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La forza di Trump contro Macron

Ambiente, sfide del digitale, controllo dell’immigrazione, dialogo nelle sedi di garanzia, liberalismo. Lo show all’Onu di Macron e Trump ci dice perché il messaggio più forte non è quello giusto ma è quello del più forte

26 Settembre 2018 alle 06:03

La forza di Trump contro Macron

Donald Trump con Emmanuel Macron (Foto LaPresse)

Mentre l’Aquarius faceva rotta su Malta, dove lo sbarco all’europea di cinquanta povericristi raccolti in mare da una ong rottamata e senza più bandiera di navigazione ha evitato uno scontro clamoroso tra Francia e Italia, all’assemblea generale dell’Onu due performer e capi di stato hanno inscenato la guerra dei mondi. Trump ha esaltato il sovranismo come nuovo modello mondiale, oltre che se stesso con i soliti effetti comici o grotteschi. Macron ha attaccato la legge del più forte, la cui logica riporta il pianeta, dopo l’esperienza del Novecento, sull’orlo dell’abisso. Due discorsi in diretta, a loro modo spettacolari, da recensire senza illusioni.

 

Il presidente americano se ne impipa delle regole, dei negoziati multilaterali, delle cooperazioni rafforzate, del libero commercio, delle tecniche e procedure della diplomazia, del problema della pace, e di ogni luogo di espressione, dall’Onu stessa all’Organizzazione mondiale del commercio, che abbia incarnato un ordine internazionale fondato su dialogo e ragionevolezza. Non si può dire che il suo discorso non avesse una sua forza intrinseca. La platea era rigurgitante, ascoltava in un completo silenzio la parola del più forte, salvo risate quando il troppo diventava troppo, e le sue bordate contro l’Iran, contro la Siria, contro l’Europa imbelle (qui è stato appena più sfumato, ma si è fatto comunque capire), contro gli squilibri negli scambi, contro le guerre monetarie pagate dal dollaro, contro tutto ciò che non è stato nazionale, patria, forza, dissuasione, minaccia diretta, confini e muri, cadevano sugli ascoltatori come mattoni, una dopo l’altra, con elementare, primitiva efficacia. La difesa dell’interesse nazionale americano, come funzione suprema di tutela del popolo, di ogni popolo e di ogni patria, è stata presentata come un nuovo modo di intendere la politica contemporanea, ma con vecchi argomenti e molto semplici ai quali anni di burocratizzazione del linguaggio avevano disabituato il pubblico. Trump parlava di decisioni prese, il ristabilimento delle sanzioni contro l’Iran bellicoso e amico dei terroristi, dopo la denuncia del trattato prenucleare del 2015, lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, l’intimazione alla Siria di fermarsi sulla linea degli attacchi chimici se non voglia subire conseguenze devastanti. Ha bacchettato le mani già indebolite di Frau Merkel, rimproverando alla Germania la perdita imminente dell’indipendenza energetica da Mosca, a fronte di un primato energetico americano a disposizione degli amici nel mondo, ha denunciato come assurde tutte le regole e le organizzazioni sovranazionali deputate a farle rispettare nell’ambito del trade, senza minimamente preoccuparsi di auspicare la loro riforma; ha rinviato a tempi migliori, con una pacca sulle spalle da cowboy, l’incontro goffamente richiesto da Rohani, giudicandolo nello stesso giro di retorica un bravo tipo e il ricettacolo di una vasta corruzione castale, si è esibito nel suo numero non difficile sul socialismo mortifero e miserabile di Maduro, che ha ucciso il Venezuela sotto la regia cubana. Ha elogiato la Polonia, campione di sovranismo in Europa, e ha usato il patriottismo come giro di vite per rinserrare tutta la sua ideologia dell’America First, guerra commerciale e neoprotezionismo compresi. In un accesso liricheggiante, come “ET” di Spielberg, ha detto che la gente cerca nella nazione e nello stato, sicuro nei suoi confini e libero da patti internazionali sull’immigrazione, la famiglia, Dio e, udite udite, il luogo originario: “Home” ha sussurrato, proprio come il marziano “ET” quando dice: “Telefono, casa”, e la gente si scioglie in lacrime.

