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Bruxelles spy

C’è lo zampino dell’Nsa nella cattura dell’ultimo stragista di Parigi? Strana smentita dal Belgio

24 Agosto 2016 alle 06:17

Bruxelles spy

Agenti della polizia belga (foto LaPresse)

Roma. Un giornalista del sito Buzzfeed, Mitch Prothero, ha scritto una lunga inchiesta sulle magagne dei servizi d’intelligence dell’Europa e in particolare del Belgio, e sul perché non riescono a catturare gli stragisti e a tenere d’occhio gli elementi pericolosi. Per esempio, rivela che un’operazione perfetta di polizia e servizi segreti per sorvegliare due sospetti a Bruxelles – perfetta perché invece che essere costretti a usare venti uomini per i pedinamenti, la polizia aveva chiesto ai tecnici dei servizi di mettere microspie nelle auto e case degli obbiettivi, rendendo tutto molto più facile – è fallita quando i due hanno smesso di parlare francese e hanno cominciato a parlare fra loro in arabo. A quel punto, spiega una fonte, avevamo bisogno delle traduzioni, ma il settore che se ne occupa ci mette tre giorni, uno quando è proprio veloce: e cosa ce ne facciamo di conversazioni tradotte il giorno dopo? I due poi sono riusciti a fuggire in Siria.

 

Buzzfeed rivela anche grazie a due fonti a Bruxelles che l’intelligence belga quest’anno è stata costretta a chiedere aiuto all’intelligence americana che si occupa di intercettare le comunicazioni, la Nsa,  National Security Agency, per catturare l’ultimo attentatore sopravvissuto agli attacchi di Parigi nel novembre 2015, Salah Abdesalam. Un funzionario dell’antiterrorismo belga e un investigatore della polizia – che hanno chiesto di restare anonimi – raccontano che per quattro mesi la caccia in tutta Europa ad Abdesalam era andata a vuoto e che numerosi raid in appartamenti della capitale belga erano stati inutili. Un nuovo impulso alle indagini è arrivato all’inizio di marzo grazie al funerale molto ritardato di Chakib Akrouh, un uomo dello Stato islamico che si era fatto saltare in aria a Parigi cinque giorni dopo gli attacchi, a novembre 2015, durante il raid della polizia in cui morì anche il capo del gruppo di stragisti Abdelhamid Abaaoud. Il corpo di Akrouh era stato ridotto così male dall’esplosione che l’identificazione era arrivata soltanto dopo che la polizia aveva fatto un confronto con il Dna della madre.

 

La polizia belga decise di schierare una speciale unità per sorvegliare e identificare tutti i presenti alla cerimonia, nella speranza di scoprire qualche collegamento che li portasse al resto della rete (che poi è la ragione per cui in Gomorra i camorristi guardano i funerali da lontano). Tuttavia, i belgi non avevano i mezzi tecnici per fare il passo in più: carpire i metadati dei telefonini dei presenti, ovvero i numeri e gli orari delle telefonate e dei messaggi, e analizzarli in tempo reale. Per questo si sono rivolti alla Nsa americana, che è specializzata anche in questo tipo di intercettazioni e aveva la possibilità di leggere in modo trasparente cosa succedeva sui telefoni nelle tasche. Ieri il portavoce della procura del Belgio, Eric Van der Sypt, ha smentito la versione di Buzzfeed e ha detto al giornale Le Soir che il governo non ha chiesto aiuto alla Nsa (che si porta appresso un marchio di violazione proibita della privacy) ma all’Fbi e che il funerale non era quello dello stragista Akrouh, ma di Brahim Abdeslam, fratello di Salah. Uno dei presenti al funerale era Abid Aberkan, che ospitava nella sua casa Salah: è lì che le forze speciali lo hanno arrestato il 18 marzo.

 

Ora, è difficile stabilire la verità in questo botta e risposta, anche se c’è un particolare interessante: la Nsa riuscì a vedere in diretta che uno dei telefoni al funerale stava riprendendo la scena. “Se stava filmando il funerale, era per poi mandare il video a qualcuno no?”, ha detto una fonte belga a Buzzfeed. Prothero racconta nell’inchiesta anche del suo incontro a marzo con un trafficante di armi a Bruxelles, che gli spiega come funziona l’arrivo dei kalashnikov: sono prese nei paesi dei Balcani, dove le guerre negli anni Novanta hanno lasciato scorte poco sorvegliate, e sono trasferiti al nord grazie alla mafia albanese, che gestisce il traffico e con cui “nessuno ha voglia di combinare casini”. Le armi sono vendute a un prezzo che oscilla tra i tremila e i quattromila euro e in caso di guai “la polizia belga è così disorganizzata che per sparire a volte basta cambiare quartiere”. Il trafficante offre a Prothero di tentare un acquisto fasullo, per provare quanto è facile e fotografare l’arma. Ma dieci giorni dopo arriva il doppio attentato di Bruxelles e il telefonino del trafficante cessa di funzionare.

 

E’ interessante notare che a marzo ormai l’intelligence di Bruxelles aveva la piena consapevolezza di avere a che fare con una rete di attentatori più vasta del solo gruppo di Parigi, e che studiava ogni collegamento residuo con gli attacchi di cinque mesi prima nella speranza di scoprire altri pezzi dell’organizzazione e bloccare altri attacchi ritenuti imminenti. E anche grazie alle carte raccolte dagli investigatori europei che oggi abbiamo qualche dettaglio sull’Amni, in arabo “La sicurezza”, vale a dire l’aggressiva fazione interna allo Stato islamico che si occupa degli attentati all’estero sotto la guida del siriano Abu Mohamed al Adnani. Ora, la procura del Belgio smentisce il coinvolgimento dell’Nsa, e questo suona come una sorpresa alla visione convenzionale delle cose, che vuole intelligence americana e europee al lavoro assieme contro le minacce che arrivano da est: davvero l’onnipresente agenzia di sicurezza americana è tenuta fuori dalle indagini in Europa nel 2016 – vale a dire dal duello contro la più aggressiva e ambiziosa campagna di attentati vista in occidente?

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