La forza di Trump contro Macron

Giuliano Ferrara

Ambiente, sfide del digitale, controllo dell’immigrazione, dialogo nelle sedi di garanzia, liberalismo. Lo show all’Onu di Macron e Trump ci dice perché il messaggio più forte non è quello giusto ma è quello del più forte

Mentre l’Aquarius faceva rotta su Malta, dove lo sbarco all’europea di cinquanta povericristi raccolti in mare da una ong rottamata e senza più bandiera di navigazione ha evitato uno scontro clamoroso tra Francia e Italia, all’assemblea generale dell’Onu due performer e capi di stato hanno inscenato la guerra dei mondi. Trump ha esaltato il sovranismo come nuovo modello mondiale, oltre che se stesso con i soliti effetti comici o grotteschi. Macron ha attaccato la legge del più forte, la cui logica riporta il pianeta, dopo l’esperienza del Novecento, sull’orlo dell’abisso. Due discorsi in diretta, a loro modo spettacolari, da recensire senza illusioni.

 

Il presidente americano se ne impipa delle regole, dei negoziati multilaterali, delle cooperazioni rafforzate, del libero commercio, delle tecniche e procedure della diplomazia, del problema della pace, e di ogni luogo di espressione, dall’Onu stessa all’Organizzazione mondiale del commercio, che abbia incarnato un ordine internazionale fondato su dialogo e ragionevolezza. Non si può dire che il suo discorso non avesse una sua forza intrinseca. La platea era rigurgitante, ascoltava in un completo silenzio la parola del più forte, salvo risate quando il troppo diventava troppo, e le sue bordate contro l’Iran, contro la Siria, contro l’Europa imbelle (qui è stato appena più sfumato, ma si è fatto comunque capire), contro gli squilibri negli scambi, contro le guerre monetarie pagate dal dollaro, contro tutto ciò che non è stato nazionale, patria, forza, dissuasione, minaccia diretta, confini e muri, cadevano sugli ascoltatori come mattoni, una dopo l’altra, con elementare, primitiva efficacia. La difesa dell’interesse nazionale americano, come funzione suprema di tutela del popolo, di ogni popolo e di ogni patria, è stata presentata come un nuovo modo di intendere la politica contemporanea, ma con vecchi argomenti e molto semplici ai quali anni di burocratizzazione del linguaggio avevano disabituato il pubblico. Trump parlava di decisioni prese, il ristabilimento delle sanzioni contro l’Iran bellicoso e amico dei terroristi, dopo la denuncia del trattato prenucleare del 2015, lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, l’intimazione alla Siria di fermarsi sulla linea degli attacchi chimici se non voglia subire conseguenze devastanti. Ha bacchettato le mani già indebolite di Frau Merkel, rimproverando alla Germania la perdita imminente dell’indipendenza energetica da Mosca, a fronte di un primato energetico americano a disposizione degli amici nel mondo, ha denunciato come assurde tutte le regole e le organizzazioni sovranazionali deputate a farle rispettare nell’ambito del trade, senza minimamente preoccuparsi di auspicare la loro riforma; ha rinviato a tempi migliori, con una pacca sulle spalle da cowboy, l’incontro goffamente richiesto da Rohani, giudicandolo nello stesso giro di retorica un bravo tipo e il ricettacolo di una vasta corruzione castale, si è esibito nel suo numero non difficile sul socialismo mortifero e miserabile di Maduro, che ha ucciso il Venezuela sotto la regia cubana. Ha elogiato la Polonia, campione di sovranismo in Europa, e ha usato il patriottismo come giro di vite per rinserrare tutta la sua ideologia dell’America First, guerra commerciale e neoprotezionismo compresi. In un accesso liricheggiante, come “ET” di Spielberg, ha detto che la gente cerca nella nazione e nello stato, sicuro nei suoi confini e libero da patti internazionali sull’immigrazione, la famiglia, Dio e, udite udite, il luogo originario: “Home” ha sussurrato, proprio come il marziano “ET” quando dice: “Telefono, casa”, e la gente si scioglie in lacrime.

 

Il compito di Macron era più difficile. Intanto la platea era meno folta, quello che ce l’ha grosso aveva appena parlato e bisognava discutere della sua linea d’azione, la Francia può aspettare. Eppoi c’era un po’ di chiacchiericcio e movimento. Il presidente francese se l’è cavata molto bene all’inizio e alla fine. Ha tirato subito fuori la questione della pace, della responsabilità delle classi dirigenti mondiali in un momento di rottura dell’ordine internazionale, ha bollato come una follia una politica fondata sul diritto del più forte, che ha anche un carattere illusorio, e alla fine ha tirato fuori l’universalismo dei valori di cui la Francia è testimone e sbandieratrice, e con forti accenti di verità. 

 

In mezzo ha ragionato con convinzione sul multilateralismo, sulla necessità della cooperazione, sulla urgenza di definire nuove regole economiche e finanziarie senza essere ingenui né sbrasoni, e in sostanza ha detto mille cose giuste sulle cause dell’ondata isolazionista, nazionalista, populista che rischia di sommergere l’equilibrio tra gli stati e fottere l’idea stessa di un mondo governato con un linguaggio che non sia quello dell’uso solitario del primato, paese per paese, sovranità per sovranità. Ha cercato di mettere come si dice in valore l’eguaglianza, la libertà e la protezione come due facce della difesa della dignità dell’individuo e del cittadino, ha chiesto una nuova agenda di riforme: ma era costretto a un linguaggio difficile, complicato, a muoversi tra le mille sigle dei forum, dai G7 ai patti di Marrakech sulle migrazioni, e via dicendo, compresa la difesa della Corte penale internazionale e dell’Unesco. A dirla tutta sembrava una cosa a metà tra uno statista di molto tempo fa, un uomo di un futuro che chissà se mai debba arrivare, e un funzionario del mondo multilaterale e sovranazionale. Non aveva la tremenda efficacia della demagogia emozionale, salvo quando ricordava che le conseguenze di un malinteso patriottismo possono essere un devastante scatenamento della violenza nel mondo. Ambiente, sfide del digitale, controllo dell’immigrazione concertato, elogio del negoziato e del dialogo nelle sedi di garanzia e altre bellurie di ortodossia liberale completavano il quadro: uno sentiva che aveva ragione lui, ma era chiaro che il messaggio più forte era quello del più forte.

 

C’è da sperare alla fine che Trump si riveli un tipo alla Casanova, che secondo i critici della “Histoire de ma vie” era sì un impostore, un uomo mascherato e infido, tenendo però conto che l’impostura è un inganno “ma è anche la dislocazione dell’esistenza in nuovi spazi possibili”. E c’è da sperare, dopo i fasti della Sorbona e di Atene, quando i discorsi di Macron non avevano ancora incocciato nella Germania debole e quasi assente e nell’Italia anche troppo vivace e arrembante del trumpismo-putinismo che vuole “disfare l’Europa”, che questo “liberalismo non democratico” delle élite trovi parole più risonanti e dirette per sconfiggere la “democrazia illiberale” dei popoli risentiti e nostalgici e, in una parola, sempre più furiosi. Sperare, appunto, senza illusioni.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.