Dalla Brexit all'Italia: è ora di denunciare l'Europa dei sonnambuli

Paolo Gentiloni*

Un nuovo umanesimo è possibile. Come si fa a difendere l'Europa senza difendere lo status quo, e senza paura

[Pubblichiamo la lezione tenuta lunedì 26 novembre a Berlino dall'ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, in occasione della Vigoni Lecture, promossa dal Centro Italo-Tedesco per l'Eccellenza Europea, sul tema “Italia e Germania tra europeismo e sovranismo”] 

 


 

Sono ormai trascorsi oltre due anni da quell’alba del 24 giugno 2016 in cui apprendemmo con sorpresa che la maggioranza dei cittadini britannici aveva votato per lasciare l’Unione Europea.

Quel voto non era un catastrofico incidente isolato. Piuttosto rappresentava il culmine della tempesta perfetta che ha investito l’Unione europea. Da allora, abbiamo vissuto momenti di entusiasmo e ricadute. La via d’uscita scelta dai britannici si è rivelata un fragoroso fallimento. E ancora oggi grava su quel paese una assai pericolosa incertezza.

 

Tra le economie dell’eurozona in questi due o tre anni si è registrata una prolungata fase di crescita e una convergenza senza precedenti. Anche se non mancano ora i segnali di un certo rallentamento. L’onda nazionalista e populista si è affermata nel mio Paese, ma è stata sconfitta in Francia e fermata in altri Paesi.

Ma una cosa è certa: i pericoli emersi in quella tempesta non sono alle nostre spalle. Al contrario. Nelle elezioni europee del maggio prossimo avremo come sempre diverse questioni in ballo a livello nazionale. Ma per la prima volta la vera posta in giuoco sarà altissima. Sarà il futuro stesso dell’Unione.

 

Dagli abissi del Novecento è scaturita una storia di successo. L’Unione europea. A trarne straordinari benefici sono stati in primis i baby boomers, la generazione nata tra il 1945 e il 1964. La mia generazione, che ha vissuto senza guerre e con una crescita del benessere individuale all’apparenza inarrestabile. Gli artefici della costruzione europea, invece, la guerra l’avevano vissuta eccome. Quasi ininterrottamente dal 1914 per quaranta lunghi anni. L’ideale europeo nasce dunque prima di tutto come superamento della guerra. Un obiettivo da tenere vivo, come aveva ricordato molti anni fa Helmut Kohl parlando all’Assemblea Nazionale francese: “Gli spiriti del male non sono stati banditi per sempre dall’Europa; a ciascuna generazione si pone di nuovo il compito di impedire il loro ritorno”.

La pace e il benessere. Con il Mercato comune, diventato con i decenni la più grande potenza commerciale del mondo. E con il modello sociale europeo. Nelle sue diverse declinazioni socialdemocratiche o cristiano democratiche, scandinave o britanniche, mediterranee o continentali, si fonda sull’universalità di alcuni servizi sociali essenziali. Il Welfare State, un’esclusiva europea nel mondo.

E infine, spalla a spalla con la grande democrazia americana, l’orgogliosa affermazione del primato della libertà. Dei diritti individuali, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della libertà di espressione. Un’Europa dei valori che ha saputo attrarre prima i paesi del sud dominati da dittature fasciste - Grecia, Spagna e Portogallo - poi quelli dell’Est finalmente liberi dalle dittature comuniste. Un’Unione europea che ha offerto le condizioni ideali per compiere la riunificazione tedesca.

 

Nel nuovo secolo tutto è cambiato. Il progetto europeo è finito vittima dei suoi stessi successi, quasi fosse un lusso buono per quell’intervallo di sfrenato ottimismo globale tra il 9/11 1989 e l’11/9 2001. Tramontata la grande illusione di fine Novecento e senza più il collante della guerra fredda, l’Unione europea si è fatta cogliere di sorpresa dal prepotente ritorno in scena della Storia. Un ritorno che ha scelto come protagonisti non l’Unione ma gli Stati nazionali.

È in questo frangente che il progetto dei padri fondatori sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. “L’Europa sorgerà da realizzazioni concrete che creino una solidarietà di fatto”: così Robert Schuman descriveva l’orizzonte europeo nel suo famoso discorso del 1950. Per decenni questo orizzonte è stato poi inseguito con l’approccio funzionalista di Jean Monnet. Una via realistica e graduale, che anche molti convinti federalisti hanno alla fine dato per buona. Ma era buona per la bella stagione della costruzione della pace e del miracolo economico. L’approccio funzionalista, nonostante Maastricht e la moneta comune, si è rivelato troppo esile in tempi di crisi, di morti in mare, di venti nazionalistici.

