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Cosa c'è dietro il rapimento dei due italiani in Libia

La realtà dell’éra post-Gheddafi insegna che quando si organizza una rivoluzione, bisogna sapere che cosa fare dopo la caduta del regime. Nel caso libico il dopo non c’era, è rimasto il caos. L'utile report pubblicato dalla Camera dei Comuni.

20 Settembre 2016 alle 11:31

Cosa c'è dietro il rapimento dei due italiani in Libia

Carri armati in Libia (foto LaPresse)

Deserto e tribù. Il Fezzan è l’immensa metafora della Libia, un paese dall’identità inafferrabile e dall’unità impossibile. Due italiani sono stati rapiti, è l’apertura di tutti i giornali, il titolo è uguale per quasi tutti, la notizia secca, la vicenda è in fieri. C’è chi mette l’accento sulla polemica politica, applica un nesso di causa-effetto tra l’annunciata missione italiana a Misurata (cento infermieri e duecento militari) e il rapimento (così fanno Libero e Il Fatto quotidiano). Per ora non c’è alcuna prova che sia andata così, è più probabile che si tratti di un rapimento per ottenere un riscatto e il pericolo potrebbe essere quello – già visto in altri teatri di guerra – di una cessione degli ostaggi ai gruppi islamisti presenti in Libia, ma non ci sono ancora elementi sufficienti per fare una analisi precisa. Resta lo scenario arroventato della Libia, il suo deserto, le sue tribù, i suoi clan, la sua guerra.

 

Per sapere, per capire, è utile leggere un report pubblicato dalla Camera dei Comuni sulla storia della caduta di Gheddafi e l’esito della rivoluzione in guerra civile permanente. Il punto di vista è quello del Regno Unito, l’analisi è sull’operato del governo inglese, le visioni del problema sono quelle di Londra, ma il documento è di grande interesse quando spiega che la caduta del Colonnello è stata decisa sulla spinta più della retorica che delle affidabili informazioni di intelligence;  quando afferma che la democrazia è un’esperienza che ha bisogno di tempo e non si possono dare solo 18 giorni di campagna elettorale a partiti semi-nati;  quando rivela che l’arsenale accumulato da Gheddafi (trenta miliardi di sterline spesi in armi dal 1969 al 2010) non fu messo al sicuro e finì nelle mani delle milizie che a loro volta andarono ad alimentare i conflitti nel Nord Africa e in Medio Oriente;  quando ricorda che ventimila bazooka armati con missili anti-aerei sono una minaccia costante per l’aviazione civile;  quando racconta che il problema della ricostruzione in Libia non è finanziario ma politico perché il paese è ricco ma senza stabilità non può sfruttare le sue ingenti risorse.

 

E’ la realtà dell’èra post-Gheddafi e insegna – ancora una volta - che quando si organizza una rivoluzione, bisogna sapere che cosa fare dopo la caduta del regime. Nel caso libico il dopo non c’era, è rimasto il caos. L’Italia ha un interesse strategico in Libia, immigrazione e energia sono le parole in cima alla nostra agenda, ha scommesso sul governo Serraj, è in conflitto con la Francia che a Bengasi continua a fare i suoi giochi di guerra (come nel 2011) e sostiene l’azione militare del generale Haftar che punta di fatto alla dissoluzione della formula di governo favorita dalle Nazioni Unite. Vinceremo?

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