Perché i palestinesi protestano soltanto a Gaza?

La minuscola e sovrappopolata Striscia vista da vicino

6 Aprile 2018 alle 20:36

Perché i palestinesi protestano soltanto a Gaza?

Foto LaPresse

Milano. Un fumo nero e denso si è alzato oggi dalla Striscia di Gaza, lungo la barriera che divide il piccolo territorio palestinese da Israele. Da giorni i social media arabi parlano di “protesta dei copertoni”. E da giorni si ammassano gomme negli stessi luoghi lungo il confine da dove venerdì scorso sono partite manifestazioni e tentativi di oltrepassare la barriera, e migliaia di persone si sono riunite. Una parte è entrata nella cosiddetta “area di accesso ristretto” – 300 metri di terreni agricoli abbandonati ritenuti dall’esercito israeliano off-limits. Diciotto persone, undici delle quali secondo i portavoce militari israeliani erano miliziani dei gruppi armati della Striscia, sono rimaste uccise venerdì scorso da proiettili di gomma e munizioni, mentre il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di altre tre vittime. Da venerdì, con i feriti deceduti in ospedale, sono morti 25 palestinesi. E’ per impedire la visuale ai tiratori scelti di Tsahal che oggi a Gaza hanno bruciato decine di copertoni, creando un fumo spesso, cui gli israeliani hanno riposto con cannoni ad acqua e dissipatori di fumo.

  

A poche centinaia di metri da quella barriera, da una parte, quella israeliana, ci sono le prime basse villette delle comunità rurali che circondano la Striscia, dall’altra, quella palestinese, ci sono tende, tavoli e sedie da fiera di paese dove oltre 30 mila persone venerdì scorso e 10 mila oggi si sono raccolte in protesta. All’origine di quella che è stata definita la “Marcia del Ritorno” nelle terre da cui i palestinesi sono stati allontanati nel 1948, alla nascita dello stato d’Israele, ci sono attivisti civili. Israele accusa però Hamas, il gruppo islamista che controlla Gaza dal 2007 assieme alle sue milizie armate, di aver monopolizzato l’iniziativa. Tra le tende a oltre un chilometro dalla barriera, si mangia: ci sono i baracchini del gelato, quelli dei succhi di frutta. Di venerdì – il giorno di festa – nella minuscola e sovrappopolata Striscia di Gaza, impoverita da anni di conflitti, crisi economica e blocco da parte di Israele, Egitto e della stessa Autorità palestinese, la protesta suscita anche curiosità. Altrove, in Cisgiordania, ci sono state manifestazioni di sostegno, come accaduto anche una settimana fa, ma molto limitate nei numeri e nell’intensità. A preoccupare Israele non sono i Territori palestinesi controllati dall’Autorità nazionale del vecchio Abu Mazen: la collaborazione tra le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania e quelle israeliane ha permesso d’evitare violenze anche nei momenti di profonda crisi, come il recente annuncio del presidente Donald Trump di un riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele. Al contrario, a Gaza i vertici di Hamas sostengono e partecipano alla protesta, tanto da aver annunciato compensazioni finanziarie ai feriti negli scontri – da 200 a 500 dollari – e alle famiglie delle vittime, 3.000 dollari.

   

La situazione economica della Striscia contribuisce ad alimentare la frustrazione di una popolazione che ha poco da perdere. Il territorio rettangolare di Gaza, adagiato sulla costa mediterranea al confine con l’Egitto, è lungo soltanto 42 chilometri, la distanza che c’è tra Milano e Novara. E’ largo 12 chilometri, la distanza che c’è in linea d’aria tra il centro di Roma e il Grande raccordo anulare. In 365 chilometri quadrati vivono 1,7 milioni di abitanti: due volte quelli di Torino città. Il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni e moltissimi giovani non hanno mai messo piede fuori da Gaza, dove dopo l’ultima guerra del 2014 la ricostruzione è rallentata dal blocco di beni e persone imposto da Israele, certo, ma anche dalla chiusura del confine egiziano, dall’incapacità di Hamas di gestire la crisi, con i vertici che investono in forze militari mentre la popolazione ha quattro ore al giorno di elettricità e poca acqua potabile.

  

A peggiorare un’emergenza economica che è in origine tutta politica, ci sono le rivalità interne palestinesi. L’Autorità di Abu Mazen, che non controlla più la Striscia dal 2007, continua però ad assicurare anche lì stipendi agli impiegati statali. Per indebolire i rivali di Hamas, cui chiede di dissolvere le milizie, l’Anp ha decurtato nel 2017 i salari di oltre 60 mila lavoratori pubblici.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    07 Aprile 2018 - 14:02

    Cara redazione un bell’articolo che punta a spiegare e chiarire, non prendendo in considerazione ogni inutile forma di tifoseria.

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  • Dario

    Dario

    07 Aprile 2018 - 09:09

    Beh, questo mi sembra un articolo interessante. C'è lo sforzo di andare a vedere cosa succede dall'altra parte, e se ne vedono i risultati in termini di informazione. Questo mi aspetto dal Foglio.

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  • tenen314

    07 Aprile 2018 - 08:08

    La "incapacità di Hamas di gestire la crisi" è in realtà la capacità di Hamas di provocare ogni possibile crisi, da quando Israele ha lasciato la striscia e le strutture che vi aveva costruito. Strutture che Hamas ha fatto distruggere, tanto è il loro odio degli ebrei. Hamas ha come fine fondamentale, apertamente dichiarato, la distruzione di Israele. Gran parte delle generose risorse concesse a Gaza dall'ONU, dalla UE, e da donatori arabi ed europei viene impiegata per sostenere l'aggressione palestinese ad Israele. La "miseria" di Gaza è un triste spettacolo freddamente voluto ed organizzato da Hamas per giustificare l'odio contro gli israeliani e gli ebrei in generale. Hamas è oggi il movimento più simile al partito nazista: Fuehrerprizip, ferrea organizzazione gerarchica interna, eliminazione violenta degli avversari politici, regime totalitario imposto alla popolazione, odio forsennato degli ebrei e propaganda antisemita che avrebbe fatto invidia a Goebbels.

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