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La vittoria di Ocasio a NY esalta la sinistra populista (e Trump gode)

La 28enne ispanica distrugge un pezzo dell’establishment dem. Una campagna riuscita o il segno di una tendenza nazionale?

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

27 Giugno 2018 alle 20:29

La vittoria di Ocasio a NY esalta la sinistra populista (e Trump gode)

Foto Jose Alvarado dalla pagina FB di Alexandria Ocasio-Cortez facebook.com/Ocasio2018/

New York. Joseph Crowley ha 57 anni ed è al Congresso, nelle file del Partito democratico, da quasi vent’anni. Dal 2013 rappresenta il quattordicesimo distretto di New York, che comprende la parte orientale del Bronx e la zona nord del Queens. Le vittorie di Crowley ogni due anni sono talmente prevedibili che dal 2004 corre senza uno sfidante alle primarie democratiche, che nella liberal New York sono l’unica sfida che conta. Crowley è il quarto nella linea di comando nella leadership dei democratici alla Camera, il che significa che è generosamente sostenuto dalla macchina dei finanziamenti del partito. Si parlava molto di lui per la successione di Nancy Pelosi nel ruolo di leader al Congresso, con la possibilità di diventare speaker se la sinistra riuscirà a novembre a strappare la maggioranza ai repubblicani. Tutti i progetti di Crowley sono però naufragati. L’incarnazione dell’establishment democratico è stata clamorosamente sconfitta da Alexandria Ocasio-Cortez, una community organizer di 28 anni cresciuta alla scuola politica di Bernie Sanders e che ha condotta una campagna energetica senza il sostegno del partito e senza finanziamenti da parte dei grandi gruppi industriali. Il video che ritrae in diretta la sua faccia nel momento in cui gli exit poll le assegnano la vittoria è diventato subito virale, e quegli occhi sgranati, increduli, rappresentano bene il senso di sorpresa che ha attraversato il mondo politico martedì sera.

Madre portoricana e padre del south Bronx, regno delle case popolari e della criminalità, Ocasio ha condotto una campagna a tinte socialiste sui temi economici e ultraprogressiste sui temi sociali, battendo con più forza su tutti i tasti che Sanders ha toccato, con ampio seguito, nella sua sfida a Hillary di due anni fa. Ha parlato di reddito minimo garantito, di inclusività, di discriminazione, è andata a protestare sul confine, ha mobilitato un distretto abitato per il 50 per cento da ispanici, si è scagliata contro le corporazioni, le burocrazie di partito, ha detto che “non tutti i democratici sono uguali” e ha spiegato la differenza fra lei e Crowley con uno slogan di sicuro effetto: “Noi abbiamo il popolo, loro hanno i soldi”. Ocasio ha avuto anche il merito di azzeccare la strategia comunicativa, coniugando le rivendicazioni femminili sullo sfondo del #MeToo, l’identità latina mentre imperversa la battaglia sul confine e facendosi portavoce delle inquietudini economiche dei forgotten man che anche la sinistra deve rassegnarsi ad inseguire. Non che il democratico in carica fosse stato politicamente tiepido: la voce di Crowley è stata una delle più abrasive e implacabili nel contrastare Trump, ha difeso con forza i diritti delle minoranze e ha anche firmato disegni di legge sgraditi alla corrente centrista del partito, come quello che proponeva di concedere la carta verde a tutti i clandestini di New York che si erano dati da fare per la ricostruzione dopo gli attacchi dell’11 settembre.

Ocasio ha unito tutti gli elementi dello spirito del tempo in un unico burrito e ha messo a segno una vittoria inaspettata che subito i maggiorenti della sinistra populista si sono affrettati a leggere come l’anticipazione locale di una tendenza nazionale: “Ha dimostrato ancora una volta che cosa può fare la politica progressista dal basso”, ha scritto Bernie Sanders, vincitore di una nottata che ha visto affermarsi anche l’attivista Ben Jealous nelle primarie del governo del Maryland. Ocasio è la testimonial perfetta della presunta ondata dell’ultrasinistra, ma Nate Silver, maestro dei numeri elettorali, invita anche a considerare che un caso non fa una tendenza. Nella corsa per il Senato in Maryland Chelsea Manning, la talpa dell’intelligence che poi ha cambiato sesso, è stata umiliata con soltanto il 6 per cento dei voti. Nel dubbio, Trump si gode la guerra fra democratici.

Mattia Ferraresi

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    29 Giugno 2018 - 17:05

    C`e` sempre chi e` piu` puro o piu` rivoluzionario che ti epura. Oggi si perde la candidatura un tempo si perdeva la testa,nel vero senso della parola.

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