"L'islam vuole conquistare il mondo". Intervista a Rémi Brague

Giulio Meotti

Per il medievista francese con cattedra alla Sorbona “L’occidente è un ubriaco abbrutito”

Roma. E’ stata una settimana di interviste per Rémi Brague, grande medievista francese con cattedra alla Sorbona, traduttore di Maimonide e considerato fra i maggiori intellettuali di Francia. Sul Figaro, Brague ha castigato l’“indifferenza occidentale” e la “codardìa” europea sulla persecuzione dei cristiani orientali: “Se la ‘pulizia’ dovesse essere completa, i sopravvissuti perderebbero l’ultima traccia di rispetto per l’occidente. Inoltre, le forze che vogliono cacciare i cristiani dalle loro terre ancestrali si chiederebbero perché non continuare in occidente il lavoro così ben iniziato a oriente…”. Su La Croix, Brague ha invece elogiato Papa Benedetto XVI per i suoi novant’anni.

 

Col Foglio, il grande studioso francese parla di islam, oggetto del suo prossimo libro. Da dove nasce il suo pessimismo? “Non è altro che il mio temperamento. Io tendo a vedere il mondo attraverso occhiali grigi. Vedo la situazione attuale dell’opinione pubblica, in questo periodo di elezioni francesi, poco attraente. I diversi candidati offrono misure irrealistiche e, a volte, semplicemente stupide. Penso spesso alla leggenda del pifferaio magico di Hamelin. Il peggio potrebbe essere l’immagine della Francia e dell’occidente che le loro parole esprimono. L’inazione dell’occidente è lontana dall’essere completa”. Paralisi? “E’ una malattia involontaria. Al contrario, la pigrizia è un vizio che viene coltivato intenzionalmente. Sembrerebbe invece una via di mezzo. Come un abbrutimento da ubriachezza”.

 

Secondo Rémi Brague, “l’occidente ha conosciuto dal XIX secolo un’intossicazione multipla. Le élite europee e statunitensi credevano che il progresso della scienza avrebbe risolto tutti i problemi, che la tecnica avrebbe garantito il miglioramento continuo delle condizioni di vita e, a sua volta, risolto il problema sociale. Hanno giustificato l’espansione all’estero, in particolare in Africa, attraverso la ‘missione civilizzatrice’ della ‘razza bianca’ che aveva il dovere di condurre le sue sorelle sulla via del progresso… Si ricorda ora un passato che ha figurato ingiustizie o crimini. Si è consumati dal rimorso. Ci si sente in colpa. Si chiede perdono in tutte le direzioni, ma si è smesso di credere nel perdono dei peccati”.

 
Perché reputa i mezzi non violenti dell’islam politico più pericolosi delle bombe? “La domanda che tutti si fanno è se l’islam è violento”, prosegue il medievista francese nell’intervista al Foglio. “Alcuni dicono di sì, altri lo vedono, e le parole diventano qui una sorta di mantra, come una ‘religione di amore, di tolleranza e di pace’. Entrambi gli estremi dimenticano la questione fondamentale, che è l’obiettivo perseguito. Rispetto a questo, la questione delle risorse è secondaria. L’obiettivo dell’islam è rimasto lo stesso fin dall’inizio ed è la conquista del mondo. E’ quello di stabilire il regno di Dio attraverso la Sua Legge. La conversione dei cuori è naturalmente auspicabile, ma è una conseguenza piuttosto che un prerequisito. La violenza ha il grave svantaggio di essere rumorosa e talvolta spettacolare. Il terrorismo può produrre un effetto stupefacente. Ma la pratica rischia di destare sospetti fra gli avversari, e forse la loro reazione. Può anche essere che la violenza sia, quindi, un errore. Il denaro e il petrolio possono essere utilizzati per finanziare il terrorismo, che colpisce a breve termine. Ma possono anche essere utilizzati per finanziare una cattedra di ‘Studi islamici’ in una prestigiosa università, che sarà una cattedra di propaganda, destinata a ricordare la grandezza della cultura araba. Possono anche essere utilizzati per costruire moschee in cui si predica il disprezzo per l’occidente, rifiutando di essere corrotto dai suoi decadenti costumi. Tutto può essere fatto senza ulteriore violenza verbale. Questa tattica è più paziente, non soddisferà le teste calde. Ma potrebbe essere più efficace nel lungo periodo”.

  
Nei suoi scritti e libri si avverte come un crollo, il venir giù di un mondo. “Cosa riserva il futuro, non lo so come chiunque altro”, conclude Brague al Foglio. “In ogni caso, molto dipende da cosa si intende per ‘cultura’. I tedeschi ci hanno familiarizzato con la distinzione tra la civiltà (Zivilisation) e la cultura (Kultur). E’ fiorita nei primi anni del XX secolo, per esempio in Oswald Spengler. Con la prima parola si indicavano le dimensioni materiali, la tecnica. E abbiamo riservato la seconda a letteratura, arte, etc. La scienza e la tecnologia continuano a diffondersi nel mondo. Certo, sono parti dell’occidente, ma non hanno nulla di specificamente occidentale. L’Asia ha raggiunto l’occidente, e probabilmente ha iniziato a superarlo. La cultura, a sua volta, continua a procedere. La creatività non è morta: si scrive, si dipinge e così via. Quello che mi preoccupa di più è quello che si trova tra questi due livelli. Sono le pratiche sociali di massa, la morale nella società e nelle coppie, l’educazione dei figli, la famiglia e la scuola, la lingua, le buone maniere, la cortesia, insomma tutto ciò che rende una società ‘civilizzata’”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.