 

La grande crisi di dieci anni fa ha capovolto il punto di vista di masse di cittadini occidentali sulla globalizzazione. La globalizzazione non è un pranzo di gala, o meglio lo è solo per le élite, e forse per le classi medie in Asia e America Latina. Non per la parte più fragile delle classi medie americana ed europea. Certo, il divario resta enorme in termini di PIL pro capite. Quello dell’eurozona è oltre cinque volte quello della Cina. Ma in larghi strati della popolazione europea a declinare non è il PIL, ma l’ottimismo sul futuro. E nelle ore del tramonto del mito della crescita ininterrotta ecco affacciarsi la nuova paura. La globalizzazione non solo non assicura benessere ma minaccia le nostre identità, assediate dalle migrazioni. E quale direzione migliore, per difendere queste identità, che non volgersi all’indietro? Così si forma il terreno sul quale fiorisce un’offerta politica inedita, il nazional-populismo. Nulla a che fare con destra e sinistra del secolo scorso. Piuttosto spinte e tensioni che hanno richiamato alla memoria gli europei “sonnambuli”, che alla fine della Belle Epoque non videro arrivare o non vollero fermare la tempesta che provocò la guerra conclusasi esattamente un secolo fa.

 

Take back control, è stato questo lo slogan vittorioso di Brexit. Riprendiamoci il controllo del nostro paese. Il bersaglio non è questa o quella regola europea, che il grande pubblico ignora. Il bersaglio è l’Unione. E a prendere a picconate l’edificio europeo non sono solo gli inglesi. Tornano i muri ai confini. I paesi in difficoltà economica puntano il dito su Bruxelles. Tornano i luoghi comuni dei nordici sugli europei del Sud gaudenti e spreconi. Si chiudono le porte ai Balcani occidentali per sedurre opinioni pubbliche interne arruolandole nella lotta alla criminalità albanese. Fino all’estremo paradosso dell’attuale governo italiano che in nome dell’ostilità all’Europa finisce per fare il tifo per paesi e partiti che osteggiano ogni responsabilità comune sull’immigrazione e talvolta denigrano l’Italia.

 

In meno di dieci anni il vento è cambiato. E gli Stati Uniti soffiano dalla parte sbagliata. Non è la prima volta che un’amministrazione americana guarda con diffidenza all’Unione europea. Ma i toni di Donald Trump sono senza precedenti: gli europei sono considerati concorrenti, talvolta addirittura al pari dei russi o dei cinesi. America first, che poi è un altro modo per dire take back control. Un 1989 alla rovescia, è stato scritto. Proprio ora che si avvicina il trentennale di quel magnifico uragano di libertà.

Difendere l’Unione europea oggi non è dunque materia per cultori dell’acquis bruxellese. In gioco sono il multilateralismo, il libero commercio, la sostenibilità ambientale, il welfare e la libertà. La sfida è dimostrare che democrazia e libertà sono più efficienti e vantaggiose per la grande maggioranza dei cittadini. E che le tensioni geopolitiche che ci circondano hanno bisogno di una “superpotenza tranquilla” come l’Unione.

 

La difesa dell’esistente con la speranza di compiere qualche piccolo passo a 27 non ha futuro. Il risultato è semplicemente quello di riportare ogni decisione al Consiglio europeo dove ogni singolo Stato può far valere i propri interessi troppo spesso a scapito di quelli comuni. La Commissione è prigioniera di questa contraddizione. Basta ricordare, lo scorso anno, il contrasto tra l’ambizione del discorso di Juncker sullo Stato dell’Unione e il minimalismo del Libro bianco della Commissione stessa, che per il futuro dell’Ue si limita a mettere sul tavolo cinque possibili e diversissimi scenari. Proprio Jean Monnet ammoniva: “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”. Ebbene, purtroppo ci siamo fermati.

Perché ci siamo fermati? Rispondo con le parole pronunciate alcuni anni fa da un grande europeista italiano, Giorgio Napolitano. “Il problema vero è che alla scelta della moneta unica non si associò il passaggio a una politica fiscale e di bilancio e a una politica macroeconomica affidate a una sovranità europea condivisa”.

