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La svolta autoritaria del Nicaragua fa paura

Il “Gruppo dei 27” chiama al boicottaggio del voto di domenica. “Una farsa elettorale nella quale i risultati sono già determinati”, denuncia la loro lettera all’Organizzazione degli stati americani (Osa).

5 Novembre 2016 alle 06:18

La svolta autoritaria del Nicaragua fa paura

Il presidnete del Nicaragua Daniel Ortega, al centro, vicino alla moglie Rosario Murillo e il generale Julio Cesar Aviles (foto LaPresse)

Roma. Ve l’immaginate se in base alla protesta del sindaco Pizzarotti contro Grillo, alle scissioni del Pdl, o alle dimissioni di Monti un tribunale italiano avesse dichiarato decaduti tutti i deputati e senatori non eletti col Pd? E’ ciò che è accaduto in Nicaragua nel luglio scorso. Per questo, del “Gruppo dei 27”, che chiama al boicottaggio del voto di domenica 6 novembre e che definisce “peggio di Somoza” Daniel Ortega, che si presenta per un quarto mandato, fanno parte anche storici esponenti del sandinismo come il poeta e teologo della liberazione Ernesto Cardenal, la scrittrice Gioconda Belli e l’ex ministro Edmundo. “Una farsa elettorale nella quale i risultati sono già determinati”, denuncia la lettera del Gruppo dei 27 all’Organizzazione degli stati americani (Osa), che a 12 giorni dalle elezioni è stata autorizzata a “presenziare, ma non a osservare”.

 

Sconfitto nel 1990, Daniel Ortega tornò al potere democraticamente nel 2006, approfittando della divisione degli avversari, con un’ampia coalizione che comprendeva ex Contras e che aveva l’appoggio della chiesa. In questi anni, grazie a una gestione economica pragmatica, il Nicaragua ha avuto buoni tassi di crescita a medie del 5 per cento l’anno, anche puntando sull’ambizioso progetto di un nuovo canale oceanico alternativo a Panama che dovrebbe essere realizzato con capitali cinesi. Ma dal punto di vista politico, dopo essersi alleato con Chávez ed essere entrato nell’alleanza chavista Alba, Ortega è diventato sempre più autoritario.

 

Nel 2008, in particolare, il Consiglio supremo elettorale tirò fuori alcune fumose “violazioni della legge elettorale e dei loro stessi statuti” per togliere la personalità giuridica al Partito conservatore e al Movimento rinnovatore sandinista (Mrs). Quest’ultimo è il gruppo dei sandinisti contrari al personalismo e alla corruzione di Ortega. L’Mrs, di cui appunto sono esponenti anche Gioconda Belli, Cardenal e Jarquín, si presentò allora nel 2011 nelle liste del Partito liberale indipendente (Pli). Ma lo scorso luglio Ortega ha messo contro il leader del Pli Eduardo Montealegre un suo scherano di nome Pedro Reyes, che fu riconosciuto dal Tribunale supremo come leader legittimo. E lo stesso Tribunale decretò poi la decadenza dei deputati che avevano rifiutato di riconoscere la nuova leadership, facendo in pratica sparire l’opposizione dal Congresso. Va da sé che a Montealegre è stato dunque impedito di candidarsi, e per il Pli corre l’addomesticato Reyes, che nel frattempo si è dimesso dalla leadership: “Non ne ho il tempo”, ha spiegato. Sono considerati addomesticati anche gli altri quattro candidati in corsa contro Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo, che corre da vicepresidente.  

 

Da ricordare che la figlia di Rosario, Zoilamérica Narváez, denunciò il patrigno per stupro continuato quando era minorenne. Ma la madre ha sempre sostenuto l’innocenza del marito, accertata dai tribunali con metodi non molto più scrupolosi di quelli usati con i deputati di opposizione. A lei Ortega ha dato il controllo del potente gruppo economico Alba, mentre i tre figli sono alla testa rispettivamente di Pro Nicaragua, che gestisce anche l’affare del Canale, dell’impresa distributrice di benzina e del più importante gruppo editoriale. “Una nuova dittatura familiare nel continente” l’ha definita Jarquín in un pamphlet, riconoscendo a Ortega l’abilità di restare “fuori dai radar internazionali”.

 

Il Gruppo dei 27 assicura che Ortega ha i giorni contati, perché comunque vada i soldi non gli arrivano più né dal Venezuela né dalla Cina, mentre la Camera di Washington ha già approvato un duro Nica Act che minaccia di tagliare prestiti Usa per 250 milioni l’anno. Ma la legge deve essere ancora approvata dal Senato, e firmata dal prossimo presidente degli Stati Uniti.

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