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Sfida intra islamica

Le violenze a Gerusalemme sono il frutto di odio anti ebraico e lotte nell’islam politico, ci dice un esperto

31 Luglio 2017 alle 20:53

Sfida intra islamica

Berlino. Il dietrofront del governo israeliano sulla decisione (seguita all’attentato terroristico dello scorso 14 luglio) di installare metal detector per l’accesso al Monte del Tempio a Gerusalemme non è servita a riportare la calma nella città santa. Anche questo venerdì di preghiera islamica è stato segnato dalla tensione, con ampie proteste dei palestinesi contro le restrizioni imposte da Israele per l’accesso alla moschea di al Aqsa. Ricalcando in maniera mediatica la mappe medievali orbis terrae sviluppate a partire dall’antica città di David, da due settimane Gerusalemme è dunque tornata al centro del mondo. “Si tratta di una copertura del tutto esagerata rispetto all’entità dei fatti in corso”. Per Kobi Michael, ricercatore senior dell’Inss (l’Institute for National Security Studies presso l’Università di Tel Aviv), l’attenzione dei media, “soprattutto di quelli occidentali”, per le vicende gerosolomitane rivela che il Muro del pianto e le moschee non sono il vero oggetto del contendere ma “il riflesso di una campagna ben organizzata da parte dell’islam politico”.

 

Secondo Kobi, il primo artefice di questa campagna è “lo sceicco Raed Salah, capo del Movimento islamico”, un chierico che da oltre vent’anni istiga all’odio anti ebraico, e fa della creazione del Califfato con capitale Gerusalemme il suo cavallo di battaglia, invitando alla jihad ora da un’università ora da un carcere israeliano al grido di “al Aqsa è in pericolo”. Non è un caso che i tre attentatori che hanno ucciso due soldati israeliani il 14 luglio venissero da Umm el Fahem, località israeliana roccaforte di Salah. La sanguinosa provocazione iniziale, però, è stata accolta e fatta propria dai soliti noti: Hamas, l’Autorità palestinese e poi nella Turchia di Erdogan.

 

Perché sette anni dopo l’inizio della primavera araba, spiega ancora Kobi, che è stato anche ex responsabile del desk palestinese del ministero degli Esteri israeliano, “il medio oriente va letto con occhi diversi: non sono più gli stati a contare ma i fronti in campo”. Sul versante arabo e islamico i protagonisti regionali sono quattro: “l’Islam politico con Salah, Hamas, e la Turchia” (tutti espressione della Fratellanza musulmana); “gli sciiti radicali con l’Iran, la Siria e i loro alleati” (come Hezbollah in Libano e gli houthi in Yemen); “i jihadisti sunniti come l’Isis e al Qaida; e infine i paesi sunniti moderati” (come Marocco, Egitto, Arabia Saudita e monarchie del Golfo). E se nell’iconografia medievale Gerusalemme era il baricentro fra Europa, Asia e Africa, oggi la città santa è diventata l’oggetto del contendere fra i protagonisti islamici, accomunati solo dal comune nemico: Israele. “Gerusalemme – riprende Kobi – si presta benissimo all’abuso”, diventando il fulcro, per esempio, del braccio di ferro fra Erdogan e la Giordania, il cui re si fregia del titolo di protettore dei luoghi santi cristiani e musulmani. Ieri Erdogan, presidente di turno dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic),  ha convocato una riunione dei ministri degli Esteri dell’organizzazione a Istanbul il 1° agosto per discutere di Gerusalemme. Per un motivo uguale e contrario, pochi giorni fa il re saudita Abdallah aveva definito l’installazione dei metal detector “un esercizio di routine”.

 

Scontro simile è quello che ha visto coinvolti Abdallah e Abu Mazen, il presidente palestinese. “Re Abdallah è furibondo con Abu Mazen”, osserva Kobi, ricordando che il primo ha cercato di gettare acqua sul fuoco mentre il secondo sta cercando di cavalcare le proteste anti israeliane per togliere spazio a Hamas. “Abu Mazen non perde occasione per dimostrare di non essere un partner per la pace”, dice Kobi aggiungendo però che la strada in rivolta si accorgerà presto di chi conta e chi no.

In mezzo a questo braccio di ferro islamico a squadre, il governo israeliano sconta il repentino cambio di rotta sui metal detector. “Un errore e una prova di debolezza”, dice Kobi.

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