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Il traffico di esseri umani si bloccherà quando la Libia tornerà a produrre ricchezza per il suo popolo

Perché maggiore è la ricchezza che la Noc e la Lia riescono a produrre per la Libia, minore sarà lo spazio di manovra per i trafficanti di esseri umani

26 Agosto 2018 alle 06:06

Il traffico di esseri umani si bloccherà quando la Libia tornerà a produrre ricchezza per il suo popolo

Foto LaPresse

Nell’aprile del 1973, Gheddafi tenne un discorso storico a Zuwara, un piccolo villaggio al confine con la Tunisia annunciando l’abrogazione di tutte le leggi esistenti, cancellando nel contempo il sistema amministrativo giudiziario che fu sostituito da comitati rivoluzionari conosciuti con il nome di lijan thawriya. Confiscò poi case, terreni e aziende mettendo a capo di queste ultime persone che si dimostrano incompetenti. Nazionalizzò anche le concessioni che la British Petroleum aveva nel paese, soprattutto in Cirenaica, la regione dell’est che confina con l’ Egitto. Aveva inoltre fatto quasi fallire la potente Occidental Petroleum americana, i cui asset erano al 98 per cento in Libia, decuplicando nello spazio di una notte le tasse a suo carico.

 

Poteva essere la fine di Gheddafi e l’esito essere di due tipi. Il suo regime poteva essere rovesciato con l’aiuto di stati che mal tolleravano la sua politica energetica come era successo con il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq negli anni Cinquanta oppure poteva essere travolto dalla crisi economica provocata dal programma di nazionalizzazione.

 

Come è noto non successe né l’una né l’altra cosa, soprattutto grazie al fatto che Gheddafi si guardò bene dal mettere a capo della Noc, la National Oil Company, i comitati rivoluzionari anche se da lui istituiti. Al contrario: scelse fior di ingegneri e tecnici che non esitò a mandare all’estero per completare la loro formazione.

 

I proventi della vendita del petrolio sono stati il collante che ha permesso a Gheddafi di tenere insieme uno stato, la Libia, che non è una nazione ma una società di tipo tribale costituita da migliaia di kabile. Nel contempo, sempre grazie al petrolio, Gheddafi mise da parte un tesoro di circa 90 miliardi di dollari con i quali costituì la Lia, la Libyan Investment Authority, un fondo sovrano con il quale ha investito nelle più importanti società di mezzo mondo. Gheddafi è morto, il suo regime con lui sparito, o quasi, ma la realtà non cambia: senza i proventi del petrolio la Libia è destinata a collassare. E senza i proventi degli investimenti della Lia, la Libia soffrirà alimentando il malumore e la frustrazione della gente.

 

Se la Noc e la Lia e la Banca centrale, pilastri dell’economia del paese, verranno smembrate in due parti, una facente capo dalla Cirenaica e l’altra alla Tripolitania, si consolideranno le premesse per la divisione della Libia stessa.

 

Deve dunque suonare come un campanello di allarme ciò che è successo nell’ estate di quest’anno. Il 14 giugno, Ibrahim Jedran, che fu uno dei comandanti della Petroleum Facilities Guard, una sorta di milizia che controlla e dovrebbe proteggere le installazioni petrolifere, ha preso il controllo di una fascia costiera a est del paese, chiamata “oil crescent”, da dove circa la metà del petrolio libico è esportato. Nello spazio di una settimana, il Libyan National Army, il cui comandante è il generale Khalifa Haftar, ha riconquistato le installazione petrolifere dichiarando però nel contempo che non avrebbe più permesso alla National Oil Company basata a Tripoli di gestire le installazioni.

 

Haftar aveva cavalcato il sentimento popolare, vivo dai tempi di Gheddafi, che l’ est del paese e la sua “capitale” Bengasi fossero trascurate dal governo centrale, sottolineando il fatto che malgrado la Cirenaica producesse più del 50 per cento del petrolio libico solo una minima parte dei proventi delle vendite veniva destinato alla regione.

