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Gli armeni scendono in strada contro il presidente filoPutin

Continuano le proteste contro l'ex presidente della Repubblica, Serz Sargsyan, nominato primo ministro. Una mossa che l’opposizione considera un tentativo di estendere il suo dominio sull’ex nazione sovietica

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cicchetti@ilfoglio.it

18 Aprile 2018 alle 18:09

armenia proteste

Un manifestante intrappolato nel filo spinato, durante le proteste a Erevan, Armenia, il 18 aprile (foto LaPresse)

Nelle strade di Erevan, la capitale dell’Armenia, continuano le proteste contro l'elezione dell'ex presidente della Repubblica, il filorusso Serz Azati Sargsyan, che è stato nominato primo ministro martedì. Una mossa che l’opposizione considera come un tentativo di estendere il suo dominio sull’ex nazione sovietica. In seguito a una riforma costituzionale controversa, l’ex presidente ha scavalcato il divieto di ricandidarsi per un terzo mandato. Nelle proteste di ieri, la polizia ha arrestato decine di persone, mentre almeno 40 manifestanti e 6 poliziotti sono finiti in ospedale. Oggi i contestatori hanno brevemente circondato la residenza di Sargsyan, prima di marciare per la capitale al grido "Armenia senza Serz”. Le autorità hanno dichiarato che i manifestanti “violano la legge sul raduno pubblico”, e che saranno prese “legittime misure per assicurare il normale funzionamento delle strutture statali”.

    

 

Le manifestazioni di questi giorni

L’11 aprile, in un Parlamento pressoché deserto, due deputati dell’alleanza di opposizione (Elk) hanno acceso dei fumogeni per protestare contro i piani dell'ex presidente. Quell’azione poteva sembrare una trovata pittoresca ma dalle conseguenze limitate. Però due giorni dopo, anche in risposta all’appello lanciato dai due parlamentari, i manifestanti hanno iniziato a bloccare le strade centrali di Erevan dove sorgono gli edifici governativi. Il popolare leader dell’opposizione, Nikol Pashinian, spera sarà una “rivoluzione di velluto”, uno sciopero generale che dovrebbe “paralizzare l'intero sistema statale”.

  

 

Ma le proteste non hanno dissuaso i legislatori: martedì scorso, con 77 voti contro 17 e sulla spinta del partito repubblicano al potere, l’Aula ha confermato l'ex presidente come nuovo premier, mentre circa 40.000 persone radunate a Erevan lo fischiavano e si scontravano in piazza con le forze dell’ordine, davanti ai palazzi del governo cinti di filo spinato. E se gli Stati Uniti stanno “monitorando da vicino le proteste”, come ha dichiarato il Dipartimento di stato americano, da parte sua, il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con Sargsyan per la sua nomina: “Stiamo guardando gli eventi in corso in Armenia e speriamo che tutto rimanga nella legge", ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Serzh Sargsyan ha fatto aderire il paese all'Unione Eurasiatica, un'unione economica e doganale guidata da Mosca.

 

La polizia dietro al filo spinato che protegge il Parlamento armeno, martedì 18 aprile (LaPresse)


  

La riforma costituzionale

Superato il limite di due mandati, l’ex presidente, rimane così al comando del paese. La sua presidenza iniziò dieci anni fa, nel 2008. Su quell’elezione, macchiata dalla morte di otto persone nelle proteste, pesano dubbi di brogli. Nel 2014 il capo di stato aveva promesso che non avrebbe “aspirato” a diventare primo ministro se l'Armenia fosse passata da un sistema presidenziale a uno parlamentare in seguito al referendum del 6 dicembre 2015. Una promessa, evidentemente, non mantenuta: l’ex ambasciatore armeno in Gran Bretagna, Armen Sargsyan – che nonostante il cognome in comune non è parente ma solo alleato di Serz – ha giurato da presidente la settimana scorsa. Sostituirà Serz, ma secondo Reuters avrà un ruolo “in gran parte cerimoniale”. Nel 2015 gli elettori armeni hanno infatti approvato la riforma costituzionale che ha apportato un cambiamento significativo alla struttura dello stato. Ad oggi, l'ufficio del presidente è stato privato di molti dei suoi poteri, mentre quelli del primo ministro hanno ricevuto un notevole impulso.

Inoltre la BBC ha notato, insieme ad alcuni osservatori europei indipendenti, presunte irregolarità elettorali e persino brogli durante il referendum, un'accusa che già era stata mossa durante le presidenziali nel 2008 e nel 2013.

 


Nikol Pashinian, con la mano bendata, dopo gli scontri con la polizia di martedì 18 aprile (foto LaPresse)


   

Chi guida le proteste?

Come ha spiegato il Guardian nel 2016, le dimostrazioni su larga scala contro il governo di Sargsyan erano diventate una sorta di esercizio annuale, sin dalla sua rielezione nel 2013. A guidarle, sin dagli esordi, c’è il parlamentare armeno Nikol Pashinian, condannato a sette anni di prigione per aver organizzato proteste di massa dopo le elezioni presidenziali del 2008. “Pashinian è stato molto attivo nelle iniziative civiche ed è riuscito a incoraggiare le persone a sollevarsi”, ha spiegato a Rfe-Rl Stepan Grigorian, analista politico e capo del Globalization and Regional Studies Analytical Center. Ex redattore capo e proprietario di Haikakan Zhamanak, uno dei più popolari giornali del paese, Pashinian è stato eletto al parlamento nel 2012 come rappresentante del partito di opposizione "Congresso nazionale armeno". Nel 2017, ha istituito il proprio partito ed è stato eletto a capo del blocco liberale Elk, costituito dalla fusione dei partiti d’opposizione "Contratto civile", "Armenia luminosa" e "Repubblica".

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