Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Erdogan contro Israele

Redazione

Il presidente turco chiama i musulmani a “proteggere” Gerusalemme

Vorrei lanciare un appello a tutti i miei concittadini e i musulmani del mondo intero, affinché tutti quelli che hanno mezzi economici sufficienti si rechino in visita a Gerusalemme alla moschea di al Aqsa”, ha detto ieri il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. “Venite a proteggere tutti insieme Gerusalemme”. Il richiamo di Erdogan non è nuovo – già lo scorso maggio aveva chiamato tutti i musulmani ad andare a Gerusalemme “per impedirne la giudeizzazione” –, ma arriva in un momento in cui la tensione è massima a causa degli scontri e dei morti intorno al Monte del Tempio, assumendo così un tono più inquietante. In Turchia si verificano di continuo episodi antisemiti, giovedì scorso è stata assaltata, con pietre e bastoni, la sinagoga Neve Shalom a Istanbul. Il presidente turco ha condannato gli attacchi contro le sinagoghe, ma ha subito dopo attaccato lui stesso Israele chiamando all’adunata dei musulmani su Gerusalemme. L’appello è destinato a risuonare molto forte: venerdì scorso, per il “giorno della rabbia” indetto dai palestinesi per protestare contro l’introduzione dei metal detector a protezione dei siti religiosi, ci sono state proteste e manifestazioni in tutto il mondo musulmano, e in Giordania la crisi è precipitata con l’assalto all’ambasciata israeliana. Ora i metal detector sono stati rimossi – al loro posto ci saranno delle telecamere – ma si sa che l’odio contro Israele si nutre di pretesti e non si placa quando questi pretesti vengono a cadere. Erdogan gioca una sua partita politica precisa: cerca un nemico esterno da agitare davanti alle folle per mobilitare il suo pubblico. Anche se il referendum presidenziale di aprile è vinto, il governo agisce ancora come se fosse in campagna elettorale e deve tenere il piede premuto sul pedale dell’islamismo e del nazionalismo – unici veri collanti di una coalizione incerta. Il presidente turco cerca soprattutto un nuovo credito presso il mondo musulmano in un momento in cui questo è diviso (anche) dalla questione del Qatar: l’antisemitismo è uno strumento di leadership semplice e popolare, ancorché pericoloso. Ieri sono ricominciati i colloqui tra Ankara e Bruxelles, ma le aspettative sono misere, e la Turchia sembra scivolare sempre più lontano dall’orbita occidentale, e il conto, come spesso è accaduto in passato, lo pagherà Israele.

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