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Dietro al “momento francese” Macron è ancora indietro con le riforme

Il presidente piace a tutti, ma l'economia ha ancora troppi problemi di debito e disoccupazione. I commentatori internazionali ostentano scetticismo

 

5 Febbraio 2018 alle 18:51

Dietro al “momento francese” Macron è ancora indietro con le riforme

LaPresse

Esiste un momento francese, è vero, ma attenti a non sottovalutare i problemi che l’economia della Francia si porta dietro da decenni. Così due editorialisti, Pierre Briançon e Simon Nixon, rispettivamente su Politico.eu e sul Wall Street Journal, mettono in guardia dall’euforia che sembra aver contagiato politici, imprenditori e intellettuali nei confronti della Francia di Emmanuel Macron. La Francia, è vero, ha conosciuto nel 2017 una crescita sensibilmente più elevata delle aspettative (1,9 per cento del pil), e le previsioni per il 2018 sembrano confermare il trend positivo. Il merito tuttavia, ricordano Briançon e Nixon, non è del presidente.

    

La crescita della Francia poggia su due interventi esterni all’azione presidenziale di Macron, che in sostanza sta beneficiando della rendita delle riforme volute da François Hollande nella seconda parte del suo mandato, e del “bazooka” utilizzato dalla Banca centrale europea di Mario Draghi che ha contribuito alla stabilità dei prezzi e al mantenimento di tassi d’interesse molto bassi. Macron ha modificato la percezione dei mercati: da paese considerato irriformabile la Francia è diventata un esempio per tutti grazie anche alla rapidissima approvazione della loi travail, una promessa elettorale mantenuta e accolta molto bene dagli imprenditori.

   

Modificare la percezione però, non vuol dire aver già trasformato il paese, che continua ad avere due grandi problemi, scrive Briançon, che cita gli studi dell’economista Emmanuel Jessua. In primo luogo il costo del mercato del lavoro, che ha “ridotto la base industriale della Francia e spinto gli imprenditori a ridurre la spesa per investimenti, cosa che ha limitato la loro capacità di innovare e competere con i mercati mondiali. Il risultato è che i prodotti francesi sono troppo cari senza che questo apporti un valore sufficiente a giustificare la spesa”.

   

Il secondo punto debole, scrive Briançon, è costituito dall’alto debito del settore privato, un indicatore al quale si guarda meno rispetto al debito pubblico (che pure è molto alto in Francia), e che ha raggiunto nel 2017 il 168 per cento del pil. “Un rallentamento della crescita economica e un relativo calo delle esportazioni potrebbe costringere le imprese a tagliare le loro esposizioni molto in fretta, generando un circolo vizioso di contrazione della domanda. Questo scenario non è, per adesso, prevedibile, ma non lo era nemmeno la crisi finanziaria del 2007 a pochi mesi dal suo inizio”.

  

L’alto livello del debito pubblico è un problema speculare, argomenta Simon Nixon. Per l’editorialista del Wall Street Journal la Francia, che non è in grado di approvare un budget in equilibrio dagli anni Settanta, ha dei margini di manovra molto stretti a causa dei livelli del suo debito. Da un lato Macron sarà costretto a ridurre regolarmente la spesa per rispettare i parametri europei, dall’altro alcune riforme, come quella del sussidio di disoccupazione universale, necessario a completare la riforma del mercato del lavoro, hanno bisogno di più risorse per circa 15 miliardi. Se la crescita continua così Macron potrebbe diminuire il debito e, contemporaneamente, portare a termine le sue riforme più costose. Se però la Francia non dovesse riuscire a mantenere il trend positivo, anche per un cambiamento di prospettive dell’economia globale, l’“en meme temps”, allo stesso tempo, il mantra caro al presidente, si rivelerà di difficile applicazione.

  

Infine, il numero di occupati aumenta, ma non a sufficienza. Benché l’economia sia in crescita, la Francia non riesce a creare i posti di lavoro necessari a riassorbire l’altissima disoccupazione che affligge il paese da decenni. Uno dei motivi è senz’altro la differenza tra il tipo di lavoratori che cercano le imprese e la forza lavoro disponibile, meno qualificata. Ma c’è qualcosa di più: in molti temono che il tasso di disoccupazione strutturale in Francia sia di circa l’8 per cento, troppo alto in termini sociali ed economici. Secondo tutti i sondaggi il potere d’acquisto e la disoccupazione sono tra i primi motivi di preoccupazione dei francesi, che hanno per adesso mostrato di voler dare fiducia al presidente. Il 2018 sarà probabilmente l’anno del primo giudizio, e i risultati, conclude Briançon, saranno imputati a Macron. Buoni o cattivi, il responsabile sarà lui.

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