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Tra Google e Gogol', Telegram continua ad aggirare il blocco del Cremlino

La censura russa banna tutto, ma non mr Durov

19 Aprile 2018 alle 20:20

Tra Google e Gogol', Telegram continua ad aggirare il blocco del Cremlino

Un attivista del movimento giovanile Vesna riempie una borsa con duemila aeroplani di carta, simbolo di Telegram, durante un flash-mob vicino all'edificio Roskomnadzor a San Pietroburgo (LaPresse)

Roma. Non è “L’ispettore generale” di Gogol'. E’ una storia vera, anzi verissima, che però sembra scimmiottare le vicende narrate dall’autore russo nella commedia scritta nell’Ottocento. I protagonisti sono Pavel Durov, nei panni dello scaltro finto ispettore, e la Roskomnadzor in quelli dei pingui notabili della cittadina periferica che l’ispettore dovrebbe ispezionare. Pavel Durov in realtà è il fondatore di Telegram e la Roskomnadzor è il servizio federale per le comunicazioni che ha dichiarato guerra al giovane imprenditore, disponendo il blocco del servizio di messaggistica in Russia. La vicenda sta procedendo con molti colpi di scena e Durov lo aveva annunciato: “Troveremo il modo di aggirare il blocco di Telegram”.

    

Il creatore dell’applicazione più odiata dai governi, ma in modo particolare da quello di Mosca, aveva così rassicurato i suoi utenti, che venerdì scorso avevano ricevuto la notizia del blocco dell’applicazione in Russia. Il bando è iniziato martedì, ma, come promesso, Telegram continua a essere disponibile per la maggior parte dei russi. Come? L’applicazione ha spostato parte della sua infrastruttura sui servizi cloud di terze parti, inclusi Amazon e Google. Scoperto l’inganno, La Roskomnadzor, l’autorità statale per le comunicazioni, ha deciso di bloccare circa 16 milioni di indirizzi IP senza riuscire a censurare la società di Durov. Nel repulisti raffazzonato e approssimativo, l’autorità ha beccato anche qualche indirizzo Telegram, ma sotto la scure della censura sono finiti molti servizi di Amazon e di Google. E’ stata colpita Viber, una della app rivali, siti di giochi online o di altre aziende che semplicemente si appoggiano agli stessi cloud. La sciatteria spesso sfocia in comicità e in questa veloce razzia digitale, il Roskomnadzor per alcune ore martedì ha smesso di funzionare. Le autorità hanno dichiarato che si è trattato di un attacco DDoS, ma qualche informatico non ha escluso che il servizio, nella furia, potrebbe aver bloccato anche se stesso.

  

Nella commedia di Gogol', una cittadina di provincia viene a sapere dell’arrivo di un ispettore da San Pietroburgo. I notabili del posto sono uomini corrotti che abusano della loro posizione per arricchirsi, hanno paura che l’ispettore trovi delle irregolarità e nell’ansia scambiano un ragazzo che passava di lì per il supervisore pietroburghese. Il giovane capisce l’equivoco e se ne approfitta. Mangia, si riempie le tasche, la pancia e corteggia le figlie e la moglie del sindaco. La burocrazia russa non sembra essere cambiata molto. Mentre Pavel Durov sgattaiola tra le maglie della rete, la Russia sta cancellando quasi tutto Internet, senza riuscire però a bloccare Telegram. Intanto i deputati della Duma o del Consiglio federale continuano a utilizzare l’applicazione che hanno contribuito a bannare. Intervistato dal sito russo Rbc, il deputato Evgeni Revenko si è giustificato dicendo: “Ma non lo uso, vi accedo solo per vedere se funziona ancora e poi i politici lo impiegano per fare delle comunicazioni, non per mandare messaggi cifrati”.

  

Il Cremlino ha iniziato a spazientirsi non tanto per le astuzie di Durov, quanto per l’inefficienza della Roskomnadzor e uno dei consiglieri di Vladimir Putin, German Klimenko, ha dichiarato che l’autorità per le comunicazioni dovrebbe iniziare a porgere scuse formali alle aziende colpite dalla follia censoria. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ieri ha detto che la Russia non intende creare un firewall nazionale per bloccare Telegram: “Non vogliamo ispirarci alla Cina”. Ha difeso Roskomnadzor ma ha anche affermato che il blocco di un’applicazione non deve interrompere le attività di altri servizi “legalmente gestiti”. Secondo il quotidiano Kommersant, l’autorità delle comunicazioni avrebbe convocato alcuni fornitori di servizi in rete. L’obiettivo dell’incontro era quello di racimolare consigli su come bannare Telegram e in molti si sarebbero rifiutati di aiutare. Martedì la Roskomnadzor ha anche chiesto a Google e Apple di eliminare l’app dagli store. I due giganti tech non hanno risposto ma le autorità russe hanno interpretato la decisione di Google di impedire il cosiddetto domain-fronting, che permetteva a sviluppatori e utenti di aggirare la censura utilizzando come proxy il dominio google.com, come un segno di intesa.

 

La Russia non è poi così cambiata: mentre i burocrati gogoliani della Roskomnadzor se la prendono un po’ con tutti, lo scaltro Durov continua a trovare il modo di imbrogliarli.

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