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Decine di morti nelle proteste contro Ortega. Cosa sta succedendo in Nicaragua

Il presidente ha ritirato la riforma della previdenza sociale, all'origine degli scontri. "Più che il decreto, dovrebbe ritirarsi lui, per permettere il ritorno alla normalità democratica", ci spiega il costituzionalista Álvarez

23 Aprile 2018 alle 10:06

Decine di morti nelle proteste contro Ortega. Cosa sta succedendo in Nicaragua

Nicaragua, proteste contro la riforma della previdenza sociale: scontri tra polizia e manifestanti (foto LaPresse)

Dopo aver detto che gli studenti universitari in rivolta non erano che “delinquenti e teppisti”, il presidente Daniel Ortega ha ritirato la riforma della previdenza sociale indicata come origine della protesta che ha incendiato il Nicaragua, facendo almeno una trentina di morti. Tra loro il giornalista Ángel Gahona, che a Bluefields sulla costa atlantica è stato centrato da una pallottola in testa mentre copriva gli scontri in  diretta. “Ma la cifra vera non si sa ancora”, testimonia al Foglio Gabriel Álvarez: un insigne costituzionalista autore di un “La Ley en la Constitución de Nicaragua” che nel paese centro-americano è un testo di riferimento. Gabriel Álvarez definì senza esitazioni “una frode costituzionale” quelle ultime elezioni presidenziali in cui Ortega fu eletto dopo aver impedito all’opposizione di presentarsi. “Ci sono decine di desaparecidos, centinaia di arresti, incendi, saccheggi, distruzioni. Secondo le reti sociali, è lo stesso governo che sta organizzando gli assalti ai centri commerciali per giustificare lo stato di emergenza, la sospensione delle garanzie costituzionali e lo spiegamento dell’esercito contro i dimostranti.

    

Studenti dell'Università di Managua leggono le rivendicazioni del movimento


 

Una testimonianza arrivata al Foglio durante la notte tra sabato e domenica attraverso ambienti vicini alla Chiesa ha i toni un bollettino di guerra. “Prese d’assalto con armi da guerra le università dove si sono asserragliati gli studenti”. “Gruppi delle Turbe Sandiniste”, famigerate squadracce paramilitari del regime, “sono entrate nella Cattedrale di Managua sparando”. “Incendiata la sede del municipio di Managua”. “Incendiata la sede di San Jerónimo en Masaya”. “L’Esercito Sandinista sta attaccando il villaggio di Monimbo, un antico bastione sandinista che si è sollevato contro Ortega”.

  

Spiega Gabriel Álvarez: “Ortega dopo esserci confermato al potere in modo truffaldino ha governato praticamente appoggiandosi solo a un piccolo ma influente gruppo di imprenditori, e va detto che per un po’ questo modello ha assicurato una crescita economica abbastanza buona, soprattutto se comparata al resto della Regione. Anche la situazione dell’ordine pubblico è apparsa migliore rispetto a quel triangolo Honduras-El Salvador-Guatemala dove narcos e maras provocano gli indici di omicidi più alti del mondo. Ma tutti gli analisti più avveduti avvertivano che il modello non era sostenibile, e infatti adesso Ortega aveva emanato un decreto per riformare aspetti importanti della sicurezza sociale. Maggiori quote per i datori di lavoro, maggiori quote per i lavoratori, ticket sull’assistenza sanitaria. E stavolta non aveva l’accordo di questo gruppo di imprenditori. Due giorni prima del decreto c’era stato un grave incendio forestale, che il governo ha gestito malissimo. Sono stati questi due i detonanti della protesta degli studenti universitari: una protesta assolutamente spontanea e convocata attraverso le reti sociali. Ma subito agli studenti si sono aggiunti i quartieri popolari, e abbiamo visto bastioni storici del sandinismo scendere in piazza. Ormai non basta più il ritiro del decreto. La gente chiede nuove elezioni nazionali libere e corrette, il ritorno allo Stato di Diritto. Più che ritirare il decreto Daniel Ortega dovrebbe ritirarsi lui, per permettere il ritorno alla normalità democratica”. 

