Papa Francesco apre la Porta santa del Giubileo in Africa a Bangui, capitale della Repubblica centrafricana (foto LaPresse)

La strage di cristiani in Centrafrica e le parole che i vescovi non dicono

Redazione

Non si può nascondere la radice islamista delle persecuzioni

Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, dà il massimo risalto nel suo titolo di prima pagina all’aggressione anticristiana che insanguina il centro Africa. Riporta una impressionante testimonianza del vescovo di Bangassou, Juan José Aguirre, che racconta di come almeno cinquanta fedeli rifugiati in chiesa siano stati massacrati da ribelli islamisti. Monsignor Aguirre, peraltro, ospita nella sua missione duemila rifugiati islamici, perseguitati da milizie anti-islamiche, anche se questa scelta provoca reazioni anche da parte delle famiglie cristiane, che rifiutano di mandare i figli a scuola finché negli edifici saranno ospitati gli islamici. La denuncia è stata dal Pontefice, che, nel discorso pronunciato durante l’udienza generale di mercoledì, ha auspicato “che cessi ogni forma di odio e di violenza e non si ripetano più crimini così vergognosi, perpetrati nei luoghi di culto, dove i fedeli si radunano per pregare”.

 

La situazione dei cristiani in centro Africa e in altri paesi limitrofi è terribile, e non si vedono prospettive di miglioramento. I generosi tentativi di evitare o almeno attenuare gli effetti delle violenze soccorrendo le vittime, indipendentemente dalla loro religione, come quelli messi in atto da monsignor Aguirre, non sembrano ottenere alcun effetto. E’ evidente la volontà della chiesa di non sottolineare, anzi quasi di occultare le radici dell’odio che stanno nella predicazione violenta degli estremisti islamici, per evitare di dare l’impressione di farsi coinvolgere in una “guerra di religione”.

 

Se sono comprensibili le ragioni di questo atteggiamento, compresa quella di non dare esca proprio alla propaganda anticristiana degli islamisti fanatici, si può dubitare della sua efficacia. Per isolare l’estremismo islamista non si può rifiutare di definirlo per quello che è, cioè una corrente, oggettivamente esistente e permanente da secoli, di una religione, che ha le sue basi culturali e teologiche non nettamente separate da quelle prevalenti, sia nella tradizione sciita che in quella sunnita. Isolare questa corrente, spingere gli altri islamici a combatterla insieme a tutti coloro che si oppongono alla violenza e al genocidio (che è la tragica prospettiva che si apre nell’Africa centrale) non significa aprire una guerra di religione, ma cercare di costruire, anche tra le diverse religioni, un fronte comune solido e impenetrabile alle infiltrazioni settarie ed estremistiche.