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Il giusto passo in avanti di Renzi

L’idea del Renzi di nuovo segretario avrebbe senso, si saprebbe che c’è uno scapestrato boy scout con la testa sulle spalle a organizzare i resti di un esercito senza capi. Dal Pd a Macron: come evitare due bah

11 Dicembre 2018 alle 06:13

Il giusto passo in avanti di Renzi

Matteo Renzi (foto LaPresse)

E’ vero che noi cosiddetti intellettuali o politologi non capiamo più niente, “ma da mo’!”, come recita una bella battuta di cinema, però certe cose hanno dell’elementare, del primitivo, del raziocinante originario, a me pare. Dunque. Prendiamo Renzi, ché Panebianco non è il solo a scocciarsi del tiramolla, mi candido non mi candido, se non altro perché con i tempi che corrono un’opposizione compos sui sarebbe non sgradita. Allora: lui ha perso il 4 dicembre. Separatosi dal cinque, sei per cento berlusconiano potenziale nazarenico, e mettendo tutti assieme i nemici dell’accozzaglia, ha cannato il referendum. Non rivanghiamo. E’ un fatto. Si è dimesso, ma non si è suicidato, Dio ne guardi, né è entrato nel settore privato, niente Palo Alto, niente Africa, al massimo un doc veltroniano sulla bellezza che ci salverà eccetera. Quindi è lì, a indisposizione di tutti e di nessuno, senatore, giovane-vecchio leader impopolare. Ed è morettianamente incerto: mi si nota di più se ci sono o se non ci sono? Boh. Ma la politica vorrebbe dire modestamente la sua. Ecco.

 

Andatosene lui, è arrivato un suo fedele ministro degli Esteri come presidente del Consiglio. Gentiloni, I presume. Garbato, non ha risolto il problema e non per sua colpa. Non si è slacciato dalla mala parata d’opinione, l’ha gestita con eleganza ed è accaduto per adesso l’irreparabile. Hanno vinto i puzzoni. E lui, con tatto, è andato a Anzio, frutti di mare. Crisi, caos, depressione (non la mia, vorrei rassicurare Belpietro che, irritato per un mio sberleffo, è preoccupato per la mia salute: sto benone, malgrado l’assenza dagli schermi televisivi, che forse a lui sarebbe fatale perché è veramente un bell’uomo, ma non è nemmeno detto, io non sono ancora morto). Nel grigiore ovvio della rotta, ecco s’avanza Zingaretti. Poca roba, obiettivamente. Il Lazio, ecco, qui c’è Marino, la sagra c’è dell’uva, un’alleanza periclitante con i giallastri dei 5 stelle, una vittoria a metà, niente di sfolgorante, e un programma e modi di comunicazione da Circonvallazione Subaugusta travestita da Piazza Grande. Poi Martina, bravo tipo, si è anche fatto crescere la barba per guadagnarne in similvirilità, fa smorfie per le strette di mano del Truce, dice e ridice cose scontate: banale, non accende, nemmeno accoppiato in unione civile con quel figaccio di Richetti. Poi c’è Calenda, ottimo massimo, un pezzo da novanta del ragionare politico e finanziario, un passato da tecnico imprestato a politiche che non si sono mai viste, montezemoliane, infine promosso al suo livello di vera competenza da Renzi stesso, e in anticipo nel captare la falla, la verbosa tendenza a incepparsi di tutto il meccanismo: ma anche lui, per accendere, dovrebbe essere altra cosa da un neofita del Pd che un giorno c’è, si tessera, l’altro non c’è, e forse al Congresso non partecipa. Infine Minniti, un tesoro di viminalista e un drago dei servizi, un ex Lothar di talento, pieno di esperienza ma con un format parecchio sghembo: vuole i voti di Renzi ma non è il candidato di Renzi. Ne è nato un permale, con ritirata incorporata. Questo è quanto, e Corallo, un qualsiasi Corallo, è ancora parecchio acerbo, con il suo magico afro-style. Le donne del Pd? Invece di candidarsi, rompono. Dunque? 

 

Dunque l’idea di Renzi che esce dal suo buchetto e si candida e torna segretario, che fa raccapriccio a quanti gioiscono nel considerarlo uno zombi fuori dai sondaggi che contano, è o dovrebbe essere l’unica soluzione possibile. Se quelli del Pd lo votassero, non sia mai, ne guadagnerebbero un segretario che la sua carriera di leader se l’è costruita, che ha passato la fase della sconfitta e della vittoria, e poi ancora della leadership spianata nazarenicamente e della sconfitta dal sapore finale, nel frattempo realizzando al governo cose che noi umani e d’alemiani non avremmo mai immaginato. Comunque, uno che c’è, anche quando sembra distratto, e con l’autorità per dire: questo si deve fare, l’opposizione al governo per l’alternativa, e questo non si deve fare, la corte a Fico e ai grillozzi per combattere, ohibò, la destra! Non sarà una scelta umile, non sarà un’autocritica fatta a puntino, ma il ritorno del ragazzaccio avrebbe un senso, si saprebbe che c’è di nuovo uno scapestrato boy scout con la testa sulle spalle a organizzare i resti di un esercito disperso e senza capi militari. Va’ avanti, Renzino!

