Il disastro dell'America latina

Redazione

E’ l’unica area al mondo in cui la violenza è aumentata (e in cui domina il populismo)

In un mondo in cui tutte le metriche di benessere della popolazione sono in costante miglioramento, c’è un’unica regione in cui la violenza letale è aumentata senza sosta dal 2000 a oggi, per quasi vent’anni: l’America latina. Il Wall Street Journal ieri ha pubblicato un reportage interessante e drammatico, che riporta dati che sembrano appartenere a un’altra epoca, più cupa e arretrata della nostra. In America latina (che comprende centro e sud America, più Messico e Caraibi) vive soltanto l’8 per cento della popolazione globale, ma secondo l’Onu vi avviene un terzo di tutti gli omicidi intenzionali, provocati dalla criminalità organizzata, dalla violenza dei governi dittatoriali, dal crimine comune. In tutta la Cina (1,37 miliardi di abitanti), nel 2016 ci sono stati 8.634 omicidi, 5.351 in tutta l’Unione europea. In America latina sono 145.000 mila all’anno, e in crescita: l’anno scorso il Messico ha stabilito un nuovo record, con 31.174 morti ammazzati, e quest’anno il numero di vittime potrebbe aumentare ancora. Un quarto degli omicidi di tutto il mondo avviene in soli quattro paesi: Brasile, Colombia, Messico, Venezuela. 43 delle 50 città con più omicidi al mondo, comprese tutte le prime dieci, si trovano in America latina. Se vivete almeno 70 anni a Caracas (Venezuela) o ad Acapulco (Messico), la vostra possibilità di morire ammazzati è di una su dieci. Si potrebbe andare avanti ancora per molto, e raccontare per esempio degli obitori ormai così pieni che i governi sono costretti ad affittare dei camion frigo per stipare i cadaveri.

 

L’America latina è una regione grandissima abitata da centinaia di milioni di persone. E’ difficile, dunque, trovare una causa unica di questo risveglio insensato della violenza. Azzarderemo tuttavia una correlazione: negli ultimi vent’anni, nella sua quasi totalità (il Messico potrebbe essere un’eccezione), l’intero continente è stato governato da movimenti e partiti populisti di vario tipo, che hanno indebolito le istituzioni legali, danneggiato lo stato di diritto, snobbato le ricette economiche tradizionali fino a casi estremi, come quello del Venezuela, che fino a vent’anni fa era un paese benestante e oggi è in piena crisi umanitaria. Ma benché la crisi sia palese, il continente continua a sperare nelle stesse soluzioni: il Messico ha appena eletto come presidente un populista della sinistra radicale, che si insedierà a breve; il Venezuela non riesce a liberarsi del suo dittatore; in Brasile, come ricorda oggi l’Economist in copertina, c’è in testa ai sondaggi per le prossime elezioni un candidato populista e antisistema, le cui ricette sarebbero disastrose per un paese allo stremo. Non si rimette in sesto un continente in ginocchio con il populismo. Questa è una certezza.