia, dove era andata, per una sua ricerca, a intervistare i profughi iracheni messi in fuga dall’Isis. Si erano subito piaciuti e sposati. Dopo il matrimonio, Akram aveva potuto raggiungere Amelie in Germania grazie alle norme comunitarie sul ricongiungimento familiare e, così, acquisire quel diritto di soggiorno in territorio europeo che gli era stato negato con il rigetto della domanda d’asilo da parte di una ottusa amministrazione nazionale al servizio dei nuovi sovranismi.

 

Mentre risponde alla chiamata di Akram, la notizia irrompe sul suo televisore, sintonizzato, come sempre, sul canale Euronews: un nuovo attentato di matrice islamista, ancora a Parigi. Questa volta il commando non si è spostato in auto da Bruxelles come ai tempi del Bataclan. I controlli di frontiera che da allora la Francia ha reintrodotto forse l’avrebbero impedito. Forse. L’unica cosa certa è l’identità di uno degli attentatori: “E’ stato il mio Fahdil”, le sussurra all’altro capo del telefono una voce rotta dal pianto.