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Che succede ora a Londra con la Brexit?

La May sopravvive ma la maggioranza in Parlamento resta un miraggio. Il tempo stringe: tre alternative impossibili, una bugia e una via di fuga

14 Dicembre 2018 alle 06:00

Che succede ora a Londra con la Brexit?

La premier britannica Theresa May ha vinto il voto di sfiducia dei conservatori e cerca rassicurazioni da Bruxelles (Foto Pixabay)

Milano. Si sono messi tutti a disegnare, commentatori, giornalisti, elettori, ci sono schemi dappertutto, sui giornali, sui tovaglioli, sui fogli da riciclo: vuoi sapere come andrà a finire con la Brexit? Aspetta, ti faccio un disegno. Ma anche a metterle tutte in fila, le opzioni a disposizione del Regno Unito per arrivare al 29 marzo 2019 con un’uscita dall’Unione europea, non si ottiene una risposta certa, perché: non c’è una maggioranza per l’accordo negoziato dal premier, Theresa May, con l’Unione europea; non c’è una maggioranza per restare nell’Ue; non c’è una maggioranza per uscire disordinatamente dall’Ue (il terribile no deal).

 

I conservatori hanno voluto fare un test dell’ultimo minuto sulla tenuta della May, come se togliendo di mezzo lei si potesse in qualche modo ottenere una maggioranza su un’alternativa al suo piano, e l’hanno perso, ma non per questo la May è più forte, né è più forte l’opposizione a lei. Il Partito conservatore è diviso, il Partito laburista è diviso, il paese è diviso, e per di più manca il tempo necessario – perché è stato sprecato quello che era stato messo a disposizione dalla procedura di divorzio – per creare un contesto, qualsivoglia contesto, che crei un minimo di unità. Mancano 107 giorni al 29 marzo, e come andrà a finire non lo sa nessuno.

 

Ora la May vuole tentare di ottenere un voto positivo al suo accordo: cerca la mano degli europei, che è legata a quel che è già stato negoziato però è comunque tesa, ma quel che ha bisogno è un negoziatore che abbia un peso ai Comuni, e naturalmente non ce l’ha. Perché ognuno sta facendo i propri calcoli, e perché nessuno, né il partito al governo né quello all’opposizione, si è preso la responsabilità di dire qualche semplice, durissima verità. 

 

Qualsiasi scelta si faccia sulla Brexit c’è un prezzo da pagare, o in termini economici e di prosperità o in termini di potere di influenza dentro ai meccanismi dell’Ue. La “clean Brexit” che i falchi del divorzio brandiscono come un’arma contro i cavilli, come se questi cavilli fossero imposizioni dell’Ue o scellerataggini della May, non esiste: non ci può essere un percorso netto per la Brexit, ed è il motivo per cui non si riesce a trovare unità su nessuna alternativa, perché un’alternativa pulita, addirittura esemplare (non doveva essere un esempio per tutti, questa Brexit?), non c’è.

 

Ci deve essere per forza un compromesso, che ha a che fare soprattutto con una responsabilizzazione: invece che fare gli elenchi di chi è pronto a tradire o di chi l’ha già fatto, invece che star dietro alle lotte di potere che non sono mai sembrate tanto meschine e inutili (per un anno i cospiratori conservatori non possono più organizzare voti di sfiducia alla May, lei ha detto di voler arrivare al 2022 ma non si ricandiderà), si dovrebbe trovare una convergenza, cioè aprire un negoziato dentro ai Comuni per capire qual è la strada percorribile, cioè dove si può trovare una maggioranza.

 

La May sta arroccata sul suo piano, e cerca di prendere tempo, tempo che non ha: il limite massimo per presentarsi in Parlamento (in assenza di un accordo sul no deal che è quello previsto automaticamente quando fallisce il negoziato) è il 21 gennaio, ci sono 5 giorni per un annuncio del governo sull’accordo trovato (26 gennaio) e poi bisogna introdurre la legge sul ritiro, con discussione parlamentare, emendamenti e approvazione finale, entro il 29 marzo. Non c’è tempo, ma la May non vuole organizzare un voto sul suo accordo la settimana prossima – ha già rimandato quello di martedì – perché sa che oggi non c’è la maggioranza. Come pensa di trovarla durante la pausa natalizia è un mistero per tutti.

 

Il Labour non sta cercando una maggioranza su un’alternativa – che potrebbe essere nel merito, un piano nuovo, o un secondo referendum, come gli chiede la sua base elettorale – e gioca con la possibilità di organizzare un voto di sfiducia in Parlamento contro la May: in questo, Jeremy Corbyn, leader laburista, è come i falchi conservatori. Non vuole prendersi la responsabilità di dire che la Brexit è un costo, comunque vada, s’impegna soltanto a togliere di mezzo la May, contando di mettersi al suo posto (per la cronaca: Corbyn perse un voto di sfiducia dei suoi parlamentari nel 2016, e lo ignorò). In entrambi i casi, la maggioranza è difficile da trovare, e l’unica consolazione è che non c’è nemmeno sul no deal. Ma senza una responsabilizzazione politica ogni strada è stretta: forse soltanto un po’ di tempo in più potrà aiutare, a saperlo disegnare.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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