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Oltre i Trecento, ecco i francesi che combattono Is dalla parte giusta

Hanno deciso di imbracciare le armi per respingere la minaccia jihadista e difendere la propria terra

21 Agosto 2016 alle 06:18

Oltre i Trecento, ecco i francesi che combattono Is dalla parte giusta

Un soldato curdo (foto LaPresse)

Parigi. “Ho visto l’espansione dello Stato islamico in Iraq, dove vivevo. Non potevo restare senza far nulla, dinanzi ai miei amici curdi e ai miei fratelli cristiani”. Nove mesi fa ha abbandonato tutto: il suo paese, la Francia, e i suoi studi, alla prestigiosa Ecole Normale Superieure. Hubert, francese diplomato all’Hec, la più importante business school di Parigi, ha deciso di cambiare vita per inseguire ideali più alti accanto alle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg), che combattono contro l’Isis in Siria. E in un’intervista rilasciata al Figaro.fr, ha raccontato le ragioni profonde che lo hanno spinto a raggiungere le fila delle forze curde in territorio siriano, a quattro giorni dalla liberazione di Manbij, principale punto di passaggio per i jihadisti diretti verso la Turchia.

 

“Diversi motivi mi hanno spinto a raggiungere le Ypg, ma due episodi sono stati determinanti per prendere la decisione definitiva: quando lo Stato islamico ha provato a conquistare Kobane, e in seguito quando ha preso il controllo di Sinjar e massacrato gli Yazidi. Allora lavoravo come civile in Iraq. Ho visto che lo Stato islamico era capace di asservire una popolazione. Ma ho visto anche che le Ypg erano capaci di respingerlo. Ero rimasto deluso dai peshmerga (i combattenti curdi iracheni, ndr), che avevano abbandonato Qaraqosh e la piana di Ninive senza battersi. Parlavo curdo, avevo dei contatti sul posto, così ho deciso di arruolarmi nelle Ypg in Siria”, ha raccontato Hubert al Figaro.fr. Inizialmente voleva continuare a lavorare come civile, ma all’Accademia militare, dove transitavano tutti i volontari stranieri, ha incontrato molti giovani curdi che avevano fatto studi simili ai suoi, e avevano deciso che la priorità, in quel momento, era imbracciare le armi per respingere la minaccia jihadista e difendere le propria terra.

 

“Dovevo seguirli”, racconta il foreign fighter francese che come molti altri occidentali ha deciso di abbandonare la propria patria con l’obiettivo di sradicare lo Stato islamico nelle zone dove è nato e si è diffuso. “Stiamo combattendo contro l’Isis, un nemico che ci ha apertamente dichiarato guerra. Non possiamo più restare indifferenti o lasciarci sopraffare dalla paura. Basta, bisogna battersi. Se vogliono attaccarci a casa nostra, bisogna andare a colpirli nelle loro terre”, dice Hubert. Concretamente, ha combattuto sei settimane nei villaggi attorno a Manbij, e tre settimane nella città, partecipando agli scontri nei quartieri di al Sarb e Bustan al Yasti. “Gli scontri sono stati molto duri perché sono durati più di due mesi”, ha spiegato al Figaro.fr. “I jihadisti hanno opposto una forte resistenza (…) Nella mia sezione abbiamo perso quasi il 20 per cento degli effettivi. Fra i volontari stranieri, abbiamo perso due americani, uno svedese e uno sloveno”, testimonia il volontario.

 

Come Hubert, altri francesi hanno scelto di combattere i jihadisti nelle loro terre. A marzo Bfm.tv aveva incontrato François, Gregory e Fabien, tre degli undici francesi, ex militari o semplici civili che stanno aiutando i peshmerga curdi a riconquistare Mosul, seconda città irachena e roccaforte dell’Isis. Il Figaro, lo scorso ottobre, aveva riportato le testimonianze di altri volontari dai profili diversi: un ingegnere, un architetto, un cameriere, e un ex gendarme di 45 anni riconvertitosi all’informatica. Quest’ultimo, Frank, dopo un corso di geopolitica da autodidatta su internet, un bagno di informazioni sull’avanzata dello Stato islamico in medio oriente e sulla resistenza curda, decide di riempire il suo zaino e diventare foreign fighter al contrario, per combattere dalla parte giusta contro i jihadisti. “Ma ci sono molte cose da fare anche in Europa, dove le idee velenose dell’Isis prosperano su un vuoto spirituale profondo e sull’incapacità dell’occidente di proporre un’ideale alla gioventù”, sottolinea Hubert al Figaro. “Bisogna rinnovare la nostra società, renderla più volenterosa, più ottimista”.

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