 

Il compito di Macron era più difficile. Intanto la platea era meno folta, quello che ce l’ha grosso aveva appena parlato e bisognava discutere della sua linea d’azione, la Francia può aspettare. Eppoi c’era un po’ di chiacchiericcio e movimento. Il presidente francese se l’è cavata molto bene all’inizio e alla fine. Ha tirato subito fuori la questione della pace, della responsabilità delle classi dirigenti mondiali in un momento di rottura dell’ordine internazionale, ha bollato come una follia una politica fondata sul diritto del più forte, che ha anche un carattere illusorio, e alla fine ha tirato fuori l’universalismo dei valori di cui la Francia è testimone e sbandieratrice, e con forti accenti di verità. 

 

In mezzo ha ragionato con convinzione sul multilateralismo, sulla necessità della cooperazione, sulla urgenza di definire nuove regole economiche e finanziarie senza essere ingenui né sbrasoni, e in sostanza ha detto mille cose giuste sulle cause dell’ondata isolazionista, nazionalista, populista che rischia di sommergere l’equilibrio tra gli stati e fottere l’idea stessa di un mondo governato con un linguaggio che non sia quello dell’uso solitario del primato, paese per paese, sovranità per sovranità. Ha cercato di mettere come si dice in valore l’eguaglianza, la libertà e la protezione come due facce della difesa della dignità dell’individuo e del cittadino, ha chiesto una nuova agenda di riforme: ma era costretto a un linguaggio difficile, complicato, a muoversi tra le mille sigle dei forum, dai G7 ai patti di Marrakech sulle migrazioni, e via dicendo, compresa la difesa della Corte penale internazionale e dell’Unesco. A dirla tutta sembrava una cosa a metà tra uno statista di molto tempo fa, un uomo di un futuro che chissà se mai debba arrivare, e un funzionario del mondo multilaterale e sovranazionale. Non aveva la tremenda efficacia della demagogia emozionale, salvo quando ricordava che le conseguenze di un malinteso patriottismo possono essere un devastante scatenamento della violenza nel mondo. Ambiente, sfide del digitale, controllo dell’immigrazione concertato, elogio del negoziato e del dialogo nelle sedi di garanzia e altre bellurie di ortodossia liberale completavano il quadro: uno sentiva che aveva ragione lui, ma era chiaro che il messaggio più forte era quello del più forte.

 

C’è da sperare alla fine che Trump si riveli un tipo alla Casanova, che secondo i critici della “Histoire de ma vie” era sì un impostore, un uomo mascherato e infido, tenendo però conto che l’impostura è un inganno “ma è anche la dislocazione dell’esistenza in nuovi spazi possibili”. E c’è da sperare, dopo i fasti della Sorbona e di Atene, quando i discorsi di Macron non avevano ancora incocciato nella Germania debole e quasi assente e nell’Italia anche troppo vivace e arrembante del trumpismo-putinismo che vuole “disfare l’Europa”, che questo “liberalismo non democratico” delle élite trovi parole più risonanti e dirette per sconfiggere la “democrazia illiberale” dei popoli risentiti e nostalgici e, in una parola, sempre più furiosi. Sperare, appunto, senza illusioni.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    27 Settembre 2018 - 00:12

    Mah. Leggere il resoconto sintetizzato e non tanto per argomenti quanto per sensazioni di uno che odia uno e ama l'altro, può interessare solo chi ama e odia come lui. A me i politici non interessano come persone, interessano dai princìpi e ideali che professano ma poi soprattutto dai fatti, perchè ciò che fa - leggi e atti di governo - un politico, lo fa a me! Se poi le guerre sono cose troppo serie per lasciarle fare ai generali che pure è il loro mestiere, figuriamoci governare un popolo, dove ci vorrebbero statisti, ma non se ne vede neanche l'ombra, Quanto a Macron, credo che sia stato sincero solo quando ha parlato al College des Bernardins. Lì ha parlato davvero da Uomo da piedistallo. Ma poi è sceso ed è uscito...

