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Due parole sulla cosiddetta “sostituzione etnica”, che non è come la intende Salvini

Gestire i flussi degli stranieri in arrivo nel nostro paese vuol dire scegliere come assimilare i migranti. In Danimarca fanno i “ghetti”, noi che modello vogliamo?

3 Luglio 2018 alle 06:12

Due parole sulla cosiddetta “sostituzione etnica”, che non è come la intende Salvini

Viale Papa Giovanni XXIII, Bergamo. Foto LaPresse

Si parla molto di “sostituzione etnica”, che è un’espressione scelta per fare impressione perché assomiglia alla terribile “pulizia etnica” e viene usata spesso nelle discussioni a proposito dell’immigrazione. Vediamo se si può parlare dello stesso fenomeno con parole neutrali. Il saldo demografico in Italia è negativo. Nel 2016 sono morte 140 mila persone in più rispetto ai nuovi nati, è come se un comune delle dimensioni di Salerno fosse diventato deserto. Nel 2017 il saldo demografico è peggiorato ancora ed è crollato a meno 180 mila. Sono dati dell’Istat, che dice anche che questa tendenza è destinata ad aumentare nei prossimi decenni. Su lungo termine il deficit diventerà prima di 200 mila e poi di 400 mila italiani – come se ogni anno sparissero gli abitanti di tutto il comune di Firenze. Per invertire il corso delle cose sarebbe necessario che ogni coppia in Italia facesse almeno tre figli, perché due non basterebbero (sarebbero soltanto il rimpiazzo dei loro genitori) e non soltanto saremmo già molto in ritardo anche se cominciassimo oggi, ma è anche poco probabile. Ora, un paese con sempre meno abitanti finisce per diventare più povero gradualmente: ci sono meno lavoratori, meno gente attiva, meno studenti nelle scuole, meno clienti nei negozi, meno gente che paga le tasse. Se anche questo governo riuscisse nel piano di portare a zero il numero degli stranieri che arrivano in Italia per lavorare e di rimandare seicentomila immigrati nei loro paesi, tra qualche anno ci troveremo nella condizione di far fronte al problema che siamo sempre meno. Non sappiamo quando con precisione perché le variabili matematiche sono troppe, potrebbe essere il 2030, tra dodici anni, oppure il 2050, tra trentadue anni, sappiamo che la curva ci porta là.

   

Sarà poco probabile che le popolazioni che stanno già molto bene vogliano venire a lavorare con noi in Italia, quindi verrà in Italia chi ha un incentivo a spostarsi perché vive in paesi che stanno peggio del nostro. Oggi dall’Ecuador, dalla Cina e dalla Siria, domani chissà. Non lo dice un think tank liberal, non lo dice George Soros, non lo dice la Chiesa, lo dicono le statistiche, che non sono buoniste e non sono razziste. Se vogliamo un’Italia popolata più o meno a questo livello, ricordiamoci che ci saranno un po’ meno italiani e quindi un po’ più stranieri e non saranno svedesi. Se questo è lo scenario più probabile, la politica si può occupare di gestire questo passaggio.

   

Ieri il New York Times ha pubblicato un reportage dalla Danimarca che raccontava come il governo di Copenaghen abbia scelto misure molto dure per assimilare i migranti, che nella stragrande maggioranza vengono da paesi musulmani. Secondo le nuove leggi presentate a marzo e ora in via di approvazione, i danesi possono etichettare i residenti di 25 enclave a basso reddito e alta presenza di migranti come “abitanti dei ghetti” e obbligare tutti i loro nuovi nati, a partire dall’anno di età, a passare venticinque ore la settimana con assistenti sociali che si occupano di trasmettere i “valori danesi”. Durante le lezioni si spiegheranno tradizioni come il Natale e la Pasqua e la lingua nazionale. Se le famiglie rifiuteranno di adeguarsi dovranno rinunciare al welfare. Il pacchetto “ghetto” comprende molte misure estreme – per esempio il raddoppio della pena se un crimine è commesso dentro un “ghetto”, o il coprifuoco alle otto di sera per i bambini (difficile da realizzare) – e alcune sono state respinte. Ci sono ovvie polemiche perché il pacchetto crea due classi di cittadini differenti davanti alla legge, gli abitanti dei ghetti sono scontenti, molti danesi invece approvano.

