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L’ultimo paradosso dell’Europa

Con il voto ungherese s’apre la strada (irta) della “solidarietà flessibile”.

1 Ottobre 2016 alle 06:18

L’ultimo paradosso dell’Europa

Il premier ungherese Viktor Orbán, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il cancelliere austriaco Christian Kern a Bratislava (foto laPresse)

Il tema scelto dal primo ministro ungherese Viktor Orbán per il referendum di domani è fin troppo facile: “Vuoi permettere all’Unione europea di imporre il ricollocamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione dell’Assemblea nazionale?”. La risposta sarà, secondo le previsioni, un massiccio “no”. Non solo “no” alle quote di richiedenti asilo decise dall’Ue a maggioranza o all’immigrazione di musulmani che i paesi dell’est – e gran parte dei cittadini dell’ovest – vedono come una minaccia a identità e stili di vita. Per come è posto il quesito, gli ungheresi diranno “no” anche all’Europa tiranna che, come ai tempi dell’Unione sovietica, impone la sua volontà su quella dei cittadini. La mossa è politicamente abile: Orbán utilizzerà il plebiscito per altri bracci di ferro con l’odiosa Bruxelles. L’Ungheria ha ragioni legittime per opporsi alla relocation, anche se ha rifiutato di beneficiarne al pari di Grecia e Italia quando le era stata offerta la possibilità dalla Commissione. Budapest ha presentato un ricorso davanti alla Corte europea di giustizia contro la decisione a maggioranza in un settore tanto sensibile come quello dell’immigrazione. Il programma di redistribuzione dei rifugiati immaginato dalla Commissione non funziona per l’eccessiva burocrazia e non solo per la mancanza di generosità altrui. Quello di Orbán è il paese che ha accolto più richieste di asilo pro capite lo scorso anno. La politica del premier di Budapest di costruire muri e frontiere, dopo le condanne iniziali, oggi di fatto è diventata quella di tutta l’Ue con la chiusura della rotta dei Balcani e l’accordo con la Turchia.

 

Concretamente il referendum ungherese ha già dato i suoi frutti spostando il centro di gravità politico verso il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia). Il vertice di Bratislava ha innescato la grande marcia indietro sulla condivisione dei rifugiati, annunciando la nuova dottrina della “solidarietà flessibile”: chi non ha migranti da Grecia e Italia può inviare qualche guardia-frontiera in più. La Commissione ha diligentemente obbedito: “La solidarietà non può essere imposta, ma deve venire dal cuore”, ha ammesso il suo presidente Jean-Claude Juncker. Il commissario Dimitris Avramopoulos non aprirà procedure di infrazione ed è pronto a rinunciare alle quote obbligatorie nella riforma di Dublino. Ma non è detto che la vittoria vada davvero a vantaggio dell’Ungheria. Il problema della dottrina della “solidarietà flessibile” è che, prima o poi, qualche altro paese la invocherà per altre politiche europee. In Italia, ma anche nelle cerchie dei vecchi stati membri a Bruxelles, c’è chi evoca la possibilità di una rappresaglia contro i paesi dell’est sui fondi europei. Juncker potrebbe vedersi recapitare una richiesta del tipo: “Caro Jean-Claude, quest’anno sono in ristrettezze finanziarie causa austerità e quindi non verserò la mia quota al bilancio comunitario destinato a finanziare i progetti in Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia”. La lezione della Brexit è anche questa: usare il popolo per trasformare l’Ue in un albero da cui scegliere soltanto le ciliegie più succose è un’arma a doppio taglio. Come ha detto Carlo Calenda a proposito della paralisi per le elezioni in Austria, Olanda, Francia e Germania, non è scontato che “alla fine di questo calendario elettorale la salute dell’Europa sarà ancora recuperabile”.

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