 

Prendiamo ora Macron, Manu, un altro dei miei sfortunati amori. Non so che cosa avrà detto stasera, ieri sera per chi mi legge stamane. Una cosa è certa comunque, anche se dovesse cospargersi il capo di cenere. L’Economist ha scritto, cosa rara da quelle parti, la scemenza delle scemenze: avrebbe dovuto mostrare più umiltà, dicono. Ora, è vero che a tratti Macron è parso un po’ ribaldo, a parte il grande Alexandre Benalla, lì ci aveva azzeccato: gente di stato capace di menare le mani per strada a Parigi è più che necessaria. Ma a parte quel dettaglio, e certe bavures di linguaggio, la cosiddetta pedagogia di Macron, oggi così ostica e osteggiata a pallettoni dai gilet gialli maledetti, quei suoi mi dia del lei, attraversi la strada e vedrà che un lavoro lo trova, i primi di cordata se precipitano si portano dietro anche gli altri, i galli sono refrattari al cambiamento (s’intenda: liberale, riformatore), bè, quella pedagogia jupitérienne, il potere verticale, il presidente non normale cittadino, il capo che incarna, è qualcosa di “consustanziale”, concetto teologico-politico estraneo allo snobismo degli anglosassoni millsiani della City, al suo programma e alla sua avventura. I francesi de souche, cioè i burini, ce l’hanno con lui, si sono sentiti disprezzati: erano il 48 per cento al primo turno delle elezioni, e avevano un programma parte nazionalista antieuro e parte madurista, sono stati sconfitti da una carambola politica mai vista, con socialisti e gollisti dietro l’angolo, il sistema rivoluzionato, e le promesse di una azione di governo trasformativa, del profondo, inaudita nella storia antiliberale del paese che si dice nemico dell’Argent Roi, emesse con la voce delicata di un capo intellò che non si era mai mascherato da demagogo popolare.

 

Renzi a casa, senz’arte né parte, e un qualsiasi qualsiasi al comando per disfare il Jobs Act e la Fornero e la scola bbona in combutta con i grillozzi: bah. Macron dietro la lavagna, che invece di cambiare com’è giusto elementi squilibrati di una politica troppo market-oriented e troppo stupidamente verde (che palle la guerra al diesel, a volte mi viene da mettermi in gilet) per imparare l’umiltà dei modi alla Sarko e alla Hollande: bah.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • zucconir

    13 Dicembre 2018 - 08:08

    Ieri ho scovato in quella miniera inesauribile di libri che è Parigi "Le Florentine" del 2014 in cui Giuliano fa Empoli spiega ai francesi il miracolo Renzi. Sembra passato un secolo. Quello che auguro al mio amico Matteo è qualche anno di serenità per lui e la sua famiglia . Con le immense differenze di personalità la scelta di letta di insegnare a Scienze Politiche alla Sorbona è stata giusta. Qualcosa del genere farebbe bene anche a Renzi. Il PD fa male a lui e lui fa male al PD. Non può restarci . Lui è un vero animale politico , è giovane e la ruota gira. Ma adesso resti fuori dalla mischia e stia fermo.E ' la cosa migliore.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    11 Dicembre 2018 - 20:08

    Prima costruiamo il mondo su falsi, assolutistici Dei: Ragione, Libertà, Desiderio, Onestà, Solidarietà, Accoglienza, ecc. Poi non siamo in grado, capaci, di vincolarli al concetto di Responsabilità. Ho scoperto l’acqua calda, ovvio. Il problema è che gli Dei assolutistici, in quanto tali, non aprono spazi a scoperte diverse. Anno 1937, i luminari chiamati a consulto al capezzale di mio padre, broncopolmonite doppia, dopo dotti, pensosi e seri scambi, dissero a mia madre: "Signora Letizia, il possibile lo abbiamo fatto, ora bisogna che la malattia faccia il suo corso" Mio padre ce la fece. I luminari continuavano a chiacchierare. Ce la farà anche quest'epoca scombiccherata. Chiacchiere dei luminari a parte.

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  • Giovanni

    11 Dicembre 2018 - 17:05

    Renzi di nuovo segretario? Certo che mi piacerebbe e credo che sarebbe ora meno guascone ma...si ritroverebbe nuovamente a lottare contro una masnada di dissidenti e di grandi coltelli? Cosa che farebbe felici solo i casaleggios e Salvini. Comunque vedremo...

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  • carlo.trinchi

    11 Dicembre 2018 - 17:05

    Renzi nel PD? morto lui e comatoso il PD. Renzi nel PD già visto perché le anime rosse ci sono nel PD eccome e pronte ad azzannarlo per interposte persone. Quindi un Renzi nullo, massacrato e a ragione da chi lo aspetta al varco per ritterlo in berlina con il freno a mano tirato per la gioia di Salvini e Di Maio redivivi. Poi l’elenco nel PD degli altri, sempre uguali al nulla o superati da tutto, il tempo per ultimo che sempre tenta di lenire le delusioni passate. Altro invece un Renzi che fa la cosa ed inizia da dove si voleva cominciare. Macron insegna cosa si è quando poi non si vuole essere e le scuse affossano quel che resta di chi si era o si credeva di voler essere. Un Renzi piddino sarebbe solo un Renzi in croce, un nuovo da teatro grillino, un vecchio ottuso e riciclato che spera sempre di rigenerarsi. Hammamet non è lontana, Hammamet ci dice che con questi, quelli del PD, Renzi non vincerà mai. Se gli stacchi la spina e riparti da solo forse.

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