 

Da dove ripartire oggi per ricacciare indietro le posizioni nazionaliste e antieuropee? Da subito, mostrando di aver compreso almeno una lezione: l’Unione non può ignorare le due questioni che dominano l’agenda dei suoi paesi membri. Lavoro e immigrazione, le priorità dei prossimi vent’anni. Conosco l’importanza delle politiche di coesione, del mercato unico, della politica agricola. Ma sarà sempre più difficile difendere un’Unione che si mostra riluttante sul futuro del lavoro, perché prima bisogna mettere a posto i bilanci. O che appare addirittura assente sul tema dei flussi migratori, perché devono sbrigarsela i paesi di primo arrivo.

 

In Italia, gli ultimi governi hanno raggiunto risultati importanti. Ma non sono bastati. Certo, il ritorno alla crescita dal -2,8 del 2012 al +1.6 per cento del 17. Certo, la discesa del deficit, dal 5,2 al 2,3 del nostro pil. Certo la disoccupazione finalmente tornata sotto il 10 per cento. Certo la drastica riduzione degli sbarchi dalla Libia, crollati dell’80 per cento tra inizio 2017 e inizio 2018. Tutto questo non è bastato a fermare un inedito cocktail di illusioni e paure. L’onda nazional populista ha vinto le elezioni facendo dell’Unione europea un indispensabile nemico esterno. L’attuale governo si sente più vicino a Trump e a Putin che all’Unione europea.

 

In campo economico il vortice di annunci che arriva dall’Italia fa percepire solo una cosa. Che il sentiero stretto di una crescita realizzata riducendo il deficit e senza aumentare il debito è stato abbandonato. In pochi mesi si mettono a rischio sforzi di anni. E il rischio è che deficit e debito tornino ad aumentare ma senza moltiplicare gli impegni per la ricerca, l’ambiente, l’innovazione.

E’ una situazione che ci isola e potrebbe, magari anche al di là delle intenzioni di molti responsabili di governo, portarci ai margini dell’Europa.

 

La prova che ora attende l’Unione è innanzitutto politica. Se vogliamo riferirci al dibattito dei primi anni Cinquanta, serve più la comunità della difesa che quella del carbone e dell’acciaio. Serve più coraggio nel riempire il vuoto geopolitico creato dalle scelte dell’amministrazione Trump. Servono ulteriori progressi nella politica di difesa comune, che si è rafforzata nel 2017. E che non è in contraddizione ma è complementare con il nostro impegno nella Nato, come si può vedere da alcune missioni nel Mediterraneo. Serve procedere con livelli di integrazione crescenti ma non a 27, cosa che sarebbe impossibile, bensì con i 15/20 paesi disponibili, che in parte coincidono con la zona euro. Avremo un’Europa con livelli di integrazione diversi? Sì. Lo abbiamo scelto nella solenne dichiarazione di Roma per i 60 anni dei Trattati. Lo pratichiamo da anni, basti pensare alla moneta unica o a Schengen. Dobbiamo procedere, come ha sottolineato la cancelliera Merkel nel suo recente discorso a Strasburgo. E in tempi stretti. Prima che maturino i rischi di una irrilevanza europea perfino in Africa e nel Mediterraneo. Prima che i risultati degli accordi di Parigi sul clima vengano dispersi. Prima che, affrontata in ordine sparso, la tassazione dei giganti del web si riveli una velleitaria utopia. Dobbiamo muoverci. Senza paura.

 

Anche per questo, al confronto delle prossime elezioni europee è giusto porre l’obiettivo di rafforzare la legittimità democratica dell’Unione, dai suoi vertici al ruolo del Parlamento. Non vogliamo emarginare nessuno, ma il nucleo fondamentale dell’Unione deve essere più integrato e avere una più forte sovranità democratica. Ai sovranisti questa Europa sovrana non piacerà, ma l’alternativa è un’impasse sempre più pericolosa.

