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Da Teheran a Londra. La guerra che l'occidente si rifiuta di combattere

Claudio Cerasa

La vera battaglia non è quella contro le basi dell’Isis ma quella, culturale, contro le basi dell'ideologia islamista

L’attentato di ieri a Teheran – così come gli attentati messi a segno negli ultimi mesi a Londra, a Manchester, a Stoccolma, a San Pietroburgo e in tutte le altre città in cui lo Stato islamico ha scelto di esportare il suo jihad – ci ricorda ancora una volta che le guerre che l’occidente deve portare avanti per provare ad annientare l’estremismo islamista sono due. La prima è una guerra in cui al centro di tutto c’è una strategia militare, ed è una guerra che, pur con mille contraddizioni e mille negazioni, gli eserciti sostenuti dall’occidente stanno combattendo, anche con risultati importanti. La seconda è invece una guerra parallela che l’occidente ha scelto di non combattere fino in fondo e in cui al centro di tutto non c’è un disegno bellico ma una battaglia culturale: quella contro l’ideologia islamista.

 

Teheran, così come Manchester, così come Londra, così come Parigi, così come Stoccolma, ci dice che la guerra che l’occidente si rifiuta di combattere non è quella per abbattere le centrali del terrore islamista ma è quella per mettere a nudo uno dei drammi negati soprattutto nel mondo progressista dello scontro di civiltà: la connessione tra il terrore islamista e la religione in nome della quale i terroristi uccidono gli infedeli (dove per infedele, come testimoniato ieri dall’attentato in Iran, si intende semplicemente chi professa un credo diverso rispetto a quello dei terroristi, a volte può essere un cattolico, a volte basta essere uno sciita e non un sunnita).

 

Il vero limite della nostra epoca non è dunque quello di non rispondere con la giusta misura al fuoco delle truppe jihadiste ma è semmai quello di aver rinunciato a mettere in luce un fatto ormai innegabile: le azioni violente degli islamisti radicali non possono essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano. Paradossalmente, ma forse neanche troppo, più aumentano gli attentati e più si riduce lo spazio per provare a ragionare fino in fondo sulla radice islamista del jihad. E all’indomani di ogni attentato ci si dimentica spesso che per combattere il jihad non è sufficiente sganciare qualche bomba contro i presidi islamisti ma sarebbe importante mettere in luce un concetto che in teoria è elementare: il nostro vero nemico non è il terrorismo ma l’idea di cui il terrorismo è il prodotto. Se ci fosse davvero una tale consapevolezza, il giorno dopo un attentato di matrice islamista lo sforzo dell’establishment intellettuale non sarebbe unicamente finalizzato a combattere gli eccessi di islamofobia, portando in prima serata e sulle prime pagine dei giornali esempi virtuosi di islamici moderati, ma sarebbe piuttosto finalizzato a portare avanti un’operazione che, almeno per quanto riguarda l’Italia, è stata finora del tutto rimossa: trasformare nel simbolo della riscossa dell’islam gli eretici dell’islamismo, modello Ayaan Hirsi Ali, e non i finti simboli del moderatismo, modello Tariq Ramadan.

 

Naturalmente l’operazione non è semplice e presenterebbe diverse complicazioni. Costringerebbe (a) ad ammettere che il terrorismo non nasce come reazione all’interventismo dell’occidente ma nasce laddove l’occidente sceglie di non intervenire contro il fondamentalismo. E costringerebbe (b) soprattutto a rompere quel patto culturale che da anni ci porta a negare che l’islam violento non è solo quello che uccide in nome di un dio ma è anche quello che quotidianamente uccide la libertà di coscienza, di pensiero, di espressione di milioni di musulmani in giro per il mondo. Gli eroi dell’islam che meriterebbero di essere valorizzati non sono coloro che negano l’evidenza di un terrorismo che uccide infedeli in nome di un’interpretazione letterale di alcuni passi del Corano. I veri eroi dell’islam sono coloro che ogni giorno rischiano la vita per dimostrare due cose. Non si può vincere la guerra contro il fondamentalismo se ci limiteremo a intervenire contro le basi dell’Isis senza occuparci delle basi rimosse dell’islamismo. Non si può vincere la guerra contro il fondamentalismo senza spiegare che gli eretici dell’islam non vanno stigmatizzati in nome dell’islamicamente corretto ma vanno valorizzati contro un totalitarismo culturale chiamato islamofascismo che purtroppo non esiste solo tra le truppe dell’Isis.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.