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Migrazioni post referendum

Il mezzo sconfitto Orbán e la mezza vittoriosa Ue non tranquillizzano Renzi

Niente quorum alla consultazione ungherese sui migranti. Ora il premier di Budapest è più debole all’interno

3 Ottobre 2016 alle 20:25

Il mezzo sconfitto Orbán e la mezza vittoriosa Ue non tranquillizzano Renzi

Viktor Orbán (foto LaPresse)

Strasburgo. Per la prima volta negli ultimi quindici mesi, dopo le bocciature in Grecia, Olanda, Danimarca e Regno Unito, l’Unione europea non è stata sconfitta in un referendum nazionale, ma non sembra in grado di usare la sua mezza vittoria per reagire. La consultazione popolare organizzata domenica 2 ottobre dal primo ministro ungherese, Viktor Orbán, contro le quote obbligatorie sui richiedenti asilo è stata dichiarata invalida per il mancato raggiungimento del quorum del 50 per cento di voti validi. Se il 98,3 per cento dei votanti ha seguito l’indicazione di Orbán di dire “no” ai migranti e all’Ue, il tentativo di ottenere un facile plebiscito è fallito. Il quesito aveva tutto per ispirare un massiccio rigetto in un paese che dal 2015 ha ricevuto oltre 200 mila richieste di asilo: “Vuoi permettere all’Ue di imporre il ricollocamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione dell’Assemblea nazionale?”. Tra disinteresse e boicottaggio attivo, sei elettori su dieci non sono andati alle urne o hanno annullato la scheda, indebolendo la posizione di Orbán. Ma più che a livello europeo, dove la “orbánizzazione” ha contagiato buona parte dell’Europa centrale e orientale e costretto la Commissione a una marcia indietro sui migranti, Orbán rischia sul piano interno, dove si è aperta una breccia che l’opposizione potrebbe sfruttare. Il pugno duro sui richiedenti asilo ha rafforzato la sua popolarità e, nei sondaggi, il Fidesz è vicino al 50 per cento. Ma alcune ricerche dicono che gli ungheresi hanno altre priorità, come la situazione economica e la corruzione. Secondo il Pew Research, solo il 24 per cento approva la politica di Orbán di scontro con l’Ue.

 

In Ungheria, nessun partito dell’opposizione ha ancora i numeri per sfidare il monopolio sul potere del Fidesz di Orbán alle politiche del 2018. I socialdemocratici hanno circa 30 punti di ritardo. I partiti liberali non superano il 10 per cento. In questo contesto è il Jobbik, che i sondaggi danno al secondo posto vicino al 20 per cento, a rappresentare la minaccia più seria in una sfida tra destra dura e estrema destra. Il primo scontro si è svolto lunedì davanti al Parlamento di Budapest. Subito dopo l’annullamento del referendum, Orbán ha annunciato l’intenzione di tirare dritto. “Il governo emenderà la Costituzione” per introdurvi il rifiuto della politica europea di ripartizione dei richiedenti asilo, ha annunciato il premier. I 3 milioni e 200 mila voti per il “no” sono un mandato “del popolo” per negoziare con la Commissione sui 1.294 siriani, iracheni e eritrei che l’Ungheria dovrebbe prendere da Italia e Grecia. Orbán ha spiegato che “hanno votato più elettori” contro i migranti e Bruxelles “di quanti abbiano votato a favore dell’appartenenza all’Ue nel 2003”. Ma, secondo il presidente del Jobbik, Gábor Vona, Orbán è ora “un politico fallito”. “Non sarai più preso seriamente dai burocrati di Bruxelles”, ha detto Vona al premier: “Bruxelles sfrutterà in modo spietato la tua irresponsabilità e il tuo errore”.

 

In realtà, ancor prima della consultazione, Orbán aveva già vinto la sua battaglia culturale e politica nell’Ue. Domenica il presidente della Repubblica ceca, Milos Zeman, si è detto “favorevole alla deportazione di tutti i migranti economici” che arrivano in Europa “sulle isole disabitate della Grecia”. In Austria il cancelliere social-democratico, Christian Kern, e il ministro degli Esteri conservatore, Sebastian Kurz, fanno a gara a chi è più vicino alle posizioni di Orbán. Per Kern, la politica ungherese sui rifugiati è “comprensibile”. Secondo Kurz, il piano europeo di redistribuire 160 rifugiati da Italia e Grecia è “sbagliato”, “pericoloso” e “totalmente irrealistico”. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha rinunciato alle quote obbligatorie nella riforma di Dublino e non sembra intenzionato ad aprire procedure di infrazione contro i paesi che non vogliono accettare rifugiati da Italia e Grecia. Il vertice di Bratislava di metà settembre ha ceduto alle pressioni del gruppo di Visegrad per sostituire alle quote obbligatorie il concetto di “solidarietà flessibile”: chi non può o non vuole accogliere richiedenti asilo da Italia e Grecia potrà dimostrarsi solidale inviando qualche decina di guardia-frontiere. Lunedì la Commissione ha reagito in modo timido al mancato raggiungimento del quorum. “Ne prendiamo atto”, ha detto il portavoce dell’esecutivo comunitario, Margaritis Schinas: “Rispettiamo la volontà democratica del popolo ungherese, di coloro che hanno votato e di chi non ha votato”. L’Europarlamento, che aveva sfruttato ogni occasione per accusare Orbán, ha respinto una richiesta di comunisti e verdi di discutere del risultato della consultazione e l’annunciata modifica anti Ue della Costituzione. Secondo Matteo Renzi, “l’esito del referendum è positivo ma temo che non cambierà molto, perché gli egoismi europei non sono solo in Ungheria”.

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