 

Italia e Germania sono stati tra i grandi paesi europei quelli che con maggiore continuità e coerenza hanno spinto per consolidare il progetto dell’Unione. Italia e Germania hanno condiviso per decenni quel “soft spoken patriotism” di cui ha parlato il presidente Steinmeier nel suo discorso del 9 novembre al Bundestag. “Nationalism, including in its new form – sono parole di Steinmeier – invokes the golden era that never existed. However, democratic patriotism is not a comfort zone, but rather a constant incentive…for all those who do not say that the best days are behind us, but rather those who are willing and able to make the future better”. Siamo patriottici e convintamente europeisti. Mi auguro che questa storica posizione del mio Paese – mantenuta nonostante la ben nota frequenza nell’alternarsi dei governi – non cambi in un momento così cruciale per il comune destino europeo.

 

L’Italia del governo nazional-populista rischia di trovarsi contro la nostra storia e la stessa geografia. Non possiamo permettercelo, Le prossime elezioni europee saranno l’occasione per una scelta di campo tra chi vuole colpire l’Unione europea per distruggerla, e noi che vogliamo cambiarla per renderla più forte.

 

L’Unione per la quale Italia, Francia e Germania potrebbero lavorare insieme ha tre caratteristiche principali. È un’Unione più integrata e coesa, anche accettando che questa scelta possa non essere condivisa da tutti i 27. A tutti la porta va lasciata aperta, a nessuno può essere consentito di impedire le cooperazioni rafforzate già previste dai nostri trattati

 

Seconda caratteristica: una politica espansiva e la graduale trasformazione della convergenza tra le diverse economie dell’eurozona in una condivisione dei rischi di fronte a shock imprevisti. Questa impostazione, che richiede discontinuità dalla religione della severità di bilancio come valore esclusivo, non può fare a meno di un decisivo contributo tedesco. Un approccio equilibrato è possibile. In fondo il peso del debito nel PIL dell’eurozona è all’85%, piuttosto contenuto se paragonato ad altri grandi player economici globali. Alcuni paesi, in primis il mio, devono impegnarsi a ridurre gradualmente il debito. Altri, come la Germania o l’Olanda, spingere l’acceleratore degli investimenti e della crescita espansiva di fronte agli evidenti segnali di rallentamento del ciclo. Questo duplice sforzo avrebbe ovvii vantaggi per tutti. Contribuirebbe a grandi piani europei per le infrastrutture, l’innovazione digitale, il contrasto al cambiamento climatico. E renderebbe più vicino e credibile il traguardo di in bilancio dell’eurozona.

 

Infine, sulle politiche migratorie e sul ruolo internazionale, la Germania ha sempre manifestato, anche mettendo mano al portafogli, sintonia con gli sforzi italiani e un interesse comune a una presenza in Africa più rivolta a promuovere sviluppo che non a difendere eredità linguistiche o influenze geopolitiche.

 

Signore e signori,

la speranza di una globalizzazione più umana risiede nello stesso luogo in cui alberga la più grande delusione. Il gigante economico europeo non conta abbastanza sul piano geopolitico e fatica a fronteggiare le principali domande dei suoi cittadini con politiche comuni sul lavoro e sulle migrazioni. Ma resta la sua straordinaria forza di attrazione culturale in un tempo che esige un nuovo umanesimo. Resta il modello unico del suo Welfare. Il coraggio europeo, che abbiamo visto all’opera con la riapertura del Bataclan. Il suo desiderio di libertà, che Berlino rappresenta più di ogni altra città. La sua civiltà, di cui è stata simbolo contemporaneo una piccola isola siciliana, Lampedusa.

Ricordo bene le parole le parole di Papa Francesco rivolte ai leader convenuti a Roma per il 60° dei Trattati. “A voi leader – ci disse il Papa – spetterà discernere la via di un nuovo Umanesimo europeo, fatto di ideali e di concretezza”. Un nuovo umanesimo.

 

Le elezioni europee del 26 maggio saranno la prova della verità nella sfida contro i nazionalpopulismi. Non vinceremo questa sfida difendendo lo stato dell’Unione, ma proponendoci di cambiarlo, tenendo aperta la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa.

Sarà una scelta di campo. Da una parte chi vuole ridare sovranità alle piccole patrie, minando le fondamenta stesse della costruzione europea e di quanto ci ha assicurato: pace, stato sociale, libertà. Dall’altra chi vuole cambiare l’Unione dando più forza e più legittimità per politiche comuni di difesa, migratorie, per il lavoro, i beni comuni e l’educazione europea. Tra l’Europa dei sonnambuli e l’Europa dei democratici tutti dovranno scegliere da che parte stare.

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