Fog of war

Che cosa non torna nello scoop anti-Trump su un raid segreto israeliano

Daniele Raineri

Per Vanity Fair i commandos israeliani sono entrati nello Stato islamico per sventare un piano terrorista con un laptop esplosivo a febbraio

Roma. Due giorni fa l’edizione americana di Vanity Fair ha pubblicato uno scoop delicato che spiega – o che dovrebbe spiegare – in dettaglio cosa accadde a maggio, quando il presidente Donald Trump invitò nello Studio Ovale l’ambasciatore russo Sergei Kislyak e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e, mentre la stampa americana era tenuta fuori dalla porta, si lasciò sfuggire segreti d’intelligence. Quei segreti riguardavano il fatto che un servizio straniero aveva passato all’Amministrazione informazioni molto importanti sullo Stato islamico. Poi grazie a due articoli del Washington Post e del New York Times siamo venuti a sapere che le informazioni riguardavano un piano dello Stato islamico per nascondere cariche esplosive dentro computer portatili e fare esplodere in volo aerei passeggeri – ricorderete che a fine marzo si parlò molto del divieto di portare il laptop in cabina durante i voli verso l’America, era obbligatorio metterlo nel bagaglio in stiva, poi quel divieto è cessato.

   

L’allarme era arrivato da Raqqa, che in quel periodo era la capitale dello Stato islamico in Siria, grazie a una fonte dell’intelligence israeliana. L’articolo di Vanity Fair in teoria spiega come gli israeliani hanno ottenuto quell’informazione a febbraio: un raid notturno delle forze speciali, il Sayeret Matkal (sono i commandos della marina israeliana, l’equivalente dei Seal americani), accompagnato da una squadra di tecnici del Mossad, che a bordo di due elicotteri Sikorsky Ch-53 atterrano a qualche chilometro dall’obiettivo. Le squadre israeliane scendono e a bordo di due jeep dipinte come se appartenessero all’esercito siriano si avvicinano alla casa da sorvegliare nella zona di Raqqa, piazzano i congegni di ascolto e vanno via come fantasmi. I tecnici in Israele cominciano a origliare i terroristi mentre ancora le squadre speciali sono sul volo di ritorno.

     

  

Qualche giorno dopo ascoltano un istruttore dello Stato islamico spiegare come si confeziona il laptop-bomba. Gli israeliani passano l’informazione agli americani e spiegano anche come hanno fatta ad averla, per l’orgoglio di avere compiuto una missione impossibile. Trump la spiffera ai russi. Ma parte della storia suona poco credibile. All’epoca travestirsi da esercito siriano per degli incursori israeliani non aveva senso perché l’esercito siriano non era in quella zona del paese, e in ogni caso sarebbe stato un bersaglio da attaccare subito per i baghdadisti – tanto valeva andare in giro con la bandiera israeliana.

        

Inoltre gli elicotteri Sikorsky sono tra i più grandi esistenti: come si fa a credere che gli israeliani siano entrati nella zona più sorvegliata della Siria, dove droni e aerei da ricognizione battevano giorno e notte ogni metro quadro di territorio per dare la caccia ai capi terroristi, senza che nessuno se ne sia accorto? E quindi perché avrebbero “rivelato” agli americani cosa avevano fatto? La storia è avventurosa, ma suona come uno scoop anti Trump informato male.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)