    

“Nessun politico rappresenta la voce di quanto sta occorrendo ora in Nicaragua”, ci conferma Dora Romero: giornalista di quello storico quotidiano “La Prensa” l’uccisione del cui direttore Pedro Joaquín Chamorro Cardenal fu all’origine della rivoluzione finale contro il regime dei Somoza, e che poi fu all’opposizione anche contro il primo regime sandinista. “Non ci sono politici. Le proteste sono state iniziate da movimenti di giovani autoconvocati”. Ma continuiamo con le testimonianze arrivate via Chiesa. “Incendiata la Casa dell’Operaio Sandinista a Chinandaga”. “Incendiata Radio Darío, dell’opposizione”. “Incendiato un isolato del quartiere antico León”. “Il governo di Ortega ha ordinato agli ospedali di non curare i feriti, e tuttavia ne stanno curando a decine di migliaia”. “Le Turbe Sandiniste vanno in gruppi da 400 persone per tutte le città, armati con Ak-47 e pistole da assalto e sparando alla popolazione civile per le strade”.

  

Un’altra di queste testimonianze è particolarmente significativa: “La popolazione civile sta buttando giù gli alberi esoterici ‘satanici’ eretti per ordine della moglie di Ortega in tutte le strade di Managua”. Alle ultime elezioni Ortega ebbe appunto la sfacciataggine di volere come vicepresidente Rosario Murillo. Poetessa, discendente diretta dell’eroe Augusto Sandino, amante di pettinature e vestiti vistosi, la moglie del presidente era odiatissima per molte ragioni anche prima di questa “promozione”. Per il modo in cui ha sempre preteso di comandare a bacchetta la Cultura del paese, ad esempio. Per i lussi dei favoriti a lei vicini. Per il modo in cui rinnegò la figlia Zoilamérica quando lei denunciò il patrigno per stupro continuato. Da ultimo, per lo stile new age che ha preteso di imporre dalla vicepresidenza, e di cui sono appunto un esempio sia i colori vivi con cui ha fatto ridipingere lo scudo nazionale: sia gli “alberi della vita” stilizzati che ha fatto disseminare per le vie della capitale come “apportatori di energia positiva”. Appunto, quelli con cui la gente se la sta prendendo. Il bello è che quando la comparano a  Elena Ceaușescu o a Claire Underwood, riferiscono, invece di arrabbiarsi se ne sente lusingata.

 

    

Al Foglio arriva anche una segnalazione da Caracas: “Attenzione: il regime di Nicolás Maduro sta inviando a Managua vari ‘collettivi’”, gruppi paramilitari, “per appoggiare Daniel Ortega come gruppi da urto. Sono partiti sabato e sono stati accompagnati da tre ufficiali delle forze armate”. Conferma Gabriel Álvarez: “Il regime di Caracas è stato molto importante per riportare Ortega al potere e mantenercelo. Per molto tempo Chávez ha dato a Ortega tra i 400 e i 500 milioni di dollari l’anno, che Ortega ha utilizzato anche in maniera privata. Adesso il Venezuela non ha più soldi e il flusso si è prosciugato, ma certi affari continuano. In molti sostengono che tra Venezuela e Nicaragua funziona un importante sistema di riciclaggio, che sarebbe servito ad esempio per quegli asset che le Farc non hanno denunciato”.

     

Secondo gli accordi di pace in Colombia i guerriglieri avrebbero dovuto mettere il proprio patrimonio a disposizione delle vittime della guerra, e in effetti denunciarono 325 milioni. Ma secondo Fernando Vargas Quemba, direttore della Commissione nazionale vittime della guerriglia, “l’ammontare della fortuna delle Farc è stato sottostimato e probabilmente oltrepassa i 12 miliardi di dollari”. Una ricchezza che è stata imboscata e che sarebbe filtrata via anche attraverso la connection Maduro –Ortega.

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Commenti all'articolo

  • giesse

    23 Aprile 2018 - 16:04

    questi dittatori comunisti seguono tutti lo stesso copione Passo dopo passo mettono alla fame il popolo e non mollano il potere perché hanno già in mente il passo che risolleverà la situazione. Come i giocatori d'azzardo incalliti

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