    

Il punto non è essere d’accordo con il sistema Copenaghen oppure esserne inorriditi, il punto è che i numeri dicono che immaginare un’Italia isolata e chiusa agli arrivi dall’esterno per molto tempo non è realistico. C’è da scegliere adesso come procedere, quali modelli guardare, quali evitare, e invece la discussione prende sempre tinte complottistiche.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    03 Luglio 2018 - 23:11

    Serà quel che sera, caro Raineri. Troppe le incognite, impossibile prevedere il futuro, già che nemmeno si riesce a capacitarsi lucidamente del presente. L'Italia poi, dopo mezzosecolo di sfascio kulturale, religioso, morale, civile e istituzionale, è ridotta al punto che sentir ipotizzare "integrazione" da testoline disintegrate autoridotte ad apolidi culturali e dispersi mentali, vien solo da piangere. Vincerà ossia prevarrà e s'imporrà la forza della vita ossia la fede religiosa - il trascendente è il compimento dell'immanente - che saprà meglio liberare, valorizzare e diffondere la gioia di vivere e di convivere. QualcUno ci penserà...

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Luglio 2018 - 14:02

    La politica, maxime in democrazia, è obbligata alla ricerca del consenso. Punto. L’obiettivo di ogni parte politica non è metafisico, si riduce ad essere il modello sociale/economico più credibile e appetibile per il maggior numero possibile di persone, per garantire panem et circences, roba concreta. Lo scontro perenne è sul “cosa fare”e “come farlo”. Il panem coincide col lavoro per tutti. Impegno arduo, ma non impossibile in assoluto. Le cose si complicano, s’aggrovigliano, diventano fonte di scontri feroci, quando i circences, nelle loro infinite declinazioni, di desideri, aspettative e suggestioni, vengono impiegati come mezzo per garantire panem. Cioè come strumento politico. Ma poiché, giustamente, l’uomo non vive di solo pane, non riusciremo mai ad eliminare questa ineludibile commistione. Ab aeterno. Fatalismo? Macché realismo. Quello che ha capito che tutto si tiene. Fake e true compresi. La complessità cui allude Eugenio Cau.

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  • joepelikan

    03 Luglio 2018 - 11:11

    L'ideologia acceca. Guardiamo ai fatti: 1) Il cosiddetto "calo dell'80% degli arrivi" è irrilevante. Le proiezioni ONU prevedono un incremento della popolazione africana di 1.2 miliardi da qui al 2050. È una bomba in attesa di esplodere. 2) Sui grandi numeri, in Europa non esistono casi d'integrazione di successo. Esistono solo comunità (auto-) segregate che creano più o meno problemi sociali a seconda del grado di conflittualità della cultura di provenienza. 3) Il tasso di criminosità dei migranti, secondo le statistiche, è da 4 a 6 volte quello della popolazione nativa. 4) La cultura africana è incompatibile con quella europea/italiana. È una cultura basata sul concetto di clan/tribù e intrisa di violenza intertribale. Ciò non vuol dire che singoli africani non possano assimilarsi. Ma l'arrivo di masse ingenti genererebbe situazioni di gravissimo disordine. 5) Nella Storia le guerre non hanno distrutto le civiltà. I grandi movimenti demografici sì.

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    • aldo.vanini

      03 Luglio 2018 - 18:06

      Poco simpatico, di questi tempi, da dirsi, ma le constatazioni di joepelikan sono difficilmente contestabili. Aggiungerei che il tema immigrazione= risposta positiva al calo demografico paga il semplicismo della equivalenza dell'apporto che qualunque individuo darebbe alla società. Fermo restando che la non equivalenza non generi differenza di diritti primari, è difficile immaginare che senza provvedimenti drastici - e i cui effetti sono necessariamente efficaci sul lungo termine - un individuo, quale che sia, produca un beneficio sociale solo per esistere. Allo stato attuale fatico, dopo anni, a vedere un beneficio sociale prodotto da buona parte degli immigrati che possa essere introdotto nel bilancio sociodemografico. Non ne faccio loro una colpa, ma me ne preoccupo anche per loro, non riuscendo a immaginare un futuro previdenziale per individui che, nella stragrande maggioranza dei casi, aspirano a lavori marginali, e sottopagati anche rispetto agli strati più bassi dei nativi.

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  • tenen314

    03 Luglio 2018 - 08:08

    Gli studi demografici prevedono un diminuzione della popolazione italiana autoctona. D'altra parte le previsioni dello sviluppo tecnologico (robotica ed intelligenza artificiale) indicano che in futuro saranno necessari meno lavoratori per produrre quello che produciamo oggi, o anche per produrre di più. Quindi una diminuzione della popolazione non comporterà necessariamente un impoverimento del paese, purché le giovani generazioni ricevano un'istruzione adeguata a contribuire allo sviluppo tecnologico, e ad usufruirne . Ora, il livello di istruzione della maggioranza degli attuali immigrati in Italia è molto basso; è quindi lecito domandarsi se, nella prospettiva qui indicata, essi costituirebbero una risorsa per il paese, o piuttosto un peso economico e sociale. Se si guarda all'esperienza degli altri paesi europei, si vede che l'integrazione "forzata" (leggi Danimarca), nel lungo periodo, risulta più vantaggiosa sia per il paese di accoglienza, sia per gli stessi immigrati.

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