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    26 Settembre 2018 - 17:05

    Ho cercato sul Foglio di oggi un qualche commento sul nuovo caso Aquarius: zero virgola zero. Non è che forse la decisione del vostro prode frou-frou Macron, il sedicente primo della classe sempre col ditino (mignolo) alzato contro l'Italia, cioè chiusura totale dei porti francesi stile Cap. (che sta al Capitano come Cav. al Cavaliere) imabarazza un pochino? Perché il Cap. è fascista, sfascista, xenofobo e chi più ne ha più ne metta, invece frou-frou è il sol dell'avvenire dell'europeismo a parole (quando fa comodo a lui). Pensavo che un simile doppiopesismo fosse riservato a giornali come Repubblica e il Fatto. Mi sbagliavo.

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    • Maria Carla Sicilia

      26 Settembre 2018 - 17:05

      Gentile Lorenzo, abbiamo riportato la notizia ieri sul sito del Foglio. Può leggere l'articolo qui https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/09/25/news/la-francia-dice-no-all-aquarius-215460/

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  • albertoxmura

    26 Settembre 2018 - 12:12

    Un aspetto che di solito si trascura è l'allergia che l'elettorato di tutto il mondo ocidentale ha sviluppato verso l'ipocrisia e la vacua enunciazione di principi alla quale non corrispondono comportamenti congruenti. Macron è colto, intelligente, di gusti raffinati, ma è anche terribilmente ipocrita. Si percepisce subito che è uno che mente. Trump, al contrario, è grossolano, ignorante, sbruffone, ha un lessico assai limitato ed è anche bugiardo (ma in modo così smaccato da non avere la pretesa d'ingannare nessuno). Quando parla, parla chiaro e (almeno questa è l'impressione che dà) dice quel che pensa, senza infingimenti e ipocrisie. Sì, certo ci sono anche il populismo, il sovranismo, il nazionalismo, la xenofobia. Ma per capire quel che sta avvenendo ai vari turni elettorali che si celebrano nel mondo occidentale, va tenuto da conto anche il tanfo insopportabile dell'ipocrisia che ammorba l'occidente e genera un reazione di rigetto.

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    • fiorevalter

      26 Settembre 2018 - 18:06

      quanto a tanfo direi che quello dei Salvini, dei Di Maio, della Le Pen e compagnia sbraitante è molto ma molto più insopportabile

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    • stearm

      26 Settembre 2018 - 15:03

      L'ipocrisia è un difetto? Il nichlista non è ipocrita, proprio perchè è nichilista. L'ipocrisia segnala comunque la presenza di una visione etica, imperfetta come tutte le visioni etiche. Si può preferire all'assenza di una visione etica? Certo, la si può preferire. Esteticamente magari. Ma dove ci conduce un nichilista e dove ci conduce un'ipocrita? Il nichilismo si conduce nel baratro, volutamente perchè il nichilista in realtà è un Apokalyptiker, ovevro attratto voluttamente dalla catastrofe. L'ipocrita non conduce, si arrabbatta con quello che ha e con quello che è, ovevro con il legno storto dell'umanità a cui sa di appartenere. In realtà, l'ipocrita è chi preferisce il compromesso, non è pronto a sacrificare tutto per l'ideale, ma nemmeno a rinunciarci. Esteticamente Trump il 'nichilista' attira, Macron l'ipocrita respinge. Ma non siamo ad un 'Beauty Contest'.

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  • branzanti

    26 Settembre 2018 - 11:11

    Il discorso Trump va inquadrato in campagna elettorale midterm e per rispondere alle sue (evidenti) insicurezze. Non ironizzerei sulla inusitata reazione della platea perché, prima di un giudizio sulla persona, segnala la convinzione della diplomazia internazionale che, in realtà, la politica estera americana la conducono altri. Uomini consapevoli che America first può diventare facilmente America alone e che l'isolamento del paese, con la rottura di alleanze storiche, rappresenta un rischio geostrategico ed economico. In questa logica va letta la partita su Iran, accordi commerciali e dazi, dove ognuno difende legittimi interessi e la difesa dei valori democratici c'entra assai poco. Una partita che, giocata intelligentemente, può essere win win e non winner takes all (come crede erroneamente Trump). Anche perché il rischio è che la Cina (e in parte la Russia) finiscano per godere di vantaggi impensabili qualche anno fa, uno scenario assai poco vantaggioso per noi.

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