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Anche in Messico c'è la svolta populista. Vince Andrés Manuel López Obrador

Stanchi della corruzione e delle minacce degli Stati Uniti gli elettori scelgono il candidato di sinistra "Amlo". Un risultato storico per il paese, guidato dagli stessi due partiti da quasi 90 anni

2 Luglio 2018 alle 10:46

i sostenitori di López Obrador in festa

López Obrador (foto LaPresse)

Il fascino del cambiamento investe anche il Messico. "Una profonda trasformazione" è in arrivo: il candidato di sinistra Andrés Manuel López Obrador ha rivendicato così la sua vittoria nelle elezioni presidenziali di domenica, da molti definite le più importanti della storia messicana. Ed è davvero un risultato che segna un importante cambiamento in un paese guidato dagli stessi due partiti per quasi 90 anni. L'ex sindaco di Città del Messico, conosciuto con le sue iniziali Amlo, ha ottenuto circa il 53 per cento dei voti. E anche se i risultati non sono ancora definitivi, i suoi rivali hanno già ammesso la sconfitta e riconosciuto l’elezione del 64enne come nuovo leader del paese, anche se non si insedierà fino al primo dicembre. Alcuni oppositori hanno espresso però il timore che le sue politiche di sinistra e la retorica populista possano danneggiare la già stagnante economia messicana e trasformare il paese in "un altro Venezuela". I prossimi mesi offriranno un quadro più chiaro di come López Obrador gestirà il suo nuovo ruolo.

      

Come avevamo spiegato su queste colonne, López Obrador è stato definito un populista e un riformatore, democratico e autoritario, speranza e rovina del Messico, socialista moderato e pericoloso chávista, messianico e diabolico. Almeno da trent’anni domina le cronache da protagonista, ha scritto sedici libri, se vai in giro per qualunque angolo del Messico tutti lo conoscono e hanno un’opinione su di lui. López Obrador ha promesso di affrontare la corruzione, un "cancro che sta distruggendo questo paese" e che "ha causato disuguaglianza sociale e violenza", si è impegnato a raddoppiare le pensioni per gli anziani e a cercare di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. Ma la vittoria di Amlo è soprattutto il sintomo della diffusa disillusione dei messicani verso i due partiti fondatori: il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) del presidente uscente Enrique Peña Nieto – di orientamento centrista, che era al potere dal 1929 al 2000 e ha riconquistato la presidenza nel 2012 – e il conservatore Partito Azione Nazionale (PAN). Gli ultimi due governi che si sono succeduti, quello di Calderón e quello di Peña Nieto, hanno fallito in molti modi. Il primo ha dichiarato una guerra al narcotraffico che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, il secondo ha promesso ai messicani la fine della stagnazione economica e della corruzione per poi lasciare il paese impantanato nell’una e nell’altra. Al senso di disperazione generato dai fallimenti politici interni si è aggiunto un sentimento nazionalista crescente provocato dalle ingiurie continue del presidente statunitense Donald Trump contro il Messico e i suoi abitanti.

       

I sostenitori di López Obrador in festa (foto LaPresse)


      

Ironia della sorte, la crescente popolarità di Amlo può essere attribuita in parte proprio a Donald Trump. A pochi giorni dall'elezione del tycoon a Washington, gli analisti politici messicani stavano prevedendo che la sua aperta bellicosità nei confronti del Messico avrebbe incoraggiato posizioni più radicali in Messico. E poco dopo l'election day, López Obrador pubblicò un libro di successo intitolato "Oye, Trump" ("Ascolta, Trump") che conteneva alcuni suoi discorsi. In uno di questi aveva dichiarato che "Trump e i suoi consiglieri parlano dei messicani come Hitler e i nazisti si riferivano agli ebrei, proprio prima di intraprendere la infame persecuzione e l'abominevole sterminio". Ma non è detto che Trump abbia la stessa visione "apocalittica" di Amlo: i due condividono alcuni tratti, tanto per cominciare il populismo. Durante la campagna, López Obrador ha denunciato il "governo faraonico" del Messico e ha promesso che, se sarà eletto, rinuncerà a vivere a Los Pinos, la fastosa residenza presidenziale, che intende invece aprire al pubblico. López Obrador ha un focus singolare nell'affrontare le questioni interne: "La migliore politica estera è qualla interna", ha dichiarato. Secondo lui, incrementare i salari e creare posti di lavoro ridurrà ulteriormente il traffico di droga, la violenza e l'immigrazione clandestina.

  

   

Tutto ciò potrebbe essere un punto di svolta nell'affrontare alcune delle principali lamentele degli statunitensi contro i loro vicini meridionali. La Casa Bianca, domenica sera, si è congratulata con López Obrador per la vittoria. "Non vedo l'ora di lavorare con lui", ha twittato Trump . "C'è molto da fare che porterà benefici sia agli Stati Uniti che al Messico!".

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