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Il rischio di chi si fa confondere dai sentimenti su Gaza e Israele

I tiepidi che non stanno “né con Hamas né con Netanyahu” 

16 Maggio 2018 alle 18:46

Il rischio di chi si fa confondere dai sentimenti su Gaza e Israele

Un gruppo di palestinesi trasporta un ferito durante gli scontri a Gaza (foto LaPresse)

Il senso politico del tiepido appello firmato da persone stimabili come Anna Foa e Wlodek Goldkorn, fra gli altri, è purtroppo nudo e crudo: né con Netanyahu né con Hamas. Le motivazioni, trattandosi di persone che non hanno venduto il cervello all’ammasso dell’odio per il “colonialismo” o “l’apartheid” israeliano, sono evidentemente sentimentali. Lo spettacolo di un esercito regolare che tira su civili ai confini tra uno stato che ha la sua forza, la sua opulenza, la sua grinta, e una striscia di terra popolata dai fantasmi, donne vecchi bambini giovani, dove terrore fame disperazione sono legge del quotidiano, è in sé ributtante. Prova un sentimento di sconforto davanti agli eventi e alle vittime anche chi diffida delle retoriche pseudodavidiche, la fionda contro il Goliath, i miserabili che hanno sempre ragione per la loro vulnerabilità intrinseca, anche chi giudica matura la decisione americana di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme capitale d’Israele, in esecuzione di un impegno del Congresso che risale a molti anni fa, sebbene le cerimonie mondane per una targa ufficiale avessero qualcosa di stucchevole e di aspramente intollerabile, data la situazione, e davvero sarebbe stata preferibile l’asciuttezza del fatto al posto della versione colorita del taglio del nastro. Questo sentimento, spero lo si possa riconoscere in ragione della comune umanità, non ha niente di disdicevole, e non va confuso con la tronfia e ideologica sicumera “de sinistra” di un Massimo D’Alema, politico fallito e in cerca di riconoscimento ideologico che mette la politicuzza al posto della pietà, lui, notorio partigiano di Hezbollah e di un filopalestinesimo ideologico contraffatto.

 

Ma i sentimenti sono la forza del cuore, le cui ragioni non si possono disconoscere, e la debolezza della ragione, che è la sola risorsa possibile per le grandi questioni politiche di vita o di morte, per popoli individui e stati o comunità. Giulio Meotti ha mille volte, e anche qui, raccontato che cos’è un confine come quello di Gaza, mettendosi dal punto di vista di una comunità minacciata dal nichilismo e dal propagandismo terrorista, dalla esplicita volontà di annientare, e con la massima brutalità, chi ha diritto a vivere in pace e sicurezza nel focolare nazionale degli ebrei, persone e non princìpi astratti. Yossi Klein Halevi nel Corriere ha parlato con amarezza e rassegnazione politica del ciclo di negazione di cui sono prigionieri gli attori del conflitto, senza nascondere la circostanza decisiva: la negazione storica dirimente è quella che investe in pieno, in una logica di vita o di morte, lo stato di Israele, i suoi confini, le sue case, le sue città, le sue anime, i suoi corpi, la sua democrazia, il suo sforzo eroico di costituirsi come estremo baluardo di un sogno millenario e di un progetto politico moderno legittimato anche dalla comunità internazionale all’atto della nascita di quel paese. La fionda contro il cecchino eccita il sentimento, confonde le cose, rovescia gli istinti di protezione e la stessa saggezza del giudizio, ma l’assedio tenace e annientatore di un esperimento di storia e di vita, di libertà e di indipendenza, di rifugio e di autodifesa, quello chiama in causa la ragione o, se vogliamo essere meno monumentali, una ragione.

 

Chi se ne fotte del Sionismo, chi non crede che Israele sia un diritto convalidato dalla storia e dalla più inaudita catastrofe, quali che siano state le sofferenze patite da una parte e dall’altra della storia stessa, ha tutto lo sporco diritto di credere che Gaza è un simbolo di resistenza e Israele di repressione. Chi ha l’esistenza e la pace di Israele incardinate nella ragione, e forse anche nel cuore, non ha il diritto di cedere al sentimentalismo univoco e sospetto, e di dichiararsi, quanto a conseguenze politiche, né con Netanyahu né con Hamas. E’ peggio che un delitto, è un errore. Di cui sono gli israeliani, e anche gli arabo-palestinesi disperati, a sopportare le vere conseguenze.

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Commenti all'articolo

  • ceva.paola

    17 Maggio 2018 - 12:12

    Né con questi né con quelli, vuol dire anche con questi e con quelli. Ma non si possono servire due padroni, lo ha detto un Ebreo, quando già schierarsi richiedeva coraggio.

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  • Giovanni

    17 Maggio 2018 - 12:12

    Nessun telegiornale e solo sparuti quotidiani fanno presente ai telespettatori e ai lettori che i confini di Israele attaccati dai palestinesi nelle ultime settimane sono esattamente i confini assegnati allo stato di Israele dall'ONU nel 1947/48. E' alquanto paradossale che alcuni stati europei come ad esempio la Francia facciano finta di scandalizzarsi per la ferma reazione degli israeliani alla tentata violazione della loro linea di confine quando proprio la Francia rifiuta anche con modi piuttosto spicci se non addirittura violenti i migranti che tentano di violare la loro linea di confine.

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  • mauro

    17 Maggio 2018 - 12:12

    D'altra parte, ogni "chierico" della cultura occidentale, se non vuole rischiare una pesante rottura con il pensiero dominante, deve fare delle continue concessioni all'ipocrisia. Magari alzando gli occhi al cielo e mormorando un "che s'ha da fà pè campà". Questo nella migliore delle ipotesi; il fumus del pensiero collettivo è un sottile veleno che s'insinua nelle menti di tutti, e il suo primo effetto è quello di rendere incerta ogni certezza preesistente.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Maggio 2018 - 23:11

    Caro Ferrara - Culturalmente desolante, intellettualmente avvilente il “né con Netanyahu né con Hamas”, di Anna Foa e Wlodek Goldkorn. Non hanno portato il cervello all'ammasso, bene, proprio per quello è impossibile credere, pensare, non abbiano una convinzione propria, una voce univoca su quanto sta accadendo, dal 1948 in quelle terre. Impossibile sottrarsi alla sensazione di trovarsi di fronte ad un opportunismo pilatesco. Notare, da una parte un nome, Netanyahu, dall'altra un'organizzazione palestinese di carattere politico e paramilitare considerata, dall'Unione Europea, per esempio, un'organizzazione terrorista. Il, né, né, mi sa tanto di cervello portato all'ammasso. Con altre parole lo dice anche lei. Poi, i sentimenti, le passioni. il cuore, che hanno ragioni che la ragione non conosce, non è cosa nuova, sono gli architravi della tragedia greca.

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