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Nelle braccia di Putin

La politica inglese si divide sulla questione russa. Corbyn si conferma un alleato di Mosca 

14 Marzo 2018 alle 12:14

Nella testa di Trump

Jeremy Corbyn. Foto LaPresse

Milano. “La verità è la prima vittima”, ha twittato ineffabile l’account dell’ambasciata russa nel Regno Unito, postando la foto di un articolo del Times in cui si racconta che Ofcom, l’agenzia che regola le trasmissioni tv, ha detto di essere pronta a revocare la licenza di Russia Today, l’emittente controllata dal Cremlino. La verità è un’arma che tutti, inglesi, russi, noi stessi, sfoderano alle prime avvisaglie di scontro, ma maneggiarla poi è complicato, ci si fa soltanto male. Da un lato ci sono i sostenitori della verità russa, quelli che usano l’hashtag #StopBlameRussia e che a ogni sospiro contro il Cremlino rispondono secchi: siete russofobi, non vedete la verità. Il gruppo è nutrito, e non è nemmeno più il caso di ricordare che si trovano uniti, sullo stesso carrozzone filorusso, i destrorsi come Nigel Farage che dicono di smetterla di urtare l’orso russo che poi quando reagisce sono dolori (ma non ci sono già i dolori?), e i sinistrorsi come George Galloway che definiscono “folle” e “irresponsabile” l’accusa del governo di Theresa May alla Russia sull’utilizzo del gas nervino in territorio britannico. Dall’altro lato ci sono quelli che sostengono che bisogna punire Mosca per le sue attività di destabilizzazione, che siano ingerenze elettorali, propaganda, bombe sui civili in Siria, omini verdi in Ucraina o, appunto, il gas nervino: i russofobi, appunto. Russia Today ha fatto qualche settimana fa una campagna pubblicitaria nel Regno Unito che metteva in discussione proprio la verità: siete sicuri delle fonti che utilizzano i vostri media britannici? Come dire: lasciate ai russofobi le loro puntualizzazioni, noi abbiamo fonti migliori.

  

A fare da centrale dell’ambiguità, in questo Regno Unito tormentato da se stesso, c’è ormai saldo il Labour della stagione corbyniana, che vorrebbe il Regno Unito fuori dalla Nato e alleato della Russia – che cosa farebbe se fosse al governo, Jeremy Corbyn, e scoprisse che il gas letale russo è stato utilizzato sul territorio inglese e non avesse nemmeno un alleato Nato cui telefonare? – e che è sempre propenso a moderare i toni contro Mosca. Proprio qualche giorno fa c’è stato un mini caso interno al Labour riguardo a Russia Today. Il cancelliere dello Scacchiere ombra, John McDonnell, fedelissimo di Corbyn, ha dichiarato che non sarebbe più intervenuto come ospite su Russia Today, perché la copertura dei fatti dell’emittente russa “va oltre il giornalismo oggettivo”: anche i parlamentari laburisti avrebbero fatto bene a non prestarsi al gioco della tv russa. Un portavoce del Labour ha fatto sapere che si stava “valutando la questione” ma che non ci sarebbe stato un boicottaggio da parte del partito: Corbyn ha smussato la posizione di McDonnell, e quando lunedì pomeriggio ai Comuni s’è discusso dell’eventualità di togliere la licenza a Russia Today, il leader del Labour ha fatto in modo di rimanere sufficientemente ambiguo. E questa sua posizione – che sperimenta anche quando si parla di Brexit quindi ha un certo allenamento – ha finito per far infuriare i suoi stessi parlamentari.

   

Dopo che la May ha detto che la responsabilità russa nell’avvelenamento dell’ex spia a Salisbury era “altamente probabile”, Corbyn ha risposto: “Dobbiamo cercare un dialogo robusto con la Russia su tutte le questioni che oggi dividono i nostri paesi, sia a livello interno sia a livello esterno, piuttosto che tagliare semplicemente i contatti e permettere che le tensioni e le divisioni peggiorino e potenzialmente diventino pericolose”. Il leader laburista si era già preparato l’intervento, che prevedeva un’accusa al Partito conservatore e ai suoi legami lussuosi con i russi (come da rivelazioni del Sunday Times): “Sappiamo tutti bene come grandi fortune, spesso accumulate in circostanze dubbie in Russia, a volte collegate con elementi criminali, sono finite a Londra e cercano di comprare influenza politica nei partiti britannici. Le donazioni degli oligarchi russi al Partito conservatore valgono più di 800 mila sterline”. A quel punto la faccenda dei finanziamenti non era così rilevante, visto che la premier conservatrice aveva appena accusato la Russia di aver commesso un atto di terrorismo contro il proprio stato, ma si sa che sugli espatriati russi a Londra circolano ogni genere di complottismi e sospetti: uno dei leitmotiv dei cantori della russofobia è appunto il fatto che i servizi segreti inglesi avvelenino le ex spie russe per poter dire che è stato Putin.

  

Poco dopo le polemiche, ha cominciato a circolare un articolo che il portavoce di Corbyn, Seumas Milne, aveva pubblicato qualche anno fa – dimostrazione ultima che questo Labour non vuole riconoscere quel che ha fatto e sta facendo la Russia all’estero, nel Regno soprattutto. Il titolo era: “La demonizzazione della Russia rischia di aprire la strada alla guerra” (si era nel mezzo della crisi ucraina). La tesi: la Nato falca, pupazzo nelle mani degli americani, era arrivata a minacciare la Russia, e così facendo avrebbe scatenato la reazione, a quel punto giustificata, di Putin. Come direbbe l’ambasciata russa a Londra: la verità è sempre la prima vittima.

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