La Cina è una potenza scientifica, ma le manca ancora una cosa: la libertà

Dopo i macachi clonati, da dove arriverà la prossima grande scoperta?

Eugenio Cau

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La Cina è una potenza scientifica, ma le manca una cosa: la libertà

I due macachi clonati in Cina (foto LaPresse)

Roma. Nell’ultima settimana, due influenti media anglosassoni hanno scritto articoli preoccupati su come la Silicon Valley si stia impoverendo di talenti – in particolare, di ingegneri e programmatori provenienti dalla Cina, che sono tra i più bravi e gettonati. Il primo è stato il Wall Street Journal, che ha titolato: “Per questi giovani imprenditori, la Silicon Valley fa un po’ schifo”. I giovani imprenditori sono quelli che provengono dalla Cina, e il pezzo dice che “l’allure della Silicon Valley” sta svanendo perché ormai le città cinesi non hanno più niente da invidiare al distretto innovativo americano, anzi. Il secondo articolo è di Reuters e dice che “La Cina sta intensificando la guerra per il talento tecnologico”, le grandi compagnie cinesi aumentano i salari e le opportunità, e gli ingegneri migliori abbandonano San Francisco e si fiondano a Pechino, perché si sa, il futuro dell’innovazione guarda a est.

 

Ancora il Wall Street Journal, questa settimana, raccontava in un lungo pezzo che la Cina sta superando l’occidente in molti campi della ricerca scientifica, per una ragione piuttosto semplice: mentre qui ogni scoperta deve essere testata con cura fin troppo eccessiva, in Cina tutto è concesso agli scienziati, e per esempio Crispr, tecnica di modificazione genetica potentissima e pericolosa, da noi viene testata su celluline inerti, mentre in Cina è già applicata allegramente sugli esseri umani. Queste notizie (abbiamo citato soltanto le ultime, ma ne escono tante tutti i mesi), hanno contribuito negli anni a creare la sensazione che l’occidente stia arrancando dietro alla Cina non solo in crescita economica e potenza militare, ma anche in un campo che domina da 500 anni, quello dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica.

 

Così, quando infine è arrivata la notizia che gli scienziati cinesi avevano clonato per la prima volta nella storia un primate, e si sono diffuse le immagini dei due piccoli macachi Zhong Zhong e Hua Hua, tutto è sembrato congiurare verso il sorpasso. I cinesi hanno tutto ciò che noi stiamo perdendo: il talento, i mezzi finanziari, l’audacia (a volte ammirevole, a volte criminale) di travalicare i limiti che viene da un sistema di valori materialista.

 

Certo, tutte le metriche dicono ancora che l’occidente ha un forte vantaggio di ricerca, che si tratti della pubblicazione di studi scientifici peer reviewed o di brevetti innovativi. Ma l’impressione è che sugli assi cartesiani la linea che rappresenta l’occidente vada giù, quella che rappresenta la Cina vada su, e a un certo punto si incrocerà con la nostra e la supererà. Progetti come “Made in China 2025” – che prevede una montagna di investimenti mirati in tecnologie all’avanguardia e che il segretario americano al Commercio Wilbur Ross ha appena definito una “minaccia diretta” – mostrano che Pechino ha una capacità di pianificazione delle politiche industriali e tecnologiche che l’occidente ha perso. Insomma, siamo condannati a rimanere indietro.

 

Ma c’è un ostacolo che la Cina deve ancora superare. Si guardi alle scimmiette clonate: la grande scoperta cinese, in realtà, è il perfezionamento (enorme, ma pur sempre un perfezionamento) di una tecnologia messa a punto nel 1997 in Scozia. Molte tecnologie in cui la Cina sta facendo passi avanti, dall’intelligenza artificiale in giù, sono state concepite in America e sviluppate in Cina (come un iPhone: “Designed in California, made in China”), e per ora la ricerca cinese è in buona parte derivativa. Secondo molti scienziati e storici della scienza, questo ha a che vedere con la libertà e la censura.

 

Il premio Nobel per la Fisica Richard Feynman diceva che il sistema di governo americano è “scientifico” perché si basa sui valori dell’empirismo e dell’anti autoritarismo – perché, in pratica, consente di mettere in discussione l’autorità. Molti studiosi come Timothy Ferris, autore nel 2010 di “The Science of Liberty”, dicono che il vero progresso scientifico può avvenire solo in un clima di libertà – e questo è assente in Cina, dove ancora di recente alcune grandi case editrici scientifiche sono state costrette a ritirare dalla pubblicazione molti saggi che trattavano temi politicamente sensibili. L’equazione per cui il progresso esiste solo se c’è libertà è uno dei pilastri su cui si fonda la visione del mondo liberale, e finora si è sempre rivelata vera. La Cina, con la sua pianificazione centralizzata e il controllo (non etico, ma politico) sulla ricerca, punta a smantellarla – e questa forse è una sfida ancora più grossa di quella che si gioca nel mar Cinese meridionale per il controllo delle isole strategiche.

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