 

A causa della chiusura dei terminali in Cirenaica, solo il porto di Zawija e le installazioni off shore sono rimaste operative, con il risultato che le vendite di greggio sono passate nello spazio di quarantotto ore da 1,1 milioni di barili al giorno a 500.000, meno della metà con una perdita stimata di circa 70 milioni di dollari al giorno.

 

La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere: il segretario generale delle Nazioni Unite, il Dipartimento di stato degli Stati Uniti, l’Unione europea, Francia, Germania e Italia hanno diffuso un comunicato dove si ricordava che secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu solo la Noc di Tripoli è legittimata a trattare il greggio libico. Anche i tradizionali alleati di Haftar, Emirati Arabi ed Egitto, hanno espresso riserve sull’operazione. Alla fine Haftar ha cercato un compromesso con il presidente Serraj e la situazione si è sbloccata.

 

La crisi ha origini lontane. L'accordo politico del 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite ha conferito legittimità internazionale a un nuovo organo, il Presidential Council, riaffermando la centralità di Tripoli e delle due istituzioni economiche li presenti: la Noc e la Banca centrale. Come è noto, il Parlamento “in esilio” a Tobruk non ha mai ratificato l’accordo del 2015 e continua a riconoscere il governo con sede ad al Beyda, la Banca centrale lì basata e la Noc di Bengasi nonché, seppure a fasi alterne, la Lna di Haftar. Il tutto condito da atavici sentimenti popolari di diffidenza nei confronti della Tripolitania e del potere centrale di Tripoli.

 

Questa situazione di incertezza investe anche la Lia, il fondo sovrano libico. Da un lato, a livello interno vi sono due contendenti a capo dell’organismo economico. Uno nominato da Serraj, che dunque è quello legittimato anche a livello internazionale, l’altro autoproclamatosi presidente, asserragliato negli uffici. Nessuno sembra in grado di allontanarlo. Ma il problema più grave deriva dal fatto che nelle concitate settimane del marzo 2011, cioè nel pieno della rivoluzione libica, tutti i conti e gli investimenti della Lia all’estero, per un controvalore di circa 60 miliardi di dollari, sono stati giustamente congelati dalle Nazioni Unite come misura protettiva. A oggi, data la particolare situazione politica, questi fondi sono ancora congelati e non possono essere utilizzati se non con lunghe e farraginose procedure che coinvolgono il Comitato sanzioni delle Nazioni Unite. Con tre conseguenze. Da un lato cresce il risentimento popolare verso quella che è vista come una indebita ingerenza internazionale dal momento che la società civile libica fatica non poco a capire come mai i fondi siano ancora congelati visto che esiste un governo legittimo. Dall’altro numerose cause sono state intentata dalla Lia, soprattutto in Inghilterra, contro primarie istituzioni finanziarie internazionali contestando il fatto che i fondi non sono amministrati bene. E da ultimo, la Lia non riesce a cogliere le occasioni di investimento che lì si presentano, stante l’impossibilità di gestire i fondi in modo veloce.

 

Tutto ciò ha anche a che fare con l’immigrazione: maggiore è la ricchezza che la Noc e la Lia riescono a produrre per la Libia e il suo popolo, minore sarà lo spazio di manovra per gli infami trafficanti di esseri umani che possono prosperare proprio perché riescono a garantire i bisogni primari di coloro lavorano per loro.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    27 Agosto 2018 - 15:03

    Ma i migranti non arrivavano già a frotte quando al potere c'era Gheddafi che distribuiva soldi con l'idrante?

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  • carlo schieppati

    27 Agosto 2018 - 07:07

    Bisognerebbe chiedere l'intervento della Francia. Già in passato con Sarkozy ha dovuto intervenire per sottrarla dalle grinfie di Berlusconi. Ora speriamo in Macron...

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