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Contro la politica shitstorm servono i grandi partiti. Ce lo insegna il dopo Merkel

In Europa c'è ancora la Cdu, che ha eletto Annegret Kramp-Karrenbauer come successore della cancelliera, con un senso dello stato e una classe dirigente di eredi del passato invece che improvvisatori di futuro 

7 Dicembre 2018 alle 19:35

Contro la politica shitstorm servono i grandi partiti. Ce lo insegna il dopo Merkel

Annegret Kramp-Karrenbauer e Angela Merkel (foto LaPresse)

La Frankfurter Allgemeine Zeitung definisce langatmiger, prolisso, il discorso del candidato Friedrich Merz, l’uomo appoggiato da Schäuble che propone, con le cautele del linguaggio politico tedesco, una logica di forza e di rottura e di chiarezza perché la Cdu recuperi terreno. Siamo a metà della diretta Twitter, la Merkel è stata festeggiata con successo, e Annegret Kramp-Karrenbauer, il delfino, ha detto che ci vuole il coraggio di uscire da posizioni ovvie e confortevoli, ma lei ha fiducia, c’è la forza per invertire i trend elettorali sfavorevoli. Si parla di immigrazione, politica estera, economia, visione, e con la naturale competenza e cultura dello statista in Germania, dell’uomo o della donna di partito e di governo. Poi 1.001 delegati ad Amburgo, città che gronda ordine e cultura anseatica, decideranno chi vince. La tensione e la suspense sono al massimo, perfino il sito online della Faz, un giornale conservatore nazionale, formidabile nella versione cartacea per l’impaginazione sempre uguale e orizzontale, pesante come un catafalco, e per l’autorevolezza dei testi, riesce a trasmettere il sentimento di una grande scelta di un grande partito, l’ultimo grande partito europeo incline a governo stabilità integrazione crescita e prosperità. 

 

Forse proveranno anche loro tra non molto i tormenti di Renzi, di Macron, della May, di Sánchez e della quantità di forze organizzate del vecchio mondo, comprese quelle rottamatrici e prefiguranti in teoria nuovi mondi politici, d’altra parte Merz ha detto che l’avanzata elettorale dell’Afd è un problema di sicurezza per l’intera Germania, e di recente a Chemnitz si sono visti i gilet jaune razzisti e securitari scendere in piazza con minaccioso successo di pubblico e di critica. Possiamo però consolarci: in Europa c’è ancora un partito, ferito ma severamente ancorato alle sue procedure più svelte o solenni, al residuo cristiano e laico della sua ideologia originaria, sovranazionale e sovranista, alla sua territorialità, al suo Pantheon di vere glorie della ricostruzione e della riunificazione, con un senso naturale dell’egemonia politica e dello stato, e una classe dirigente di eredi del passato invece che improvvisatori di futuro e presentisti schizofrenici, che corrisponde a una diffusa opinione pubblica, sorretta da un sistema mediatico barboso ma serio e da una borghesia solida, priva di vanità e frivolezze e soverchie disattenzioni sociali e politiche. Dicono che la Merkel, con tutto che saranno gli storici a decidere se l’accoglienza di un milione di siriani tutti in un botto nel 2015 fu visione o errore, ha restituito tuttavia ai tedeschi l’orgoglio della normalità politica, della cittadinanza da stato di diritto e non della insidiosa comunità di destino, della capacità di manovra in Europa e nel mondo, della creazione di una torta o ricchezza nazionale, fondata su dura fatica, alta produttività e innovazione e liberalizzazione del mercato del lavoro, redistribuita e protetta dalle grinfie di chi voleva mutualizzare il debito pubblico europeo a costo zero. 

 

Il congresso della Cdu ha scommesso come sempre sull’unità, la cooperazione al di là di ogni divisione, sul senso di scopo e la responsabilità verso il paese e l’Europa, la cancelliera in uscita a fine mandato e i candidati alla segreteria non hanno risparmiato atteggiamenti e parole per sanare, troncare, sopire l’effetto di shitstorm che procura oggi il rivolgimento politico dell’occidente. E la Merkel ha perfino usato questa parola, considerata dubbia in ambiente anglosassone, shitstorm, tempesta di merda, per ricordare accoglienze troppo vivaci riservate a sue prese di posizione sui social. E’ stata una festa di antichi protocolli politici, un party pieno di discrezione e formalismo, nonostante la linea divisoria sia tra chi preme per una svolta in cui interlocutori e avversari sono i Socialdemocratici e i Verdi, dunque una svolta comprensiva a destra (Merz) e chi intende tenere fermo il punto che l’avversario da battere è l’ordalia populista con i suoi risvolti razzisti e le sue mille demagogie e fobie (la AKK, la Annegret Kramp-Karrenbauer). E’ un caso raro ormai di vita di partito in cui si può scommettere che chi vince sarà magari il peggiore, ma ad eccezione di tutti gli altri nell’occidente amputato di partiti cerimonie e classi dirigenti. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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