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L'obiettivo prediletto di Putin

Il loquace Michael McFaul, ex ambasciatore americano a Mosca, rivendica lo status di “nemico personale” del presidente russo (che non gli ha mai perdonato due parole fuori posto) e contrattacca

21 Luglio 2018 alle 06:00

L'obiettivo prediletto di Putin

L'ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul

New York. Nella classifica delle ossessioni di Vladimir Putin un posto d’onore spetta a Michael McFaul, docente di Stanford, ex ambasciatore americano a Mosca e assistente speciale di Barack Obama sulla Russia. Sono molte le cose che non sappiamo del contenuto del faccia a faccia senza consiglieri fra Putin e Trump a Helsinki, ma di certo c’è che il presidente russo ha chiesto di poter fare interrogare ai suoi inquirenti McFaul, preso come simbolo e capofila degli undici americani su cui il Cremlino vorrebbe mettere le mani.

 

Sarebbe la contropartita, a detta di Putin proporzionata, delle dodici spie russe incriminate nell’ambito dell’inchiesta dello special counsel Robert Mueller. L’idea, qualificata come “incredibile” dal gongolante Trump nella disastrosa conferenza stampa finlandese, è poi stata declassata come “assurda” dal dipartimento di stato, è stata bocciata con 98 voti a zero da una risoluzione del Senato ed è stata infine rigettata dalla Casa Bianca. La portavoce, Sarah Huckabee Sanders, ha detto che il presidente “non è d’accordo” sulla proposta russa, che pure Putin ha presentato “con sincerità”. Sulla sincerità McFaul ha però qualche dubbio: “Non considero ‘sincerità’ muovere false accuse di essere criminali a funzionari del governo americano”, ha twittato l’ex ambasciatore. Competente, sciolto di lingua e svelto sui social, capace di aggregare gli oppositori del regime, questo accademico-diplomatico incarna tutto ciò che Putin detesta, e il presidente russo lo ha eletto a obiettivo prediletto della sua campagna antiamericana, tanto da metterlo in cima alla lista delle persone da interrogare. 

 

McFaul non si è mai tirato indietro e, anzi, ogni volta che Putin lo attacca lui risponde e rilancia. Nel suo profilo Twitter lancia il suo libro sulle relazioni Russia-America con questo slogan: “Come ambasciatore, ho cercato di rilanciare le relazioni con la Russia e sono finito per diventare un nemico personale di Putin”. Quando a Helsinki il presidente russo ha spiegato che Mosca non “aggredisce più gli Stati Uniti”, quasi irridendo la mentalità da Guerra fredda che regna tra i funzionari americani, lui ne ha fatta una questione personale: “Putin sta certamente aggredendo e intimidendo me. E sono un americano”.

 

Nelle analisi dopo il summit di Helsinki, McFaul ha restaurato il suo status di supremo eroe antipuntiniano e il suo nome ha catalizzato l’attenzione dei media, anche se nella lista assieme a lui ci sono personaggi meno noti pubblicamente ma politicamente più significativi. Kyle Parker, capo dello staff della commissione Helsinki al Congresso, è il principale autore del Magnitsky Act e il fatto che il suo nome sia venuto fuori significa che Putin attacca non solo diplomatici e funzionari eletti, ma anche rappresentanti delle strutture legislative.

 

“Il suo coinvolgimento rappresenta un notevole salto di qualità nella vicenda”, dice una fonte del Congresso al Foglio. McFaul, invece, è l’esplicito protagonista delle ossessioni putiniane almeno dai tempi in cui è stato nominato ambasciatore a Mosca, nel 2012. La sua residenza è stata frequentata da tutta l’opposizione putiniana (anche da Boris Nemtsov, assassinato nel 2015), da rappresentanti delle organizzazioni per i diritti umani e da intellettuali filo occidentali di ogni tipo, una compagnia che il Cremlino ricambiava inviando attivisti nazionalisti a disturbare ogni movimento e ogni incontro pubblico di McFaul. Il quale, maestro di social e pubbliche relazioni, invece di abbassare il profilo teneva diari pubblici sul regime oppressivo. Sergei Markov, suo collega a Stanford e amico di una vita passato poi nel ruolo di consigliere del Cremlino, ha detto una volta che Putin “gli dovrebbe dare un premio per il ruolo di vittima”. In uno dei quotidiani assedi degli attivisti al soldo di Putin, McFaul ha perso la pazienza e ha gridato che la Russia è un “dikaya strana”, un paese selvaggio, arretrato, dove l’aggettivo contiene quel senso di superiorità occidentale che fa imbufalire il tiranno nazionalista. McFaul si è scusato in tutti i modi per quelle due parole fatali, ma Putin non gliele ha mai perdonate.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    22 Luglio 2018 - 00:12

    Normalmente i falliti, i perdenti e gli incapaci che appartengono alla categoria dei presuntuosi debbono sempre avere un nemico personale potente per giustificare il loro fallimenti. Dopo c`e` chi usa queste quasi nullita per scopi politici.

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  • lucafum

    21 Luglio 2018 - 22:10

    Certamente. la russia non è la svezia - anche vero che nazismo ed eugenentica sono nati lì (i civilissimi nordici). Anche vero che nella selvaggia russia rischi di essere ammazzato facilmente; ma più in strada che non a scuola, come negli stati uniti (democratici ma psicotici?). Un bell'esame di coscienza, senza neppure calarsi i pantaloni in pubblico, potrebbe migliorare la calibrazione delle affermazioni, almeno agli alti livelli; ma la supponenza dei dem va oltre, molto oltre - di qualunque paese siano, la superiorità antropologica (più semplicemente definita "superbia", quando c'era una cultura spirituale) ne è il tratto fondante, e li rende odiosi. Per il quantunque partigiano Foglio, definire "tiranno nazionalista" uno che non è un monarca antropofago, è una posizione vanamente guerrafondaia. E' un presidente, che piaccia o no, eletto da un paese grande quanto un continente (ci guardassimo i nostri, come direbbero in trinacria). Esercitare la misura delle Parola, virtù massima.

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