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A Manchester abbiamo cantato, e a voi penseranno i nostri soldati

Giulia Pompili

Non era una risposta al terrorismo, l'ultimo concerto di Ariana Grande. Un concerto è un concerto, e quelle risposte si trovano sugli aerei da guerra diretti verso Raqqa. Soltanto lì

"Grazie per essere venuti”, ha detto Ariana Grande salendo sul palco dell’Old Trafford Cricket Ground di Manchester domenica sera. Sono passate solo due settimane da quando è scappata da quella città, alla fine di un concerto che aveva fatto il tutto esaurito. L’evento scelto dal ventiduenne Salman Ramadan Abedi per farsi esplodere, e per uccidere le ragazzine che erano andate a vedere lo spettacolo. Ariana Grande, che è nata in Florida due anni prima di Abedi, e che forse non ricorda nemmeno un’America senza il pericolo del terrorismo, domenica è tornata lì, ed è riuscita a mettere in piedi un concerto per raccogliere fondi a cui hanno partecipato in 50 mila, e a cui hanno assistito in diretta tv 11 milioni di persone. Ma “One Love Manchester” non è stato un simbolo. E’ stato soprattutto un concerto. La stampa, i commentatori, i media hanno cercato in tutti i modi di appiccicargli un’etichetta, “la risposta inglese al terrorismo islamico”, e di trasformare Ariana Grande nell’icona della resilienza occidentale. Ma niente di tutto questo c’è stato domenica sul palco di Manchester. Niente retorica, niente indugi sulle lacrime, nemmeno da parte della regia, mai un momento troppo mediaticamente sottolineato, come invece accade spesso in situazioni come queste. Solo un concerto, e almeno due generazioni diverse, stili inimmaginabili sullo stesso palco: Justin Bieber, Miley Cyrus, i Coldplay, e Liam Gallagher, Robbie Williams, Pharrell Williams.

    

E tutto viene da Manchester, appunto. Che è una città legata intimamente alla musica, quasi come New Orleans. E’ la musica che s’è fatta identità. Per dare un’idea geografica, la contea di Manchester, che nel 1977 diede vita ai Joy Division, dista un’ora di macchina da Liverpool, che pochi anni prima aveva fatto nascere i Beatles, e alla stessa distanza ma in direzione opposta c’è Bradford, la città natale dell’ex One Direction Zayn, un altro degli idoli à la Ariana Grande, stessa generazione, nato però in una famiglia musulmana di origini pachistane. Liam e Noel Gallagher – che insieme sono gli Oasis, ovvero la band che ha fatto gli anni Novanta inglesi insieme ai Blur – sono nati a Burnage, un quartiere a sud di Manchester, di quelli con i cieli grigi e i tetti rossi tutti uguali.

   

Ieri su Twitter Liam se l’è presa, come al solito, con il fratello Noel (litigano a giorni alterni dal 1994) dandogli del “triste cazzone”. Gli ha detto dovevi venire qui a cantare le tue canzoni per questi ragazzi. Che è il vero motivo per cui erano tutti lì, cantare le canzoni per i ragazzi di una città che ha vissuto un pezzetto di guerra. Del resto, un concerto è un concerto (e non si capisce perché lo stesso non dovrebbe valere anche per i Radiohead di Thom Yorke, insultati dal gruppo del boicottaggio contro Israele guidato da Roger Waters per un concerto in programma a Tel Aviv). E domenica ognuno aveva la sua, di canzone: i più giovani “One last time” di Ariana Grande e gli altri – quelli che ricordano la bomba dell’Ira a Manchester nel 1996 – cantavano a memoria “Live Forever” degli Oasis. Manchester è pure la casa dei Take That, la boyband che ieri era sul palco, certo. E poi è arrivato anche l’ex Take That Robbie Williams, l’amico-nemico di Liam Gallagher (sembra ieri il 1995 e il festival di Glastonbury con i due, insieme, a fare i bad boys) che invecchiato, ingrassato e con la voce rotta ha lasciato che il pubblico cantasse in coro la sua “Angels”. Difficile pensare a un modo diverso, per Manchester, di celebrare i suoi morti. Non era una risposta al terrorismo, il concerto di Ariana Grande, perché un concerto è un concerto, e quelle risposte si trovano sugli aerei da guerra diretti verso Raqqa. Soltanto lì.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.